ELIZABETH HAND.
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LA LUCE NATURALE DELLA MORTE.
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Titolo originale: Available Dark.
Traduzione di: Cosetta Cavallante.
2012. Elliot Edizioni, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Cass Neary, squattrinata fotografa newyorkese autrice di un libro di culto, Ragazze morte, ritorna a casa dal Maine dove  stata testimone delle ultime ore di vita di una famosa artista. Per evitare la polizia che  gi sulle sue tracce e vuole interrogarla al riguardo, Cass accetta una strana proposta di lavoro da un collezionista finlandese e lascia il paese.
A Helsinki, Cass si trova cos a esaminare per lo sconosciuto collezionista l'autenticit di alcune vecchie fotografie, opera di un controverso fotografo di moda noto per il bagliore
luminoso e la carica provocatoria dei suoi scatti.
Le fotografie, tanto belle quanto inquietanti, rappresentano vittime appena defunte nelle vesti di figure del folklore nordico. Cass  senza fiato: sembra impossibile che siano state scattate sul luogo del decesso, ma  evidente che sono autentiche e non manipolate a posteriori.
Svolto il proprio compito e salutato il fotografo, Cass, invece di fare ritorno in America, decide di andare in Islanda a cercare Quinn, l'uomo che forse non ha mai smesso di amare.
A questo punto, per, la scia di morte sembra volerla seguire nei boschi islandesi gelidi e fuori dal tempo, dove si nasconde il segreto della luce abbagliante delle foto e degli omicidi che esse ritraggono...
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L'AUTRICE.
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ELIZABETH HAND, autrice di numerosi romanzi di grande successo negli Stati Uniti, tra cui Non credere ai tuoi occhi, pubblicato in Italia da Elliot. La luce naturale della morte  stato gi salutato in America come uno dei migliori thriller dell'anno.
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LA LUCE NATURALE DELLA MORTE.
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Tutti questi giovani fotografi che si agitano nel mondo, consacrandosi alla cattura dell'attualit, non sanno di essere degli agenti della Morte.
Roland Baethes, La camera chiara.
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PREGHIERA MEDIEVALE.
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CAPITOLO 1.
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I guai non erano mancati, come sempre. A novembre me
n'ero andata al nord, su un'isola al largo della costa del Maine,
nella speranza di mettere a segno un'intervista che potesse
far ripartire quel vecchio rottame che era ormai la mia
carriera di fotografa, defunta da oltre trent'anni. Invece ero
sprofondata nella merda fino al collo. Il risultato fu che mi
ritrovavo a New York praticamente al verde, con l'inverno
alle porte e ancor meno prospettive di quando ero partita
poche settimane prima. Decisi di affrontare la cosa come al
solito: acquistai una bottiglia di Jack Daniels, alzai il volume
dello stereo e mi ubriacai alla grande.
Quando ripresi conoscenza era gi buio. La neve ghiacciata
si abbatteva sul vetro sudicio della finestra con un rumore
di ferraglia. In un angolo della stanza, accanto a una pila
di vecchi LP, lampeggiava una luce rossa: avevo staccato il
telefono ma mi ero scordata della segreteria. Mi trascinai
verso quella lucina intermittente, senza sapere se fosse primo
mattino oppure notte fonda, se fosse ieri o domani.
Cass, che diavolo hai combinato?.
Mi stropicciai gli occhi: la testa mi scoppiava.
...non so come tu abbia avuto quella foto di mia madre
ma faresti meglio a chiamarmi subito. Lo sceriffo Stone vuole
parlarti e poi c' anche un certo Wheedler della....
Premetti il tasto CANCELLA e passai alla chiamata successiva.
Questo messaggio  per Cassandra Neary. Sono l'ispettore
Jonathan Wheedler, dello Stato del Maine....
Cancellai anche la sua chiamata e tutte le altre che seguivano,
senza ascoltarne nessuna, tanto per andar sul sicuro. Mi
diressi alla doccia e dovetti aspettare dieci minuti prima che
sgorgasse almeno un filo d'acqua bollente: questo  quel che
succede quando vivi da trent'anni in un vecchio appartamento
a equo canone del Lower East Side. Mi vestii: un maglione
nero divorato dalle tarme, un vecchissimo paio di jeans
scuri, stivali da cowboy Tony Lama con la punta d'acciaio e
il mio chiodo, una giacca di pelle ormai malandata che avevo
comprato da Goodwill decenni fa. Uscii e me ne andai in
cerca di un bar.
Era notte. La luce dei lampioni diffondeva un alone opaco
e giallognolo. La crisi finanziaria aveva colpito gravemente
il quartiere, ma non  che mi lasciassi impietosire da qualche
stronzo speculatore di Borsa che aveva perso il lavoro, o
dalle indossatrici disoccupate che passavano il pomeriggio
davanti alla boutique di Dries Van Noten, a piagnucolare
dentro un iPhone. Prima della crisi questa zona della citt pareva
un incrocio tra un tipico teatro di posa americano e un
centro commerciale di lusso: anzich scavalcare i tossici sul
marciapiede mi facevo largo tra cani grandi come ratti, che
indossavano cappottini Juicy Couture e pannolini griffati. Mi
domandai quanto dovessero peggiorare ancora le cose prima
che i Jack Russell terrier facessero la loro comparsa sul
men di Terrine.
Ma non potevo permettermi di lasciare New York. Abitavo
in quell'appartamento dal 1970. Per anni il padrone di
casa aveva cercato di liberarsi di me e nelle settimane in cui
ero stata lontana gli avvisi di sfratto si erano moltiplicati. Per
questo chiamai mio padre a Kamensic.
Parlane con Ken Wilburn mi disse. Se ne occuper lui.
Sei tornata dal Maine, Cass? Altri problemi laggi? Vienimi
a trovare, ceniamo insieme una di queste sere.
Gli risposi che ci avrei pensato e riagganciai.
Camminavo a testa bassa per difendermi dalla neve e rimpiansi
di non avere una giacca pi pesante. Superai una fila di
giovani anoressiche che facevano la coda davanti a un ristorante
specializzato in raffinata cucina terapeutica: pur di
patate biologiche, pasta al tartufo e formaggi artigianali.
Mentre passavo, una di quelle ragazze ossute si mise a ridere.
Mi fermai e ruotai sui tacchi, in modo che la punta metallica
dei miei stivali sfiorasse i suoi stiletti.
Hai detto qualcosa?. Skeletor incroci il mio sguardo
e sbianc. Secondo me, no le dissi e me ne andai.
Ai vecchi tempi il mio soprannome era Scary Neary.
Buona parte di coloro che mi chiamavano a quel modo oggi
 morta. Nessuna relazione causale: solo droga cattiva e un
destino ancor pi cattivo. Sono alta quasi un metro e ottanta,
un fascio di nervi fusi dallo speed e una chioma arruffata
biondo cenere, con una cicatrice ancora fresca vicino all'occhio
destro, un souvenir del mio viaggio nel Maine, l'accogliente
Vacationland. Per farla breve, sono la pubblicit ambulante
della campagna Just Say No.
Evitai Starbucks e mi infilai nella tavola calda all'angolo:
cucina greca e apertura notturna. Trovai un tavolo appartato
sul retro e ordinai caff nero e una costata di manzo al
sangue. Ero ormai a met della bistecca quando qualcuno si
accomod al mio tavolo.
Guarda, guarda... Cassandra l'androide!.
Sobbalzai. Era Phil Cohen, giornalista rock mancato e
geniale inventore di un blog di gossip che si chiamava Early
Death. Phil era un piccolo parassita newyorkese, uno o due
gradini sopra o sotto di me nella scala sociale - non li ho mai
contati. Phil era anche il mio fornitore personale di speed.
Non lo vedevo da quando ero tornata. Aveva un'aria insolitamente
allegra e pimpante, come se la recessione avesse
risparmiato la sua tana di Hoboken, nel New Jersey. Phil
non era uno dei tanti provinciali che affollavano le strade
luccicanti di Manhattan le sere del weekend. Era pi che altro
un tipo da bassifondi, se si considerava la sua abilit nel
vivere di oscuri espedienti, come un topo di fogna.
Phil. Come te la passi?.
Non male, non male. Ehi, ho visto che la tua foto  stata
pubblicata sul sito The Smoking Gun. Bel lavoro. Come diavolo
ci sei riuscita?.
Allontanai il piatto. 'Fanculo, Phil.
Pareva offeso. Ho detto a quella redattrice tedesca di
mettersi in contatto con te... quella tipa dello Sterri. Pagano
bene. Immagino che la cosa non ti dispiaccia.
Sei stato tu che le hai dato il mio numero?.
Phil annu. Era talmente agitato che sembrava uno di quei
pupazzetti che dondolano la testa, solo a grandezza naturale.
S, certo. Che credevi? Sei fortunata che il tuo vecchio
sia un avvocato.
Lo fulminai con lo sguardo e finii di bere il caff. Era stato
Phil che mi aveva spedito nel Maine dicendo di aver concordato
un'intervista, ma mi aveva mentito, cos come aveva
mentito praticamente su tutto il resto. Avevo scoperto che il
suo contatto era un fotografo che si chiamava Denny Ahearn;
il suo soggetto preferito erano corpi in decomposizione nell'incavo
degli alberi. Per farla breve: Denny era caduto in
mare al largo della costa del Maine ed era stato dato per morto.
La notizia era finita sui giornali ma aveva avuto vita breve,
dal momento che l'assassino era svanito nel nulla e delle
due vittime si erano trovati soltanto pochi resti.
Il mio ruolo in tutta quella faccenda era piuttosto vago.
Avevo cercato comunque di non dare nell'occhio fino al mio
rientro a New York, sana e salva. L, pochi giorni dopo, avevo
ricevuto la telefonata di una redattrice del settimanale tedesco
Stern.
Ammiro tantissimo il suo lavoro, Cassandra. La voce della
donna si era fatta pi squillante: Quel suo libro fotografico,
Ragazze morte... Beh, era eccezionale! Sa, ero una grande
fan di Bowie all'epoca. Saremmo intenzionati a concederle
un'esclusiva....
Era rimasta delusa quando le avevo risposto di non avere
nessuna foto del serial killer n delle sue vittime. E anch'io mi
ero sentita delusa quando aveva accennato alla cifra che
avrebbe sborsato la rivista. Allora mi ero ricordata di aver
scattato sull'isola un intero rullino di foto che non avevo ancora
sviluppato.
Era stato un momento di debolezza. Uno dei tanti. Alla
fine le avevo detto: Conosce una fotografa che si chiama
Aphrodite Kamestos?.
Aphrodite Kamestos? Ma certo.  molto famosa in Germania.
Anche Helmut Newton apprezzava la sua opera. La
donna era sembrata esitante.  scomparsa di recente, vero?.
Non le avevo detto che l'avevo vista morire, n che avevo
mentito alla polizia sulle circostanze del decesso, in modo
da evitare una condanna per omicidio volontario. Avevo passato
in rassegna, mentalmente, tutti gli studi fotografici in
cui avrei potuto scroccare qualche ora in una camera oscura
per sviluppare la pellicola senza che nessuno potesse vedere
le immagini. S. Dovrei avere qualche foto di Aphrodite, una
specie di memento mori, tipo... una maschera funeraria.
Una maschera funeraria?.
S, qualcosa del genere. Alcuni scatti immediatamente
successivi alla morte.
Oh, sarebbe fantastico! aveva strillato la donna.
Guardai Phil dall'altro lato del tavolo. S,  una fortuna
che il mio vecchio faccia l'avvocato. Allora, non hai niente per
me in quella bella borsa nera?.
Phil alz gli occhi al cielo, come per stabilire un contatto
con il mondo degli spiriti. Focalin.
Allungai la mano sotto il tavolo, in modo che potesse passarmi
la bustina.
Ti piacer, Cass. E roba leggera, tranquilla e a rilascio prolungato,
senza brutte sorprese. Non dovrei dirlo, perch mi
dispiacerebbe perdere una cliente come te, ma puoi anche fartelo
prescrivere dal tuo medico, cos te lo paga l'assicurazione
sanitaria. Anche un po' di Zoloft non ti farebbe male....
Cazzo, Phil... Ho la faccia di una che ha l'assicurazione
sanitaria?.
In effetti... Ecco, lo vuoi questo?. Mise sul tavolo una
minuscola bustina di carta siliconata e la fece scivolare verso
di me. Atterr sulle mie ginocchia. Canestro.
Cos'?.
Crystal meth. Purissima, Cass, come l'acqua. Nessuno la
vuole pi oggi, ma  roba coi fiocchi. Un tizio che lavorava
nel settore dei refrigeranti, uno che sa usare il Freon, per intenderci,
ha una bella scorta di solventi ma di questa non ne
ha pi. Ti faccio lo sconto, Cassie, un regalo di Natale.
Natale  passato, Phil. Ma s, la prendo. Misi sul tavolo
qualche banconota per pagare la cena e ne allungai altre due
a Phil. Mi alzai. Ci si vede.
Phil tir il mio piatto verso di s e si mise a mangiare quel
che restava della bistecca. Okay. Fammi sapere se ti capita
qualche lavoretto.
Tornai a casa, facendo attenzione a non finire a gambe all'aria
mentre pattinavo con i miei stivali da cowboy sulla poltiglia
di neve ormai sciolta che ricopriva i marciapiedi. Avevo
ricevuto il pagamento dallo Stern e mi ero fatta sistemare
la suola degli stivali, ma con quel tempo di merda non era servito
a granch. Il resto dei soldi se n'era andato per pagare i
conti e le bollette arretrate, pi un piccolo anticipo che avevo
messo da parte per Ken Wilburn, in modo da poter restare
nel mio appartamento ancora per un anno o due.
Non mi restava altro. Ero appena stata licenziata dalla libreria
Strand, dove lavoravo da tempo. Non era una grave
perdita, salvo per i furtarelli che avevo messo a segno nel negozio
in quegli anni, grazie ai quali possedevo una discreta biblioteca
di costosi libri fotografici. Ma anche quella pratica
aveva patito l'evoluzione dei tempi: la sicurezza negli esercizi
commerciali aveva raggiunto livelli da aeroporto, con metal
detector e controlli di borse e borsette prima ancora di
mettere piede nel locale.
Tuttavia essere al verde non era la cosa peggiore. Per buona
parte della mia vita adulta avevo vissuto senza combinare
granch, in uno stato di permanente spossatezza: lavoravo nel
magazzino della libreria e saltavo da un letto all'altro. Per
qualche tempo, attorno ai vent'anni, avevo approfittato del
successo effimero di Ragazze morte, il mio primo e unico libro
fotografico. Ci che era accaduto dopo era stato una semplice
conseguenza, pi o meno.
Eppure, al di l di tutto, mi rimaneva sempre il Lower East
Side e in fondo agli occhi l'immagine oscura di quel che era
stato: la terra desolata delle tre di mattina di cui m'ero innamorata
a diciotto anni, le siringhe spezzate, il sangue sul collo di una bottiglia rotta, il suono di una chitarra e una risata
ubriaca che echeggiava lungo un vicolo mentre fotografavo
ragazzini ciondolanti, strafatti di droga. C'era qualcosa di
inarrestabile che intravedevo solo di sfuggita, ed era la citt
in perenne movimento, una continua metamorfosi in qualcosa di nuovo, terribile e bello.
La parte terribile la conoscevo per nome. Il giorno del mio
ventitreesimo compleanno ero stata stuprata all'uscita del
CBGB. Vecchie cicatrici, come recita una famosa canzone, ora
incorporate in un tatuaggio sbiadito sul basso ventre che serviva
a nascondere lo sfregio brutale lasciato da un coltello a serramanico.
NOTA: Riferimento alla canzone You Can't Put Your Arms Around a Memory di Johnny Thunders, interpretata anche dai Guns N' Roses nell'album di cover The Spaghetti Incident. FINE NOTA.
Nonostante ci, a volte riuscivo ancora a trovare
la citt al nitrato d'argento tra le pieghe di quella reale,
purch la luce fosse quella giusta e io avessi mandato gi abbastanza
alcol e amfetamine da far battere il mio cuore alla
velocit della luce stroboscopica del flash.
Quella bellezza oramai era svanita e io ero troppo vecchia
e spiantata per andare a cercarla altrove. Ero sola da
troppo tempo. La mia vita era un campo minato dall'alcol e
dallo speed e non mi accorgevo che la terra sotto i miei piedi
era una palude putrida e l'acqua era fredda da morire.
L'ultima persona che aveva detto di amarmi era una donna
ed era morta l'11 settembre 2001. Non ricordavo pi che
faccia avesse. Ero una punk invecchiata e sfinita, con lo sguardo
spento, un tatuaggio sbiadito e una cicatrice fresca di fianco
all'occhio. Nel Maine avevo conosciuto molte persone,
come non mi capitava pi da anni, forse decenni. In alcuni
momenti, mentre tenevo in mano la mia vecchia macchina fotografica,
mi ero sentita come tanto tempo fa, quando ero
entrata per la prima volta in una camera oscura e avevo visto
un altro mondo fiorire sulla carta, tra le mie dita.
Ma quella sensazione era sparita, come quel mondo. Dal
mio ritorno a New York erano iniziati gli incubi notturni, attacchi
di parossismo, di autentica paura, in cui vedevo una sagoma
nera incombere sul mio letto e sorridere mentre mi
serrava la gola tra le mani; erano le mie stesse grida soffocate
a svegliarmi, il cuore che batteva all'impazzata, come un
pugno dentro al petto. Ero distrutta, esaurita nel vero senso
della parola, terrorizzata all'idea di addormentarmi e quasi altrettanto
impaurita al pensiero di uscire dal mio squallido appartamento.
Avevo vissuto al limite, in tutti quegli anni, e
ora iniziavo a vedere l'abisso. Pensai che quello fosse il momento
giusto per andare a trovare mio padre. Una volta rientrata
a casa mi gettai sul letto e dormii per qualche ora. Mi
svegliai, inghiottii un paio delle pasticche bianche di Phil e
poi uscii, diretta a Grand Central, per prendere il primo treno
per Kamensic.
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CAPITOLO 2.
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La neve ghiacciata, che aveva trasformato la citt in una pista
da pattinaggio, lasci il posto a grandi fiocchi pastosi,
che iniziarono a cadere copiosamente non appena il treno
lasci Valhalla. Ancor prima di arrivare a Kamensic, vidi auto
sbandare pericolosamente lungo la corsia sud della superstrada
Saw Mill e i lampeggianti dei veicoli di soccorso scintillare
da lontano come lucine di Natale.
Mio padre mi aspettava alla stazione. Gli avevo telefonato
prima di partire.  un tipo mattiniero, sempre in piedi
prima dell'alba, anche nei periodi pi bui dell'anno.
Ciao, Cass. Chin il capo su di me e mi sfior le guance
con un bacio, poi tir su la cerniera della sua vecchia giacca
a vento e si incammin verso il parcheggio.
Non dovevi venirmi a prendere. Te l'avevo detto che sarei
venuta a piedi fino a casa.
Ti sei accorta che nevica? mi chiese e salimmo in auto.
Mio padre  il giudice di Kamensic dalla fine degli anni
Sessanta. Tiene udienza ogni due settimane, di marted e gli
altri giorni riceve alcuni vecchi clienti nel suo ufficio, che si
trova nel seminterrato della casa in cui sono cresciuta.
Col tempo Kamensic era diventata la Disneyland degli speculatori
di Borsa, che si erano accaparrati buona parte delle antiche
ville in stile coloniale per farne monumentali seconde
case; i vecchi ruderi erano stati trasformati in magioni pacchiane
e deserte, abitate soltanto da fastidiosi sistemi d'allarme
che si attivavano al latrare di ogni cane e da un esercito di
lavoratori stagionali che arrivavano da Stamford in autobus:
ossuti sudamericani armati di tosaerba, soffiatori per foglie e,
quel giorno, spazzaneve a turbina. Martha Stewart, la regina
del bon ton televisivo, possedeva qui un cottage da venti milioni
di dollari, dove aveva vissuto negli ultimi anni vendendo
arredamenti per esterni con il marchio registrato KAMENSIC, a
un costo paragonabile a un semestre in una prestigiosa universit
privata.
Odiavo tornare nella mia vecchia casa, anche se mi fu di
conforto vedere che la tempesta di neve aveva fatto cadere
una gigantesca quercia proprio sull'ennesimo ampliamento
della villa dei nostri vicini.
 tutta la notte che suona il loro allarme disse mio padre,
mentre imboccavamo il vialetto di casa. Ho cercato di chiamare
i proprietari a New York ma non risponde nessuno.
Si sta accumulando molta neve dentro la parte nuova.
Mio padre sorrise. E l'unico abitante di Kamensic che falcia
l'erba del suo giardino da solo.
Facemmo colazione e poi ci dedicammo alla lettura del
New York Times. Non parlammo granch, ma ero abituata a
quei silenzi. Mia madre era morta in un incidente d'auto
quando avevo quattro anni; nell'impatto, il piantone dello
sterzo le si era conficcato nel petto e, quando la polizia era
giunta sul posto, io ero ancora seduta accanto a lei, impietrita,
a guardarla con gli occhi sbarrati. Da allora, mio padre
aveva seguito una semplice regola empirica, ovvero non farmi
troppe domande, purch non finissi di fronte a lui in tribunale.
Com'era il Maine? mi domand.
Freddo.
Ti sei fermata a Freeport?.
No.
Si alz in piedi e prese una pila di carte dalla credenza.
Ho un po' di lavoro da sbrigare in ufficio.
Si avvi a passo deciso verso la porta che conduceva al
seminterrato, poi si ferm e si volt verso di me: Dimenticavo...
 arrivata questa per te. Estrasse una busta dal fascio
di documenti e me la consegn. Non  che devi ancora restituire
il prestito universitario, vero?.
Stava scherzando. Avevo abbandonato l'universit al primo
anno e da allora non ricevevo pi posta a quell'indirizzo.
Guardai la busta, esitante. Quando  arrivata?.
La settimana scorsa.
Mio padre scese nel suo studio mentre io andai in soggiorno.
La stanza era rischiarata da una luce blu inquietante,
diffusa dal turbinio della neve all'esterno. Mi sedetti e osservai
attentamente la busta. Sottile e leggera, tipica carta da
posta aerea; il mio nome e l'indirizzo erano scritti in corsivo,
con una penna a sfera di colore nero. Una calligrafia minuziosa,
quasi infantile, come di qualcuno che tentasse di fare
buona impressione. Avvertii un leggero brivido, un misto di
paura ed euforia.
Conoscevo quella scrittura, o meglio, l'avevo conosciuta,
in passato, ma quel ricordo era svanito. Il francobollo, di
grandi dimensioni, ritraeva una landa innevata, con strisce
ondulate verdi e viola nella parte superiore.
ISLAND 120.
Nessun indirizzo del mittente. Chi diavolo conoscevo in
Islanda? Socchiusi gli occhi per leggere meglio il timbro postale.
REYKJAVIK.
La fragile carta si strapp quando aprii la busta. All'interno
trovai un ritaglio di giornale, in islandese, corredato
da un'immagine sgranata, in bianco e nero, raffigurante un
isolotto la cui cima era sormontata da un bosco di abeti. La
legenda recitava: PASWEGAS, MAINE, USA. Scorsi rapidamente
la colonna di testo accanto alla foto finch non riconobbi il
mio nome: CASSANDRA NEARY.
E cos avevo un ammiratore in Islanda. Qualcuno che aveva
letto lo Sterri, probabilmente. Perplessa, esaminai di nuovo
la busta.
C'era qualcos'altro all'interno. Estrassi delicatamente una
fotografia.
Ritraeva un adolescente nudo, disteso su un letto sfatto.
Un bianco e nero sgranato, formato 4x6, i bordi arricciati e
ingialliti dal tempo. Il ragazzo era scheletrico, il torace quasi
glabro, e all'inguine si scorgeva l'ombra del pene, semi-eretto.
I capelli gli ricadevano sulle spalle e incorniciavano un
viso androgino: pelle bianca, zigomi marcati, mento piccolo,
labbra carnose e denti leggermente sporgenti.
Ma furono i suoi occhi lividi a colpirmi, occhi cos profondi
da sembrare tracciati con una matita scura. Teneva le mani
intrecciate dietro la testa e guardava dritto nell'obiettivo.
Non era uno sguardo ammiccante il suo, ma un'occhiata sospettosa,
di sfida, come se fosse combattuto tra l'idea di balzare
gi dal letto e fare a pezzi la macchina fotografica e la
voglia di tirare a s il fotografo, di farlo sdraiare su quelle
lenzuola grigie.
Sapevo com'era andata a finire. Conoscevo la conclusione
di quei conflitti perch ero io la persona dietro l'obiettivo.
Oh cazzo! mormorai. Quinn.
Trent'anni prima ero davanti a quel letto, in una camera
a meno di un chilometro di distanza da dove mi trovavo in
quel momento. Avevo scattato parecchi rullini di pellicola
Tri-X: tutte fotografie di Quinn O'Boyle, a volte vestito ma
pi spesso nudo, prima di una scopata, dopo e durante.
Quinn chino su una vecchia macchina da scrivere Royal;
Quinn fatto di roba; Quinn che leggeva una copia consunta
del Ritorno del re o camminava verso la stazione ferroviaria di
Kamensic, oppure seduto, semi-accasciato a un tavolo del
Parkway Diner; Quinn e io in piedi, l'uno accanto all'altra, e
un lampo di luce nel punto in cui il flash incendiava lo specchio
che racchiudeva la nostra immagine riflessa. Per sviluppare
quei rullini andavo in moto fino a Mount Kisco, in un
sudicio negozio specializzato in fotografie artistiche. Il proprietario
era un vecchio, un fumatore incallito di sigarette
Lark, con l'alito che puzzava di liquirizia. Solo una volta mi
aveva guardato un po' storto, quando, consegnandomi i provini
a contatto, mi aveva chiesto: Non sei un po' troppo
giovane per questa roba?.
Rigirai la foto tra le mani e osservai di nuovo il ragazzo
sul letto. Avevo scattato una quantit incalcolabile di fotografie.
Centinaia, forse. Le avevo nascoste in una confezione
del Chivas Regal - una scatola di legno di cui avevo perso le
tracce, insieme al suo contenuto, ormai da trent'anni. Avevo
messo a soqquadro la mia stanza, la casa intera e il seminterrato,
ma non l'avevo pi trovata.
Come Quinn... Anche lui era sparito. Insieme, una notte,
avevamo rapinato una farmacia. Eravamo due ragazzi di diciotto
anni. Non fummo mai presi. Quella piccola scorta di
Quaalude mi era stata di grande aiuto durante il mio primo
anno a New York. Poi Quinn se n'era andato al nord, insieme
a una donna che aveva incontrato una sera ad Harlem. Io
ero impazzita: dalla nostalgia, dalla rabbia e dalla paura di non
poter fotografare mai pi niente che valesse la pena di guardare.
Avevo incanalato il mio dolore nello speed e nelle fotografie
che in seguito avrebbero fatto parte di Ragazze morte.
Nei giorni che precedettero la pubblicazione del libro, ero
venuta a sapere che Quinn era stato arrestato per aver ripulito
un'altra farmacia nella contea di Putnam. Dalla casa dei
genitori, dove attendeva la sentenza del processo, mi aveva
spedito lettere disperate, supplichevoli, scritte a mano o a
macchina su fogli a righe strappati da un quaderno. A volte
mandava alcuni brani di un racconto a cui stava lavorando.
Avevo ricevuto persino una pasticca di Quaalude che si era
sbriciolata durante il viaggio riducendosi a una poltiglia rosa.
Non gli avevo mai risposto. Quando mi aveva lasciata, mi
ero sentita come se qualcuno avesse conficcato un ago nei
miei occhi: niente sembrava pi uguale a prima. Con Quinn
avevo imparato a riconoscere l'odore del danno, quel feromone
amaro che respiravo mentre lo vedevo riscaldare
sulla fiamma a gas un cucchiaio colmo di polverina marrone,
per farla sciogliere e poi aspirarla con una siringa. Per
anni, dopo che se n'era andato, ho portato con me quell'aroma
aspro, insieme all'immagine residua del suo sguardo,
delle pupille risucchiate dalla roba.
Avevo creduto che fosse morto. La sua famiglia si era trasferita
nel Midwest. Non ho mai cercato di rintracciarlo.
Cosa diavolo ci faceva in Islanda?
Chi ti ha mandato quella lettera?.
Sobbalzai mentre mio padre entrava nella stanza, alle mie
spalle. Nessuno.  solo un articolo di giornale. Rimisi la fotografia
nella busta, me la ficcai in tasca e poi gettai il ritaglio
nel cestino della carta. E arrivato nient'altro per me?.
Niente. Devo andare in citt per qualche ora. Resti a
cena?.
Guardai fuori dalla finestra, nel punto in cui gli alberi e il
muro di cinta si dissolvevano in una macchia sfocata, dai contorni
indefiniti. No. Devo rientrare. Mi dai un passaggio alla
stazione?.
Mentre si preparava, andai di sopra, in quella che era stata
la mia stanza. Non c'era nulla che parlasse di me: niente
poster o libri, niente vestiti n dischi. Restava solo il mio vecchio
letto, reso presentabile da una coperta di ciniglia bianca
e da alcuni candidi cuscini. Estrassi la foto di Quinn, mi avvicinai
alla finestra e la osservai. Sentii un brivido d'apprensione,
un lampo di luce nera mi pass davanti agli occhi e percepii
l'odore persistente del metallo surriscaldato e del sangue.
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CAPITOLO 3.
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Il treno arriv in ritardo, a causa della neve. Arrancai faticosamente
fino al mio appartamento e quando entrai in casa era
gi buio. Mangiai un po' di tonno, direttamente dalla scatoletta,
mi sedetti al mio vecchio computer e digitai su Google
le parole Quinn O'Boyle.
Non trovai niente. Nessuno che vivesse in Islanda, nessuno
che gli assomigliasse o che ricordasse l'uomo che doveva
essere diventato: quel genere di persona capace di spedire
un nudo di se stesso alla fidanzata adolescente che non vedeva
da trent'anni.
Ben presto rinunciai a cercare e controllai la mail.
Niente, solo spam.
O meglio, quasi niente.
Da: derrabe@norwaymi.com
Oggetto: opportunit fotografica
Gentile Sig.ra Neary,
sono un ammiratore di lungo corso del suo capolavoro
Ragazze morte e ho visto sullo Stern la sua fotografia della
defunta Aphrodite Kamestos. Mi domando se potrebbe
interessarle una breve consulenza professionale per alcune
fotografie di cui sto valutando l'acquisto...
Un altro sciroccato. Stavo per cancellare il messaggio
quando mi cadde l'occhio sulla parte conclusiva:
Naturalmente, non mi aspetto che svolga questo servizio
gratis e sarei lieto di concordare con Lei un lauto compenso.
I miei pi rispettosi saluti,
Anton Bredahl
Ebbi pi fortuna con Google, stavolta. Il tizio era il proprietario
di un club di Oslo che si chiamava Forsvar, un ex-rifugio
antiaereo ora consacrato all'industrial rock, al death metal
e roba simile. A giudicare dal sito Web, pareva che buona
parte dei clienti del club non si fosse ancora ripresa dalla notizia
della morte di Ian Curtis. Gli altri sembravano appena usciti
da un concerto degli Anvil. Il sito mostrava alcune foto sottoesposte
degli interni del locale ma nessuna del proprietario.
Considerai la faccenda per un minuto e poi scrissi la risposta.
Anton,
ci sto. Parliamone.
CN
Premetti il tasto INVIA e andai a prendere qualcosa da
bere. Quando fui di ritorno, sullo schermo era gi apparso un
altro messaggio.
Possiamo parlarne subito? Qual  il suo num. di telefono?
Guardai fuori dalla finestra grigia, ricoperta da una patina
di neve ghiacciata e bevvi un sorso di Jack Daniels. Pensai
Ma s... e digitai il mio numero. Un istante dopo squill
il telefono.
Sono Anton Bredahl.
Lei non perde tempo.
Preferisco parlarne a voce, mi sento pi a mio agio.
Innanzitutto mi lasci dire che conosco il suo lavoro: ho una copia
di Ragazze morte.
Siete in venticinque in tutto.
Rise. La linea era un po' disturbata: forse usava un cellulare
oppure Skype. Dalla voce, pareva pi giovane di me...
sui trentacinque anni. Accento quasi inesistente.
S, non  stato facile trovarla prosegu. Me ne aveva parlato
un amico americano. L'ho comprata qualche anno fa da
un commerciante d'arte specializzato in fotografia, qui a Oslo.
 un libro di valore adesso, lo sapeva?.
S, l'ho sentito dire.
L'ho pagato centoquaranta euro. Il tasso di cambio non
era favorevole... Direi che mi  costato caro. Forse avrei dovuto
aspettare fino a oggi, vero?. Rise di nuovo. Dovrebbero ristamparlo.
 un buon libro.  cos che ho riconosciuto la sua
foto sullo Stern. La stessa mano, ho pensato.  un bene che lei
abbia ripreso a fotografare.
Sarebbe anche meglio se mi pagassero.
Anton non rise stavolta. Mi scolai l'ultimo goccio di
whisky, domandandomi se l'avessi offeso.
 per questo che volevo parlarle. Sono un collezionista di
fotografie.
La foto dello Stern non  in vendita. Avevo ficcato i negativi
in vari libri sparsi per la casa, nel tentativo un po' idiota
di nasconderli. Nessuna delle mie opere  in vendita. Mi
dispiace.
Oh, no. Sembrava leggermente imbarazzato, ma lo era
per me, come avrei capito di l a poco. In realt, mi chiedevo
se fosse interessata a dare un'occhiata ad alcune foto e magari a
stimarne il valore. Non sono mie... Non sono un fotografo. Si
tratta di foto che sto pensando di acquistare per la mia collezione.
Credo che i nostri gusti siano abbastanza simili.
Ne dubito. Camminai avanti e indietro per la cucina e
mi versai un altro whisky. Non ho pi combinato niente
dopo Ragazze morte. Questo lo sa, vero?.
Ha pubblicato quella foto sullo Stern.
A quel punto ebbi un attacco di paranoia: lui era uno sbirro,
tutta la faccenda dello Stern una montatura per incastrarmi,
per dimostrare il mio coinvolgimento nella morte di Aphrodite.
Tuttavia, prima che potessi riagganciare il telefono,
Anton disse: Joel-Peter Witkin... Ho comprato qualcosa di
suo, quand'era agli inizi, ma trovo pi belli alcuni dei suoi ultimi
lavori: le fotografie dei cadaveri, prima che diventassero
troppo pretenziose. Comunque posseggo diverse opere di altri
autori: Weegee, ad esempio, ma anche... Beh, ho gusti piuttosto...
esoterici. Capisce?.
Certamente. Mi tranquillizzai e vuotai d'un fiato il bicchiere.
Come no, capisco benissimo.
L'esoterismo stava al mio lavoro come l'erotismo alla pornografia,
pi o meno. Al tipo piaceva guardare la gente morta,
l'equivalente fotografico del sesso violento, molto violento.
Gli scatti pi noti di Witkin ritraevano cadaveri e varie parti
del corpo umano recuperati da obitori o dalle celle frigorifere
degli ospedali e poi risistemati e messi in posa a suggerire
immagini come il martirio di san Sebastiano oppure tableau
surrealisti che avrebbero fatto rabbrividire persino Bunuel.
Bredahl disse: Le piacciono le foto di Witkin?.
S. Alcune. Quelle non troppo artefatte sono belle.
Esattamente!. L'uomo alz la voce. Tanta gente non coglie
quella bellezza, non comprende il modo in cui Witkin vede
il mondo. La foto con le teste mozzate che si baciano  sublime.
Non l'appenderei in cucina ma s...  una foto sorprendente.
L'opera di Joel-Peter Witkin era decisamente per palati un
po' esoterici. E che non badano a spese: dopo la stroncatura
di Jesse Helms, che aveva definito quelle fotografie degenerate,
i prezzi erano saliti alle stelle.
Tutto ci mi indusse a chiedermi perch mai Bredahl avesse
bisogno di me per valutare la sua collezione. Witkin non
era alla mia portata. Se non mi fossi bruciata la carriera, negli
anni Settanta, il mio nome sarebbe accanto al suo su Wikipedia,
alla voce artisti trasgressivi. Per come stavano le
cose, io non ero neanche una nota a pi di pagina. Eppure dovevo
mangiare. O almeno bere.
Allora vuole che stabilisca l'autenticit di alcune foto
rubate di Witkin? Non sono una gallerista. Non sarei in grado
di stimarne il valore, ma posso dargli un'occhiata.
No. Bredahl rimase in silenzio cos a lungo che pensai
fosse caduta la linea. Non mi interessa una valutazione economica,
ma la sua opinione. Vorrei che le guardasse in veste di
consulente. Mi serve qualcuno che mi dica se quelle fotografie
sono autentiche o meno. In particolare, la serie di foto che vorrei
verificasse non  opera di Witkin. Si tratta di un genere diverso.
Come le dicevo, molto specialistico, molto....
Esoterico?.
S. Quelle foto potrebbero anche risultare offensive, per
alcuni.
Senta, se sono foto pornografiche di bambini....
No, certo che no, ma devo essere... Come spiegarle... Prudente.
Mi serve sapere soprattutto se le foto sono... vere. Mi capisce?.
No. Mi scolai il resto della bottiglia di Jack Daniels.
Guardi, non credo che la cosa possa funzionare, chiaro?
Devo....
Pagher tutte le spese. Non a Oslo, a Helsinki. E per lei
ci sono seimila uro.
Feci un paio di conti mentalmente.
Beh... S... Okay.
Mi occupo io del volo.  troppo presto gioved?.
Era mercoled. Gioved?. Ero stata all'estero una sola
volta, in occasione di uno sfortunato viaggio in Belize. Misi
sottosopra la scrivania alla disperata ricerca del passaporto
che trovai sotto una pila di vecchie stampe a contatto. Era
valido per un altro anno. S, gioved  perfetto.
Ottimo. Mi dica....
Gli fornii le informazioni necessarie a organizzare il viaggio.
Le mando una mail con un link per farle vedere alcune opere
della mia collezione. Lo sentii accendersi una sigaretta e
aspirare la prima boccata di fumo. Ne ho messa online solo
una parte, ovviamente. Sarebbe meglio che non la mostrasse
agli amici.
Promisi di non farlo. Non che ne avessi, di amici. All'improvviso,
ebbi un cattivo presentimento.
Ehi... Conosce per caso un certo Phil Cohen?.
Phil Cohen? No.
Sicuro?.
Penso proprio di s. E un problema?.
No. Tutto a posto. Aspetto la sua mail dissi e riagganciai.
...
.
...
CAPITOLO 4.
...
.
...
Bredahl fece tutto rapidamente. Dopo pochi minuti ricevetti
un'altra mail con un link alla sua pagina Web e una serie
di istruzioni: avrei dovuto cliccare su un'icona raffigurante un
corvo per accedere a un secondo sito, dove avrei dovuto selezionare
un arcobaleno per entrare in un terzo sito, al quale
avrei dovuto registrarmi con uno pseudonimo; quindi, al ricevimento
della password, avrei inserito la lunga stringa numerica
che mi era stata comunicata.
Apparve il sito di Anton. Niente foto, nessuna informazione
personale di alcun genere. Solo uno schermo bianco
popolato da animali dalle sembianze totemiche: lupi, balene,
pulcinelle di mare, aquile, serpenti. Mi ci volle un minuto
per individuare il corvo che mi condusse in un nuovo sito.
Pareva fosse stato creato da una bambina di quinta elementare,
pieno di immagini color pastello che riproducevano unicorni
e fatine. Cliccai sull'arcobaleno e apparve un foglio di
calcolo per la contabilit di una ditta di arredamenti. Trovai
la casella per la registrazione e scrissi Cam Chiara. Quindi
digitai la password numerica e mi ritrovai a fissare una schermata
che risiedeva nelle profondit del dark web.
Plukke rune
Esitai un istante e poi selezionai l'icona. Immediatamente
apparve sullo schermo il dagherrotipo in bianco e nero di
un neonato raggrinzito, sdraiato sul letto, avvolto in un lungo
abito battesimale. Aveva gli occhi chiusi e le mani minuscole
sembravano gli artigli serrati di un uccellino morto.
Un dagherrotipo post-mortem d'et vittoriana. Se ne sfornavano
a bizzeffe agli albori della fotografia, un memento
mori che veniva consegnato alle famiglie in lutto per poi essere
esposto nella camera mortuaria o sulla Bibbia di famiglia.
Erano diventati oggetti da collezione ma di scarso valore: la
maggior parte era stata prodotta da anonimi fotografi per
racimolare qualche soldo in un'epoca in cui la fotografia era
un'arte relativamente nuova. Nemmeno io potevo permettermi
di rifiutare i soldi di Bredahl, ma quelle foto macabre
e kitsch non erano proprio il mio genere.
Cliccai su un altro link. Apparve una seconda fotografia
post-mortem, stavolta di una giovane donna dalla pelle scura
che giaceva in una bara circondata da vasi di rose bianche.
Cascate di pizzi e satin grondavano come schiuma lattea
ai lati del feretro. Le mani intrecciate stringevano un gigantesco
bouquet di gigli bianchi. Era stata sepolta nel suo
abito da sposa.
JAMES VAN DER ZEE, 1920.
Cos andava meglio: Van Der Zee era un fotografo di colore
che aveva prodotto decine di migliaia di opere ai primi
del Novecento. Possedevo una copia di un suo libro, The
Harlem Book of the Dead, che avevo fatto sparire dalla libreria
in cui lavoravo non appena era apparso sugli scaffali. Quel
volume oggi vale almeno cinquecento dollari. Van Der Zee
era morto quasi centenario e aveva continuato a lavorare
praticamente fino alla fine. Ritratti di personaggi famosi, per
lo pi. Potevo solo immaginare quanto valesse una delle sue
prime fotografie scattate ad Harlem.
Se quella collezione online era reale, Bredahl doveva possederne
parecchie, di foto. Aveva anche una manciata di scatti
di Weegee, il famoso fotoreporter newyorkese che si era
guadagnato quel soprannome grazie alla capacit quasi soprannaturale
di arrivare sulla scena del delitto quando il cadavere
era ancora caldo, di solito prima della polizia o dell'ambulanza.
NOTA: Ispirato alle tavole Ouija, usate nelle sedute spiritiche. La pronuncia comune in inglese di Ouija  proprio weegee. FINE NOTA.
Possedevo uno dei libri fotografici pubblicati da Weegee
ma non avevo mai visto le immagini che Bredahl mostrava sul
suo sito: una donna nuda, distesa sulla passeggiata di Coney
Island, il petto squarciato dalla gola al pube, i lembi della pelle
che sbattevano al vento come lenzuola sporche; un uomo
senza testa, afflosciato sullo sgabello di un bar, la colonna vertebrale
che sbucava da una camicia a pois; un chihuahua nero
che leccava una pozza di sangue accanto a una testa mozzata.
Trovai anche diverse foto di Witkin che non conoscevo e una
serie di scatti, contrabbandati da una body farm dell'FBI, che mostravano cadaveri disseminati in un campo.
NOTA: Le Body Farm (fattorie dei corpi) sono appunto dei centri studi FBI in cui si analizza la decomposizione dei cadaveri all'aria aperta in diverse condizioni atmosferiche. FINE NOTA.
Adesso s che mi ero fatta un'idea del genere di esoterismo
che interessava a Bredahl, e persino della consistenza del
suo reddito disponibile: sufficiente per investire alla luce del
sole in opere d'arte, alcune uniche nel proprio genere, e anche
per finanziare trafficanti e comprare fotografie sul mercato
nero, probabilmente rubate. Avrei dovuto chiedere pi soldi.
Gli scrissi una mail: Sito interessante. Dove ha trovato quelle foto di Weegee?
La risposta di Bredahl fu laconica: www.saatavissatumma.com
Credevo che quell'indirizzo URL appartenesse a un sito di aste online o a una galleria d'arte. Invece, mi condusse a una schermata palpitante di luce argentea.
Astua Sisn / Entra.
Entrai.
Non c'erano foto di Weegee. Immagini oniriche e vagamente familiari riempirono lo schermo: donne coperte di lividi
che sedevano in minuscoli cubicoli da ufficio sopra un blocco di ghiaccio galleggiante; uomini dalle mascelle volitive
che portavano occhiali fatti di chiodi arrugginiti; una fila di bambini biondi che marciavano solennemente lungo una
spiaggia di sassi, le braccia cariche di ramoscelli spogli di betulla. Sebbene le modelle indossassero tubini di seta shantung
verde acido e camicette di chiffon stropicciato, l'ambientazione era decisamente polare: laghi ghiacciati, tundre
desertiche, sempreverdi talmente carichi di neve da assomigliare a esempi di arte topiaria in alabastro. In un'immagine,
alcune donne scarmigliate, con indosso leggings e corpetti di pelliccia, imbrigliavano le renne a una slitta stracolma di
carne cruda. Le foto erano state scattate su pellicola, non in digitale. La paletta cromatica era ricca di colori altamente
saturi: indaco, argento, un'ocra che si scuriva nel nero ramato del sangue rappreso e un bianco purissimo, accecante
come la neve sotto il sole, quasi impossibile da catturare senza sbiadire il viso delle modelle.
Fu grazie a quel bianco etereo che improvvisamente capii:
il sito apparteneva al fotografo di moda finlandese Ilkka
Kaltunnen, un talento della fine degli anni Novanta. Poco pi
che ventenne aveva conosciuto una certa notoriet grazie a un
servizio per Vogue in cui aveva fotografato un gruppo di modelle,
all'interno di una sauna, che sembravano morte per
overdose di eroina. Si era anche occupato delle foto di copertina
per gli album di un paio di sconosciuti gruppi musicali
scandinavi, rock band che erano state fortemente criticate
per il loro coinvolgimento nel rogo di alcune chiese in
Norvegia e Svezia e per altre bravate sataniche.
In genere non mi interessavo di quel tipo di foto. Conoscevo
la vera opera di Kaltunnen. Tra i fotografi seri era noto
per l'uso del colore bianco, che era la sua firma: un'esplosione
di luce radiosa negli occhi di una modella o nel fermaglio
d'argento di un bracciale; un bagliore scintillante, perfido,
che nessun altro era in grado di replicare in camera oscura.
Le fanciulle eroinomani sembravano leggermente fuori
tema in una collezione come quella di Bredahl. Nessun mordente.
Nessun cadavere.
Non navigavo pi nel darkweb. Scandagliai il sito di Kaltunnen
e trovai altre fotografie di moda, nessuna successiva
al 1999; alcuni video musicali; tristi paesaggi invernali e scatti
panoramici in bianco e nero di un porto industriale.
Non vidi niente che rientrasse nella gamma di interessi di
Bredahl. Ritornai alla sua collezione e cercai una qualsiasi immagine
attribuita a Kaltunnen.
Nada. Stavo ancora rimuginando sulla cosa quando ricevetti
un altro messaggio da Bredahl. Controllai l'ora: se si
trovata a Oslo, il tipo amava tirar tardi. La mail conteneva
un'altra serie di complicati collegamenti al dark web.
E che cazzo! esclamai e mi riempii di nuovo il bicchiere,
mentre fissavo l'immagine sullo schermo.
Era una fotografia notturna, grande profondit di campo,
a colori. Una distesa frastagliata di rocce innevate, sparute e
pallide come la superficie della luna. Quasi al centro, si vedeva
un ragazzo sdraiato a terra, come se stesse prendendo il
sole. Indossava un parka chiaro, a righe, con un cappuccio di
pelliccia bianca, jeans neri e stivali da motociclista, anch'essi
neri. Era magro e aveva lunghi capelli scuri, ma era impossibile
distinguere i tratti del viso perch una finestra, telaio e tutto
il resto, gli era stata spaccata proprio in faccia. Frammenti
di vetro rotto scintillavano sulla giacca come ghiaccio e le righe
erano in realt lunghe strisce di sangue. Una ciocca di
capelli era arrotolata attorno a un listello scheggiato. Un montante
di legno della finestra aveva spaccato in due la mascella
inferiore lasciandola spalancata, con la lingua penzoloni tra i
denti color porpora. La guancia era squarciata da un pezzo
di vetro di forma triangolare, e nel punto in cui penetrava
nella carne brillava incandescente un minuscolo sole, l'oggetto
pi luminoso in quell'atmosfera surreale, punteggiata
di bagliori. Sullo schermo campeggiava una sola parola:
Gluggagaegir
Se si trattava di un falso - un lavoro realizzato con Photoshop
o un fermo immagine di un film dell'orrore -, era il
falso pi convincente che avessi mai visto. Se non lo era, si
trattava di una fotografia scattata sulla scena di un delitto ed
era la composizione pi armonica del pianeta. Non avevo
seguito la carriera di Kaltunnen dopo che aveva abbandonato
il mondo della moda, ma era sempre stato un punto d'orgoglio
per lui lavorare soltanto con la luce naturale e sapevo
che aveva rotto diversi contratti pur di non permettere ai
committenti di ritoccare le sue foto.
Quel bagliore quasi radioattivo era la sua cifra distintiva.
Come era riuscito a ottenerlo in una notte senza luna, lavorando
senza flash, senza luce naturale? Era impossibile.
E poi chi ammazza un uomo con una finestra?
Se quella foto era vera, Kaltunnen doveva essere pazzo a
renderla pubblica, a meno che non avesse voglia di trascorrere
la notte alla stazione di polizia. E Bredahl, dal canto suo, doveva
essere un pazzo per comprarla.
E anch'io ero pazza, se restavo l a guardarla. Prima che
chiudessi la schermata, squill ancora il telefono. Era Anton.
Non se ne fa niente dissi.
Ehi, non l'ho mica ucciso io! Non ho ucciso nessuno di
quelli.
Quelli?.
Dalla bocca di Bredahl usc un suono sprezzante. Weegee
ammazzava forse la gente che poi fotografava?.
Allora quella roba cos'? La scena di un delitto? Una foto
di moda?.
Lei ha davvero un buon occhio, Cassandra.
Buon occhio per cosa?.
Ha riconosciuto il lavoro di Ilkka.
 lei che mi ha dato il link a quel maledetto sito.
S, ma la maggior parte delle persone avrebbe guardato i
ritratti o i vestiti. E poi lei ha capito che la foto era autentica.
Ha riconosciuto la luce.
Kaltunnen era famoso per quella luce. CameraArts ha dedicato
un articolo di copertina all'argomento, dodici anni fa.
Vero, e lei ricorda anche questo. Sembrava estasiato. Ho
prenotato il suo volo. Diretto a Helsinki, con partenza domani
sera e arrivo venerd, di prima mattina. C' una navetta che
va dall'aeroporto alla stazione ferroviaria. Pu prendere un taxi
oppure un autobus per raggiungere la casa di Ilkka. Le far avere
met del suo compenso all'arrivo; il resto lo ricever quando
avr concluso la transazione. Lei deve verificare che tutte
le foto siano originali e che la serie sia completa. Dovrebbero esserci
sei scatti. Se va incontro ad altre spese, me lo faccia sapere.
Come vuole che le paghi la seconda tranche?.
Mi manda da Ilkka Kaltunnen?.
S, naturalmente. La invidio. Nessuno ha mai visto quella serie,
nemmeno io. Ho visto soltanto quella foto. La moglie di
Ilkka  molto simpatica. Mi d il numero del suo cellulare?.
Non ho nessun cellulare del cazzo, io.
Allora se ne compri uno a Helsinki. L'intero paese  pieno
di cellulari del cazzo.
Si mise a ridere e poi cadde la linea.
...
.
...
CAPITOLO 5.
...
.
...
Mi svegliai nel primo pomeriggio. Mi sentivo come se fossi
precipitata dalla finestra del quinto piano. Il computer era ancora
acceso, ma l'ultima mail che avevo ricevuto da Bredahl
era sparita. Dovevo averla cancellata, in preda a una paranoia
da sbornia o per semplice ripicca. In mezzo alla solita posta
indesiderata rintracciai l'itinerario di volo, un voucher elettronico
che fungeva da biglietto aereo e l'indirizzo e il numero
di telefono di Ilkka Kaltunnen a Helsinki.
Maledii me stessa per aver eliminato quella mail. Tentai
invano di ricordare il suo indirizzo URL, controllai la cronologia
del browser e cliccai sul link. Non era pi valido, come nessuno
dei collegamenti che mi avevano condotto nel dark web
la sera prima. Se non fosse stato per quel biglietto aereo e per
l'itinerario, l'intera faccenda avrebbe potuto essere tranquillamente
il rigurgito di una pessima sbronza, una delle tante.
Comunque, considerando gli ultimi messaggi sulla segreteria
telefonica, pareva proprio il momento giusto per alzare
i tacchi. Mandai gi qualche pasticca di ibuprofene e un paio
di Focalin e iniziai a gironzolare per casa per fare le valigie.
Non avevo granch, in quanto a vestiti pesanti: alcune T-shirt
nere a manica lunga, vecchi dolcevita di cashmere nero, un
maglione sformato, ovviamente nero, due paia di jeans scuri
elasticizzati, una vecchia maglia a righe e qualche paio di calzini
non ancora bucato. Andai al bancomat e prelevai quel che
restava sul conto. Valutai brevemente l'opportunit di investire
la somma in una giacca pi calda, ma non mi andava di
prosciugare i miei ultimi risparmi. Acquistai invece su una
bancarella un paio di guanti di pelle a buon mercato, un berretto
da uomo di lana nera e una sciarpa Burberry taroccata.
Di ritorno a casa, ficcai tutto quanto nella stessa borsa
scassata che mi portavo in giro da quando ero ragazzina. Trasferii
il Focalin in un flacone vuoto, che prima conteneva antibiotici,
e aggiunsi qualche pasticca di Vicodin, per pareggiare
il contenuto. Misi la bustina di crystal che mi aveva
dato Phil dentro un sacchetto, insieme a del caff macinato,
per depistare i cani antidroga all'aeroporto, poi lo infilai in un
buco nella fodera della giacca. Dopo di che, recuperai la macchina
fotografica, la vecchia Konica che mi aveva regalato
mio padre per il mio diciassettesimo compleanno.
Ci furono momenti, in passato, in cui avrei forse potuto
permettermi una macchina migliore. Phil Cohen continuava
a sfottermi perch non ero ancora passata al digitale, ma
la Konica faceva bene il suo lavoro. Sostituii la batteria, verificai
che il flash fosse carico e poi ficcai lo zoom nella borsa,
insieme a tutto il resto. Tolsi dal freezer l'involucro di plastica
a chiusura ermetica in cui conservavo le pellicole, ne
estrassi alcuni rullini di Tri-X e li misi tutti nella borsa, tranne
uno. Una macchina fotografica  come una pistola: non
serve a niente se non  carica e a portata di mano.
Stampai le informazioni che Bredahl mi aveva inviato,
poi cancellai tutte le sue mail e la cronologia del browser. La
polizia, o un buon hacker, avrebbe comunque potuto recuperare
quei dati dal disco fisso. Probabilmente la mia ansia
era solo il prodotto dell'alcol e delle amfetamine, ma se non
era cos, avrei reso la vita pi complicata a chiunque avesse
tentato di seguire le mie tracce elettroniche.
Mi infilai gli stivali da cowboy Non erano certo le calzature
pi adatte al clima di Helsinki, ma non avevo altro. Presi
il mio chiodo, mi diressi alla porta e l ebbi un attimo di
esitazione.
Sulla scrivania, accanto al computer, vidi la busta che mi
aveva spedito Quinn. Estrassi la fotografia, la guardai e la
infilai nella borsa. Dopo di che andai a prendere l'autobus
per il JFK.
Quando arrivai all'aeroporto tremavo come una foglia, a
causa della caffeina e del Focalin, e faticavo a reggermi in piedi
perch non avevo bevuto nulla da quando ero uscita di
casa. L'addetto alla sicurezza mi guard di traverso, ma il
mio nome non compariva nell'elenco dei ricercati. Cos, dopo
aver superato i controlli, caricai la macchina fotografica con
il rullino di Tri-X, cambiai una parte dei miei dollari in euro
e andai alla ricerca del duty free. Sapevo due cose della Finlandia:
faceva freddo e l'alcol costava pi della cocaina. Comprai
una bottiglia di Jack Daniels per il viaggio e poi me ne
andai al bar, ad ammazzare il tempo fino alla chiamata del
volo. Una volta a bordo, mi sistemai accanto al finestrino,
inghiottii un Vicodin, mi calcai il berretto di lana sugli occhi
e mi addormentai.
Era buio quando avevo lasciato New York, buio quando
l'aereo era atterrato alle sei del mattino a Helsinki, ed era
sempre buio quando avevo superato i controlli alla frontiera
e il mio passaporto era stato timbrato da un tizio che sembrava
uscito direttamente dalla Terra di Mezzo. Due ore pi
tardi, quando finalmente scesi dalla navetta per ritrovarmi
nella poltiglia di neve e fango che ricopriva la strada davanti
alla stazione di Helsinki, era ancora buio.
...
.
...
CAPITOLO 6.
...
.
...
La facciata della stazione ferroviaria, progettata da Saarinen,
era fiancheggiata da minacciosi colossi che sembravano
pronti a qualche brutto scherzo se solo facevi un passo falso.
Tirava un vento gelido, che odorava di mare. Rabbrividii e
alzai il bavero della giacca, schivando passanti silenziosi e
minuti diretti al lavoro, vestiti di scuro. Cercai un taxi nella
fiumana di bus e auto che mi sfrecciavano davanti.
Dopo qualche minuto vidi accostare un'Audi scassata con
l'insegna TAXI sul tetto. La portiera si apr e ne rotol fuori
un uomo che cadde rovinosamente sul marciapiede. Ritrovatosi
carponi, sollev la testa e mi guard con aria stordita.
Lo scavalcai velocemente e mi infilai nel taxi, che ripart
sgommando prima ancora che avessi richiuso la portiera. Da
un minuscolo altoparlante usciva una musica stridula e chiassosa,
forse un'aria operistica. Il tassista grid qualcosa. Scossi
la testa, indicando insistentemente la radio. L'uomo fece
una smorfia ma abbass il volume.
Mihin mennn?.
Non parlo finlandese. Devo andare qui dissi, e gli consegnai
un pezzo di carta con scritto l'indirizzo di Ilkka Kaltunnen.
Lo guard e poi si volt verso di me.
Pu anche andarci a piedi, lo sa? Non  lontano.
Pu anche portarmici lei.
Il taxi fil via immediatamente per poi inchiodare quasi
subito a un semaforo. Andai a sbattere contro il sedile anteriore,
ma non ebbi il tempo di riprendermi che gi eravamo
ripartiti. Mi aggrappai alla maniglia della portiera e avvertii
un moto di solidariet per quel poveretto che si era ritrovato
a quattro zampe davanti alla stazione.
Il tassista mi lanci un'occhiata sospettosa dallo specchietto
retrovisore.
Non le piace Wagner?.
S, certo, adoro Wagner. Ma a un volume leggermente pi basso.
Das Rheingold. Ottimo per chi va in macchina al lavoro.
Americana?. Risposi con un cenno del capo. Sono andato a
Disneyland cinque volte. Amo l'America. Mai stata a Disneyland?.
No.
Dovrebbe andarci.
 nella lista delle cose da fare prima di morire. Lessi il
nome dell'autista sul tesserino di riconoscimento: William
Lindblad. Svedese?.
Finlandese di lingua svedese, come Tove Jansson. Chi conosce a Ullanlinna?.
NOTA: Scrittrice e illustratrice finlandese di lingua svedese (1914-2001), nota in tutto il mondo per la serie di libri per l'infanzia Mumin. FINE NOTA.
L'amico di un amico.
Lei ha amici ricchi.
Guardai fuori dal finestrino: una sfilza di boutique e ristoranti
di lusso, raffinati edifici Art Nouveau e, accanto,
massicci casamenti in stile sovietico. Un chiarore bluastro,
metallico, permeava ogni cosa: il sottoprodotto venefico di
un mattino quasi senza sole. Sembrava tutto stranamente familiare,
come se Helsinki fosse una citt nordamericana ritoccata
con Photoshop. Eppure quel chiarore aveva qualcosa
di irreale: mi pareva di guardare le strade attraverso una
lente che filtrava la luce solare e tingeva il mondo di un colore plumbeo.
Il taxi curv bruscamente, rischiando di investire un'anziana
donna vestita a strati di colori sgargianti, con un lungo
berretto di maglia. L'odore del mare si fece pi intenso. Oltre
l'accozzaglia di grattacieli e leziose casette in Jugendstil,
vidi lungo la linea dell'orizzonte un panorama diverso, brulicante
di navi da crociera, imbarcazioni da diporto, gru, pescherecci,
immense navi-container. Il tassista si volt a guardarmi:
Mai stata in Finlandia prima d'ora?.
No.
Che gliene pare?. Prima che potessi rispondere, ci inoltrammo sbandando in un dedalo di viuzze.  molto tranquillo qui. I finlandesi non sono dei chiacchieroni.
Non me n'ero accorta.
Oh, s. Lo sa come si riconosce un finlandese estroverso?
Guarda la punta delle scarpe degli altri, non delle sue.
Il taxi si ferm inaspettatamente di fronte a una casa a tre piani, una rivisitazione dello Jugendstil risalente alla met del Novecento: candido cemento armato e richiami all'Art Nouveau accuratamente selezionati, come scandole di cedro per il tetto, finestre piccole e squadrate, portone in bronzo bugnato.
Il giardino, semplice e ben concepito, era spoglio, disseminato di steli nudi e foglie morte che scricchiolavano al vento. Niente tradiva il fatto che l abitasse una celebrit del mondo della moda, piuttosto la casa aveva un'aria poco invitante, riservata.
Lindblad mi porse il suo biglietto da visita.
W. Lindblad. HELSINGIN TAKSI24 ORE SU 24. 9-363-9714.
Me lo misi in tasca, pagai la corsa e smontai in fretta dall'Audi prima che sparisse in una nuvola di gas di scarico. Mi
fermai un attimo e tentai di orientarmi. La confusa sensazione di calore prodotta dal Vicodin era svanita da tempo. Mi
ravvivai i capelli con le mani e rimpiansi di non aver fatto una doccia o preso almeno un caff. Mentre frugavo nella
borsa in cerca del Focalin udii un gracchiare stridulo echeggiare nella via deserta. Sollevai lo sguardo e notai un'enorme
cornacchia, la pi grande che avessi mai visto, appollaiata su una minuscola mensola sopra la porta d'ingresso. L'animale
pieg la testa di lato, mi fiss, apr e chiuse il becco e poi produsse un suono strozzato: Hyv iltaa.
Sbigottita, lasciai cadere la borsa- In quel momento, il portone di bronzo si spalanc e ne usc un uomo alto che indossava una camicia da lavoro sbiadita e pantaloni di cotone bianchi.
Sei Cassandra?.
Annuii. L'uccello saltell dal suo trespolo sulla spalla dell'uomo mentre io balbettavo: Ma... la cornacchia parla....
L'uomo gett qualcosa in un cespuglio di piante scheletriche.
L'uccello vi si avvicin con un colpo d'ali e inizi a frugare tra le foglie morte con un delicato becchettio. E un corvo.
Apu. Sta per ladro. Entra.
Lo seguii fino in soggiorno, dove tutto era di colore bianco, o quasi: pareti, soffitto, porte di legno. Un misto di Saarinen
e mobili Ikea. Qualche fotografia appesa alle pareti in una semplice cornice nera e, sopra il camino, un monumentale
dipinto di Jenny Saville raffigurante una modella scheletrica con addosso un abito di strass ridotto a brandelli.
Ilkka Kaltunnen. L'uomo alto mi tese la mano. Non aveva ancora quarant'anni, capelli castani a spazzola appena
striati di grigio e un viso sottile che sarebbe stato bello, se solo Ilkka avesse sorriso. Gli occhi erano neri e piccoli, infossati
dietro un paio d'occhiali con una montatura sottile di metallo; la pelle cos pallida che il viso pareva intagliato in un blocco
di ghiaccio lattiginoso. Odorava d'acqua di colonia costosa: vetiver, fico e fumo di legna. Ti va un caff?.
S, con piacere.
Prego. Mi indic una sedia. Torno subito.
Non riuscii a sedermi: quella stanza pareva il set di un film di fantascienza, tipo L'uomo che fugg dal futuro!
NOTA: Lungometraggio di fantascienza diretto da George Lucas nel 1971. Il film  ambientato in un futuro orwelliano in cui gli uomini, sorvegliati da macchine, si muovono in uno spazio anonimo e praticamente vuoto di un colore bianco abbacinante. FINE NOTA.
Buttai a terra la borsa e andai a dare un'occhiata alle fotografie.
Una sequenza di immagini in stop motion - un omaggio in bianco e nero a Eadweard Muybridge - mostrava un cadavere in posizione verticale, con braccia e gambe distese, come se stesse camminando. Notai anche una bella foto d'archivio che riproduceva il corpo mummificato di una ragazza: aveva gli occhi bendati e una lancia spezzata nell'incavo del braccio sottile, e quel che restava dei lunghi capelli biondi era avvolto attorno al collo.
 il ragazzo di Windeby. Mi voltai e vidi Ilkka, in compagnia
di una giovane dai capelli corvini che portava un paio
di pantaloni larghi di colore bianco e una maglietta nera.
Credevano fosse una ragazza ma il test del DNA ha rivelato
che si trattava di un giovane di quattordici anni.  una delle
mummie ritrovate nelle paludi dello Schleswig-Holstein, in
Germania. Il corpo era sepolto sotto cumuli di legna, coperto
da un grande masso. Un sacrificio. Lei  la mia assistente, Suri.
La ragazza sorrise. Aveva spalle larghe e braccia muscolose,
adatte al wrestling, mentre le mani erano sorprendentemente
piccole, con unghie squadrate, smaltate di viola.
Lieta di conoscerla disse. Appoggi sul tavolo un vassoio
carico di pasticcini, vers il caff e, prima di andarsene,
mi rivolse un altro sorriso smagliante.
Presi la mia tazza e mi sedetti con estrema cautela, domandandomi
se gli ospiti che rovesciavano il caff in quella
stanza immacolata finivano come i soggetti delle fotografie
alle pareti. Con un cenno del capo indicai la sequenza in stop
motion: Charles-Franois Jeandel?.
S. Quelle foto non sono mai state pubblicate n esposte,
a parte qui, ovviamente. Ilkka si abbandon sul divano
di fronte a me. L'avevo solo sentito dire, ma devo riconoscere
che  vero: hai proprio buon occhio.
Funziona meglio dopo un bel sonno.
Naturalmente. Dove soggiorni?.
Ero confusa. Probabilmente, in qualche angolo remoto
della mia testa, avevo dato per scontato che sarei rimasta a
casa sua. Stavo per rispondere quando Ilkka aggiunse: Prima
che mi dimentichi... Un corriere ha lasciato questa per
te stamattina presto.
Mi consegn una busta bianca, piuttosto gonfia. Nessun
destinatario, n il nome del mittente. Mormorai un grazie e
l'infilai nella borsa.
Ilkka evidentemente non amava fare conversazione, e cos
restammo in silenzio, bevendo i nostri caff. Mangiai uno
dei pasticcini e feci del mio meglio per evitare che la marmellata
di lamponi colasse sul rivestimento del divano. Sentii
il corvo gracchiare sommessamente all'esterno e un istante
dopo lo vidi balzare sul davanzale e picchiettare col becco sul vetro.
Ilkka si alz e and alla finestra per osservare l'animale.
Disse qualcosa che non riuscii a capire mentre batteva con
le nocche sui vetri. L'uccello vol via.
Gli hai insegnato tu a parlare?.
No. Ilkka sorrise, scoprendo denti bianchissimi. Diciamo
che l'ho incoraggiato.
Cosa sa dire?.
Hyudd iltaa. "Buonasera". Quando arriva la primavera
passa a hyv huomenta.
Ovvero?.
"Buongiorno".
Come fa a riconoscere la differenza?.
Quando le notti durano diciotto ore non  difficile.
Per qualche minuto nessuno parl. Ilkka continuava a
fissare la finestra mentre io mi sforzavo di nascondere il tremore
alle mani. Alla fine gli chiesi dov'era il bagno e Ilkka
indic il fondo del salone.
Da quella parte, a sinistra. Se ti ritrovi in cucina vuol
dire che sei andata troppo lontano.
Ringraziai, presi la mia borsa e attraversai lentamente il soggiorno.
Il motivo cromatico simil-artico si estendeva a tutta la
casa. Alcune nicchie ricavate nelle pareti accoglievano delicate
statuine d'avorio e un dente di balena sul quale era incisa
la scena di una decapitazione. Alcune opere di Deborah
Turbeville, cos elegantemente trasgressive, stavano accanto
ad altre fotografie pi macabre, come una cianotipia del XIX
secolo, raffigurante un quartetto d'archi di scheletri in abito
da sera, e immagini provenienti da uno scavo archeologico:
cumuli di teschi e scheletri senza cranio o senza arti.
Escludendo i lavori della Turbeville, nessuna di quelle
opere rifletteva il piacere per l'ostentazione che avevo associato
ai fotografi di moda che conoscevo, specialmente a coloro
che avevano fatto fortuna nei rutilanti anni Novanta.
Non riconobbi nessuna delle opere di Ilkka su quelle pareti.
Nessuna traccia delle sue fotografie commerciali, salvo la
decostruzione di un'indossatrice a opera di Jenny Saville.
Tutto pareva freddo, ascetico, quasi monastico, con l'unica
concessione di quella tenue fragranza al fumo di legna e vetiver.
Oltrepassai lo studio, in cui vidi Suri seduta davanti a
un portatile, e finalmente raggiunsi il bagno.
Chiusi a chiave la porta e bevvi una lunga sorsata di Jack
Daniels. Guardai nell'armadietto delle medicine: non c'era
niente, solo saponette, avvolte in una carta velina nera, dallo
stesso profumo autunnale della colonia di Ilkka. Ne presi una
e la misi nella borsa. Poi mi lavai la faccia, mi tolsi il dolcevita
sfilacciato e indossai la maglia a righe. Inghiottii un paio
di Focalin e aprii la busta che Ilkka mi aveva dato. All'interno,
c'era un portafoglio di plastica con tremila euro. Anton
era stato di parola. Contai met delle banconote e le infilai nel
mio vecchio portafoglio; il resto lo misi in tasca e me ne tornai
in soggiorno.
Ilkka era in piedi accanto alla finestra e stava parlando al
cellulare. Si scus con uno sguardo, senza interrompere la
conversazione, e dopo un minuto riagganci.
Scusa. Era mia moglie. Mio figlio si  sentito male a scuola.
 possibile che debba tornare a casa prima del previsto,
se il medico dice che non pu restare in classe.
Hai figli?. Era difficile immaginare dei bambini in quella
casa, cos come nel mio appartamento.
Due. Un maschio e una femmina. Ilkka guard il giardino
ricoperto di brina, poi si volt e indic un punto indefinito
del salone. Vieni. Ti mostro quello per cui sei venuta.
Ma prima dimmi come fai a conoscere Anton.
Non lo conosco. Mi ha chiesto di dare un'occhiata ad alcune
fotografie che intendeva acquistare. Le tue fotografie.
Non avevo mai sentito parlare di lui fino a due giorni fa.
 meglio per te se le cose rimangono cos.
Perch?.
Abbiamo un detto da queste parti: Kun paholaiselle antaa
pikkusormen, seperkele vie koko kden. "Se dai un dito al diavolo,
quello si prender tutta la mano".
Imboccammo un angusto corridoio e Ilkka disse: Ero
davvero contento quando ho saputo che Anton ti aveva ingaggiata
per verificare l'autenticit delle mie foto. Ragazze
morte  stato un libro molto importante per me. Lo scoprii
in una libreria di seconda mano, ai tempi dell'universit. Non
sapevo che ci fosse qualcuno che faceva esattamente il genere
di fotografie che volevo fare io. Mi sentii come se improvvisamente
fossi stato autorizzato a creare la mia opera. Le
tue foto sono invecchiate bene, meglio dei tuoi amici punk.
Esplose in una risata rauca. Iggy Pop e Johnny Rotten...
Dinosauri che vendono assicurazioni e burro in tv, e tanti
saluti all'anarchia. Ho visto su Internet la foto che hai ceduto
allo Stern, quella maschera funeraria della Kamestos. Tutto
ha un prezzo, giusto?.
Non mi interessa sapere chi  che offre da bere, basta che
paghi.
Allora spero che Anton ti abbia pagata bene. Se lo pu
permettere.
Scrollai le spalle. A dire la verit, ero rimasta sorpresa del
fatto che Anton e Ilkka conoscessero il mio lavoro. Da trentanni
vivevo sottotraccia, tirando a campare tra sbronze e qualsiasi
genere di droga riuscissi a scroccare a Phil Cohen. Era sconvolgente
pensare di avere una seconda vita, per gentile concessione
di qualche vecchia foto di cadaveri in bianco e nero.
Ilkka mi fissava incuriosito.
Sei una figura di culto disse. Non lo sapevi?.
Deve essere proprio un culto di nicchia.
Lo  ribad Ilkka ridendo.
In fondo al salone si apriva una stanza con le pareti rivestite
da pannelli di legno e il vano di una scala. Ilkka mi ferm
prima che iniziassi a salire. Non da quella parte. Di qui....
Fece scorrere lateralmente uno dei pannelli che nascondeva
la centralina di un sistema di sicurezza. Digit un codice
e un'intera sezione della parete si apr. L'ultima volta in
cui avevo sentito parlare di aggeggi simili era stato in un libro di Nancy Drew.
NOTA: Giovane detective, protagonista di una serie di libri gialli per ragazzi pubblicati per la prima volta negli Stati Uniti nel 1930 (e in Italia negli anni Settanta). Il personaggio, riveduto e corretto, sopravvive fino ai giorni nostri. FINE NOTA.
Ilkka entr, accese la luce e mi fece cenno di seguirlo, chiudendo la porta alle nostre spalle.
Attenzione alla testa. Scendemmo a capo chino un'angusta rampa di scale. In origine queste erano le stanze della servit. La cucina e la dispensa erano al piano di sotto. Le ho trasformate in una camera oscura.
Lo seguii fino in fondo alla scala; poi Ilkka apr una porta, mi cedette il passo e con un inchino disse: Benvenuta nel Valhalla.
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
.
...
La copertina di un vecchio album dei Van Halen riproduceva
il particolare di un quadro il cui autore aveva sofferto di disturbi
mentali. Il dipinto raffigurava una sezione del cranio
dell'artista, suddivisa in vari compartimenti in cui si affastellavano
le immagini dei traumi subiti e di incubi raccapriccianti
di natura freudiana: arti scarnificati, pestaggi, scarponi
chiodati.
La casa di Ilkka era simile: al piano nobile un Super-Io
estremamente rigoroso, mentre nel seminterrato la camera
oscura pareva dare accesso al suo cervello rettiliano. Un odore
familiare riempiva la stanza: l'aroma vinoso dell'acido acetico,
gomma arabica liquida, ammoniaca, anidride solforosa
e soluzioni a base di sali d'argento, tutte sostanze chimiche
utilizzate per lo sviluppo della pellicola. Avvertii anche uno
strisciante odore di fogna. Le pareti erano tappezzate di fotografie
di Ilkka tratte da riviste patinate: indossatrici che si
minacciavano l'un l'altra brandendo un paio di forbici; una
donna dalla pelle d'ebano con una raganella gialla sulla lingua;
una ragazza seduta a gambe divaricate su una toilette,
con cascate di tulle bianco che le nascondevano il petto.
In tutte le immagini appariva quel bagliore extrasolare che
era stato il marchio di fabbrica di Ilkka: una stella nova in
miniatura, un'esplosione di luce negli occhi delle modelle o
sulle forbici, in una goccia d'acqua o sulla schiena nuda di
una ragazza. Notai alcuni ritratti di gruppi heavy metal e diverse
fotografie sgranate, in bianco e nero, scattate sulla scena
di qualche omicidio.
 cos che ho iniziato. Ilkka indic un ritaglio di giornale
con la foto di un cadavere gettato nel bagagliaio di una
Volvo. Frequentavo l'universit di Jyvskyl, storia dell'arte,
e la polizia locale aveva bisogno di un fotografo. Il tipo che
lavorava abitualmente per loro era in vacanza, a Ibiza, cos
lo sostituii. Non  mai tornato. Io adoravo quel lavoro.
Perch hai smesso?.
Non mi andava di restare a Jyvskyl. Avevo deciso di
studiare archeologia e cos mi trasferii a Oslo e iniziai a seguire
le lezioni all'universit.  allora che ho conosciuto Anton.
Andavo spesso al suo club. Fu lui a presentarmi Jiirgen
Borne. Sai chi , vero? Jiirgen cercava un assistente e scelse
me. Mi occupai personalmente di quel servizio per Vogue
Italia, quello con Chira Hendrix e la renna. Fu una mia idea.
Dopo di che, le cose iniziarono a ingranare da sole.
Osservai un'altra foto di giornale: all'interno di una cucina,
una donna, raggomitolata sul pavimento di linoleum, si
proteggeva la testa con le mani; accanto a lei un martello, alla
cui estremit era impigliata una ciocca di capelli biondi. Le
chiazze di sangue scintillavano come gocce di mercurio liquido.
Aveva talento, Ilkka, fin dagli inizi della sua carriera.
Qui  ancora tutto pronto per sviluppare da pellicola
disse e accese altre luci. Ma ormai lavoro quasi esclusivamente
in digitale.
Le pareti erano occupate da armadietti e scaffali stipati
di scatole e attrezzatura fotografica. Il lavandino smaltato
era stato suddiviso in sezioni, per l'agitazione e lo sviluppo
della pellicola. Su una mensola, accanto a un monitor a schermo
piatto, erano sparse diverse foto e alcuni provini a contatto.
Al centro della stanza c'era un grande tavolo e in un
angolo una vecchia cassettiera.
Lo so disse Ilkka con un mezzo sorriso.  un casino.
No, al contrario. E fantastico. Sembra.... Stavo per dire
umano. Sembra un bel posto per lavorare.
Oh, lo , ma mia moglie lo odia. Non vuole che i bambini
vedano le mie fotografie, per questo abbiamo installato il
sistema di sicurezza. Lei non ha mai messo piede qui dentro.
Nessuno  mai entrato qui, tranne me. E ora te.
Inizi a sgombrare il tavolo, liberandolo da buste di carta
siliconata, stampe a contatto e da una grossa macchina fotografica
con un attacco vecchio stile per il flash.
 una Speed Graphic?.
Ilkka strinse la macchina al petto. S. La mia bambina.
Posso vederla?.
Esit prima di cedermela. Fa' molta attenzione.
Cos feci. La Speed Graphic  quella macchina fotografica
che compare spesso nei vecchi film in mano ai giornalisti,
quando si affollano attorno alla scena del delitto, o in occasione
di una campagna elettorale, oppure dietro le linee nemiche
durante la guerra. Anche Weegee ne possedeva una.
Era una macchina sorprendente: tre mirini, due otturatori,
tutto azionato a mano.
Dovevi essere veloce per usare una Speed Graphic. Era
utile possedere il dono soprannaturale di Weegee per sapere
quando premere il pulsante di rilascio dell'otturatore, ovvero
un microsecondo prima che la scena desiderata svanisse.
Con una macchina come questa gli sbirri pensano che sei dei
loro e ti lasciano passare, cos disse una volta Weegee.
La soppesai con cautela: non era esattamente una piuma.
Finiture nere, lisce come seta, bordi cromati. La cromatura
indicava che era un modello prebellico. Guardai Ilkka incuriosita:
Da quanto tempo ce l'hai?.
L'ho acquistata da un rigattiere, a Jyvskyl.  cos che
sono diventato un fotografo della polizia: sembravo perfetto
per la parte.
La Speed Graphic aveva persino l'attacco originale per il
flash: un riflettore concavo di sette pollici con la lampada
ancora montata, un vecchio modello della General Electric
che si chiamava Synchro-Flash ed era rivestito di blu, il che
significava che la macchina veniva usata per fotografare a
colori e non in bianco e nero. Quelle vecchie lampade producevano
una luce molto intensa, cinquecentomila lumen
rilasciati in una frazione di secondo.
 difficile trovare queste lampade?.
Ilkka sorrise mestamente. S. Ne ho fatto scorta per anni
ma adesso  sempre pi complicato trovarne di simili, perfino
su eBay. Quella che vedi  l'ultima, almeno finch non
trovo un altro fornitore.
Gli restituii la macchina, con la massima cautela. Ilkka la
ripose in un armadietto, da cui estrasse un panno bianco.
Non so quanto tempo ti servir per la tua valutazione
Ilkka si mise a pulire la superficie del tavolo ma Anton  molto
pignolo. Vuole che tutto sia perfetto e ordinato. Non deve
esserci alcun dubbio circa l'autenticit delle foto. Capito?.
S, certo. Ma voi due avete gi lavorato insieme, giusto?
Anton ha acquistato alcune delle tue fotografie, o almeno cos
mi  parso di capire.
S, ne ha qualcuna. Il tono di Ilkka si fece pi asciutto.
Vecchie foto che avevo scattato per la polizia e che gli ho venduto
quand'ero giovane e avevo bisogno di soldi, ma niente
che appartenga a questa serie. Nessuno l'ha mai vista.
Neanche Suri? E tua moglie?.
Ilkka neg scuotendo il capo. Ho messo un link temporaneo
su Internet a una sola di queste fotografie. L'hai vista?.
Il ragazzo con la faccia spaccata da una finestra?.
S. Gluggagasgir.
Gett il panno nel lavandino e da un cassetto tir fuori
due paia di guanti bianchi di cotone. Me ne porse uno e indoss
l'altro, aspettando che facessi lo stesso. Poi si avvicin
alla cassettiera, prese una chiave e apr l'ultimo cassetto. Con
la massima delicatezza estrasse una stampa molto grande,
44x28, forse, protetta da un foglio di velina. L'appoggi sul
tavolo e con estrema lentezza rimosse la carta. Mi sfugg un
fischio.
Era la foto che Anton mi aveva mostrato online: il ragazzo
dai capelli neri con indosso quel parka assurdamente sgargiante,
rigato di sangue, il volto squarciato dietro un velo di
schegge di legno e frammenti di vetro.
Non c'era confronto tra l'immagine sullo schermo e la fotografia
reale. Era stampata su carta patinata, probabilmente
Crystal Archive, con colori saturi talmente carichi che ebbi
l'impressione di essere al posto del fotografo, con il cadavere
del ragazzo ai miei piedi. Sotto un cielo senza luna, la neve
brillava di un candore abbacinante su enormi spuntoni di
roccia scura. Una goccia di sangue sui vetri in frantumi pareva
capace di macchiarmi le dita, se avessi osato toccarla.
Nel punto in cui un lungo frammento di vetro seghettato lacerava
la guancia del ragazzo, un bagliore intenso, il marchio
distintivo di Ilkka, risplendeva con tale luminosit da indurmi
a socchiudere gli occhi.
E incredibile... Ma, Cristo santo, cos'era successo?.
Quello che vedi. E morto. E accaduto a Vemdalen, in Svezia,
vicino al confine con la Norvegia. Dicembre 1991. Snocciol
quei dati come se leggesse l'orario dei treni. Gluggagasgir,
uno dei Jlasveinar, i "ragazzi del Natale".
Ragazzi del Natale? E cos'? Una setta?.
Ilkka sembrava sorpreso. No rispose immediatamente.
 una leggenda popolare, una specie di fiaba natalizia per
spaventare i bambini e farli stare buoni. I Jlasveinar sono dei
troll. In origine erano piuttosto mostruosi, ma poi sono diventati
personaggi piuttosto commerciali, tipo i Puffi: servono
a vendere biglietti di auguri natalizi e giocattoli. Sono stati
rovinati dal Cristianesimo e dal capitalismo, come tante
altre cose della nostra tradizione.
 una leggenda finlandese?.
Ilkka scosse il capo. No. Appartengono alla cultura nordica.
Noi finlandesi non siamo scandinavi ma nordici, e i
Jlasveinar sono islandesi. L'Islanda  stata colonizzata dai Vichinghi,
che hanno origini norvegesi, tuttavia la tradizione
dei Jlasveinar  ancora pi antica. L'ho studiata a lungo e
non so nemmeno io a quando risalga... migliaia di anni fa,
come minimo. Nel corso del tempo, il mito  stato contaminato
dalle credenze cristiane. Qui in Finlandia  andata anche
peggio: non esistono pi tracce autentiche del nostro passato.
Il pi importante poema epico finlandese, il Kalevala,
non  altro che una serie di storie rabberciate malamente da
un unico autore centosessanta anni fa disse con disprezzo.
Storie di uomini, streghe e divinit minori, ma non sono
quelli i nostri veri di. Per trovarli, bisogna guardare a un
mondo pi antico, in cui le tradizioni del passato sono ancora
vive.
Come la Norvegia?.
S, e soprattutto l'Islanda, dove la cultura nordica  sopravvissuta
nella sua forma pi pura. O almeno io la penso
cos. Originariamente i Jlasveinar erano piuttosto numerosi,
poi i produttori di giocattoli ne hanno scelti solo tredici,
quelli pi appetibili per il mercato. Nei giorni che precedono
il Natale, a partire dal 12 dicembre, i Jlasveinar visitano di nascosto
le case, di notte, uno alla volta. Gluggagaegir  il Ficcanaso,
che spia dalle finestre; poi viene Huraskellir, Colui
che fa sbattere le porte, e Pvrusleikir, Colui che lecca i cucchiai;
poi Lampaskuggi, l'Ombra delle lanterne, e Ketkrkur,
l'Uncina-carne, e poi....
Come? Niente slitte e campanellini? gli chiesi ridacchiando.
Uncina-carne... un nome da ricordare per gli auguri
di Natale.
I Jlasveinar non sono gentili come i vostri folletti. Non
sono stati influenzati dal Cristianesimo fino a quel punto.
Osservai di nuovo la fotografia. Hanno poi trovato l'assassino?.
Mai. Nessuno di questi cadaveri  mai stato scoperto,
n dalla polizia, n da altri, per quanto ne so. Ilkka mi
guard, puntandomi addosso quegli occhi freddi e grigi.
Con questo non voglio dire che li ho uccisi io. Questo no.
Ritorn alla cassettiera per prelevare un'altra fotografia che
appoggi accanto alla prima; rimosse la carta velina bianca e
disse: Questo  Pvrusleikir, Colui che lecca i cucchiai.
Non riuscii a trattenere una smorfia di disgusto.
Lo so disse Ilkka a voce bassa. E orribile.
Eppure il suo sguardo rimaneva fisso sulla stampa, la bocca
socchiusa, come se guardasse qualcosa di talmente meraviglioso
da non riuscire a parlare. Lo capivo.
Un vecchio era sdraiato su un cumulo di neve, la testa rivolta
verso l'obiettivo. Portava una felpa blu slavata, scarpe
da ginnastica tenute insieme con del nastro adesivo e pantaloni
di cotone sbiaditi che assomigliavano a quelli usati dai
medici in ospedale. Aveva un occhio aperto, di un azzurro lattiginoso
chiazzato di rosso. Al posto dell'altro occhio c'era un
buco e dietro la testa uno schizzo vermiglio sulla neve che
ricordava la pittura divisionista. Nella bocca spalancata era
conficcato un cucchiaio di metallo. La lingua non c'era pi e
la firma cromatica di Ilkka, il suo bagliore radioso, scintillava
sul cucchiaio come una miccia accesa. Pareva la scena raccapricciante
di una fiaba, come la strega di Biancaneve obbligata
a calzare scarpe di ferro incandescente o il principe
di Raperonzolo con gli occhi trafitti dalle spine di un rovo.
Eppure, quella fotografia era di una bellezza stupefacente.
Ilkka aveva catturato le venature azzurrognole della crosta
di neve e quello schizzo di sangue pareva fatto di piume
o petali rossi. Cercai invano qualche impronta, una traccia
che provasse la presenza di un assassino o di un qualche spettatore.
Come hai fatto a trovare il cadavere? gli domandai.
Chi ti ha passato la soffiata?.
Come faceva Weegee a trovare i cadaveri? Tengo le orecchie
ben aperte. E anche gli occhi.
Ma la polizia avr pur avuto qualche sospetto su di te.
Te l'ho detto: nessuno ha mai saputo di queste morti o
se n' preoccupato. Non conoscevo quest'uomo, ma guardalo
bene. Punt il dito sulla stampa. Questo cadavere...
di chi era? Te lo dico io: di nessuno. Kulkuri, un "vagabondo".
Se la sua vita avesse avuto valore, qualcuno l'avrebbe cercato
o almeno avrebbe pianto per lui. Invece non l'ha fatto
nessuno. Niente ricerche, niente indagini. Gli inverni sono
molto lunghi in questo angolo del mondo. In primavera, il
corpo era gi sparito. Come tutti gli altri.
Sparito?.
Lupi, orsi, linci, anche corvi concluse Ilkka con un gesto
sbrigativo. L'inverno divora ogni cosa.
Non  stato l'inverno a ucciderlo. Nemmeno i lupi.
E nemmeno io.
Per tu sai chi  stato.
La morte non reclama la vita di un uomo finch non
giunge la sua ora, e niente potr salvare colui che  destinato
a perire. Siate forti: la paura della morte  peggiore della morte
stessa.  l'insegnamento delle nostre saghe, e mai metterei
in dubbio queste parole. Il suo sguardo era impenetrabile.
Ti faccio vedere il resto.
Depose sul tavolo le altre fotografie, una alla volta. Con la
mano guantata scost delicatamente la velina che proteggeva
ciascuna stampa fino a svelare l'intera serie. Erano tutte fotografie
dello stesso formato, a colori, tutte scattate in inverno
e tutte contenenti, in qualche punto, il bagliore che era la cifra
distintiva di Ilkka.
Questo  Svellabrjtur, il Rompighiaccio.
Sotto la crosta ghiacciata di un qualche lago nordico, sacche
e bolle d'aria formavano una costellazione scintillante
tra i capelli biondi di un uomo. Aveva gli occhi sbarrati e la
bocca aperta, come nel mezzo di uno sbadiglio. La fotografia
era stata scattata di notte, con un tempo di esposizione
particolarmente lungo, sotto una luna cos splendente da assomigliare
a una lampada alogena in un cielo rigato di stelle.
Non doveva essere stato facile preparare quella scena, con il
fotografo costretto a restare all'addiaccio e al buio, accanto
a un cadavere sott'acqua, a contare pazientemente i minuti
prima di chiudere l'apertura. Mi domandai di quanto calasse
la temperatura ogni volta che Ilkka entrava in una stanza.
Kektrkur, l'Uncina-carne, pareva quasi ordinario in confronto
agli altri. Un uomo di mezza et, corpulento, con un
cappotto nero su un elegante completo giacca e cravatta;
giaceva a terra, su una spiaggia di sassi cosparsa di neve, con
un gancio da macellaio piantato nel cranio.
Dov'eravate?.
Sulla spiaggia di Huk, a Oslo. Una spiaggia per nudisti.
Sembra faccia freddino per stare nudi.
Ci vanno gli omosessuali, a fare sesso. Nessun funerale,
neanche per lui. Ilkka indic l'ultima fotografia. Huraskellir,
Colui che sbatte le porte.
Il paesaggio era spazzato da una tormenta di neve talmente
intensa da annullare il senso delle proporzioni: abeti,
massi, tutto era sommerso da dune di un candore azzurrognolo,
sul punto di infrangersi sopra un mare calcificato. Il
tempo di esposizione era stato talmente rapido che riuscivo
a scorgere i singoli fiocchi di neve soffiati dal vento verso
l'obiettivo, come minuscole esplosioni cristalline. Altrove, i
vortici prodotti dalla neve davano l'impressione all'osservatore
di guardare la scena attraverso una garza, rigata di nero
nei punti in cui il vento scopriva i rami nudi degli alberi.
E dovunque posassi lo sguardo, anche su quel cielo grigio
e anonimo, un bagliore radioso, ultraterreno permeava
ogni cosa, come se il mondo fosse esploso in una supernova
spettrale. Era il genere di foto che segna una carriera, lo scatto
di una vita.
E se Ilkka non mentiva, nessun altro l'aveva mai visto.
Ero talmente estasiata che mi ci volle qualche minuto prima
di notare il cadavere. Era in primo piano, sdraiato su
un'asse di legno, una porta. Aveva gambe e braccia divaricate,
talmente bianche che le avevo scambiate per creste di
neve. A differenza degli altri cadaveri, questo era il corpo di
una donna. Nuda, i seni piccoli, i capelli biondo platino. Il
viso era incolore, le labbra plumbee, mentre gli occhi spalancati
mostravano iridi di un verde scuro come il fondo di
una bottiglia. La testa era voltata in modo da guardare direttamente
in macchina e il corpo era curiosamente sgombro
di neve. Mentre la osservavo avvertii un formicolio alla nuca
e cercai di resistere all'impulso irrefrenabile di sparire anch'io
in quello spazio selvaggio e bellissimo.
Non ti danno il voltastomaco? mormor Ilkka.
No, sono incredibili.
Molti le troverebbero raccapriccianti.
Scrollai le spalle: la fotografia  l'arte che giustifica le atrocit.
Fotografia di guerra, pornografia, memento mori, le
orme lasciate nel luogo in cui  morta l'ultima alca impenne.
Nessuno di noi  innocente.
Il modo in cui catturi la luce.... Osservai gli occhi spenti
della ragazza, quasi fossero la parodia di quello sguardo
distaccato che tutti i grandi fotografi perseguono. Non ho
mai visto niente di simile. Non hai usato un lampeggiatore,
vero?.
No, sarebbe un... petkuttaa, un "imbroglio". Solo un semplice
flash. Io mostro ci che il mondo nasconde ai nostri occhi,
il vero mondo. Il sole non mente. La notte non mente.
Ma come hai fatto?  impossibile. Non c'era luce naturale.
No, quel che  impossibile  scattare una fotografia quando
c' solo luce. Non puoi fotografare il sole a mezzogiorno
senza un filtro, lo sai anche tu. E poi il buio totale non esiste.
C' sempre un po' di luce da qualche parte.
Ma non basta per questa. Indicai la stampa. Non basta
a far sembrare tutto cos... cos incandescente.
C' sempre luce ripet Ilkka. Perfino sottoterra. Non
tutti riescono a vederla, ma io s. Si chin su di me con aria
indagatrice. E tu riesci a vedere altre cose. Sono qui....
Avvicin l'indice al mio occhio destro, alla cicatrice che
stentava a guarire. Un difetto retinico. Vedo anche quello.
Odino baratt un occhio in cambio della saggezza e del dono
della vera vista. Forse hai fatto lo stesso anche tu.  cos?.
Si allontan da me e ritornammo a guardare le fotografie.
Hai visto qualche difetto anche in quelle persone? gli
chiesi.
Non so nulla di loro, se non quello che ti ho detto. Meritavano
di morire. Erano esseri impuri, soggiogati dalle tenebre
del loro cuore. Se adesso hanno trovato la luce, lo devono
a me.
 tutto qui? domandai, con gli occhi fissi sul tavolo.
Solo cinque?.
Non bastano?.
Anton mi ha detto che le fotografie sono sei.
Ilkka rimase in silenzio. Guardai quel viso cesellato, gli
occhi grigi, di ghiaccio, e cercai di dare un senso a quel che
aveva detto. Non percepivo l'afrore chimico della paura o dell'adrenalina,
niente indicava che Ilkka avesse toccato un'arma
diversa dal pulsante di rilascio dell'otturatore. Probabilmente
era pazzo ma diceva la verit.
Almeno in parte. Ilkka Kaltunnen forse mentiva a proposito
della sesta fotografia, ma non era un assassino. Era stato
qualcun altro. Anton? In tal caso, Ilkka lo ricattava, sebbene
fosse anch'egli inestricabilmente implicato in quel che era successo
in mezzo alla neve, sotto il ghiaccio, qualunque cosa
fosse. Non solo i due erano complici di un eventuale occultamento
di cadavere o della mancata denuncia di un crimine,
ma condividevano anche una serie di bizzarre convinzioni che
avevano portato alla morte almeno cinque persone, la cui
scomparsa era passata inosservata, senza neanche una lacrima.
Non avevo mai sentito parlare di un assassino che si portava
dietro un fotografo compiacente, ma c' sempre una prima
volta. Ilkka era chiamato a far da testimone a quegli omicidi
oppure veniva avvisato poco prima che il sangue si raffreddasse,
intascava i soldi e alzava i tacchi.
Il denaro era un argomento tutt'altro che secondario. Fotografie
di quel formato costavano parecchio. Nessun laboratorio
privato le avrebbe sviluppate o stampate senza fare
domande, o addirittura chiamare la polizia.
I fotografi sono come i maghi di professione: ammirano
l'attivit dei colleghi e si scambiano suggerimenti, ma  raro
che svelino i propri trucchi. Pensai di fare comunque un tentativo.
Come le hai sviluppate?.
Ilkka indic la stanza accanto. Entrai e vidi un enorme
macchinario, tutto bianco e sfavillante. Ricordava una bara di
plastica sotto un telone traslucido: era una stampante LED Chromira
di prima generazione. Evidentemente, Ilkka aveva
messo da parte una piccola fortuna per riuscire a comprarla.
Negli anni Novanta, quell'oggettino era capace di costare cinquantamila
dollari e spicci ma ti permetteva di stampare in
casa, al riparo da domande imbarazzanti a proposito di quel
sangue versato sulla neve. Notai un'altra porta in fondo alla
stanza, accanto alla quale si intravedevano una mezza dozzina
di interruttori luminosi. Ero pronta a scommettere che l
venivano sviluppati i grandi negativi a colori, con una macchina
ugualmente costosa.
Eppure, da quanto avevo capito, quell'apparecchiatura era
stata utilizzata una sola volta, per produrre una serie di cinque
fotografie. Dov'era la sesta che aveva menzionato Anton?
Ilkka aveva detto di lavorare esclusivamente in digitale, ormai,
e non c'era traccia di altre stampe di grandi dimensioni, a
meno che non le conservasse nella cassettiera. Chi investirebbe
centinaia di migliaia di dollari per attrezzature che non
usa quasi mai?
Un fotografo ricco e strambo e un perfezionista ossessivo,
seguace di qualche folle culto del cazzo. Lui e Anton facevano
davvero una bella coppia. Ritornai al tavolo, dove
Ilkka fissava impietrito la propria opera. E un buon lavoro,
vero, Cassandra?.
 fantastico. Ero sincera. Mi piacerebbe proprio sapere
come hai fatto.
La luce sopra le nostre teste accese un tremolante riflesso
nelle lenti degli occhiali di Ilkka, che mi sorrise senza rispondere.
Cosa farai se tu e Anton non troverete un accordo sul
prezzo? gli chiesi. Ci sono altri compratori interessati?.
La cosa non ti riguarda.
Allora venderai tutto a lui, stampe e negativi?.
Non ci sono negativi. Li ho distrutti tutti quanti. Queste
sono le uniche stampe.
Non vuoi tenerne una copia?.
Ilkka seguitava a fissare il tavolo. Quel tempo  finito
disse infine. Non ho rimpianti. Sono successe cose terribili
e non mi serve aiuto per ricordarle. Queste rimarranno le uniche
copie.
Era una buona strategia. La maggior parte dei fotografi si
arricchisce vendendo le ristampe ottenute da un negativo o,
ai giorni nostri, da un'immagine digitale. Ma le foto di maggior
valore, quelle che vengono battute all'asta o vendute in
transazioni private per una montagna di soldi, sono spesso
vecchi dagherrotipi o ambrotipi, immagini prodotte in un
unico formato perch non esistevano alternative nel XIX secolo.
La distruzione dei negativi originali crea quel genere
di rarit artificiosa che tiene a galla il mondo dell'arte.
Naturalmente, chiunque avrebbe potuto duplicare le immagini
di Ilkka, se fosse riuscito a mettere le mani sulle stampe.
Tuttavia, la qualit di quegli originali era irraggiungibile
e qualsiasi persona dotata di buon occhio, come me, ad esempio,
avrebbe riconosciuto subito la differenza tra la stampa da
un negativo originale e quella ricavata da una copia.
Senza poi considerare che la polizia non avrebbe tardato
a farsi viva, se quelle immagini fossero circolate su Internet.
Qualunque cosa avesse fatto nell'inverno del 1991, oggi Ilkka
non sembrava affatto il tipo da rischiare uno scandalo e magari
la prigione. Mi domandai quanto avesse chiesto per quella
serie di fotografie e perch le vendesse soltanto ora.
Il cellulare di Ilkka squill. Rispose subito ed entr nella
stanza che ospitava la stampante Chromira parlando sottovoce
in finlandese. Rimasta sola, mi avvicinai frettolosamente
alla cassettiera e aprii il primo cassetto in cerca della sesta
fotografia. Era vuoto, cos come il secondo e tutti gli altri. A
meno che non ne avesse stampate altre copie, nascoste chiss
dove, esistevano solo quelle cinque stampe. Feci una rapida
ricognizione della stanza ma non vidi nessun luogo in cui
avrebbe potuto nasconderle distese. Arrotolate potevano essere
dovunque, ma dubitavo che Ilkka fosse cos poco cerimonioso
con i suoi trofei.
Frugai in altri cassetti: niente, solo vecchi provini a contatto
e un fottio di pellicole. Poi mi avvicinai a un ripiano sul
quale erano sparsi vari CD di Can, Kraftwerk, Alan Hovhaness
e alcuni musicisti scandinavi che non avevo mai sentito
nominare. Ilkka soffriva indubbiamente di una specie di sindrome
di Stockhausen.
NOTA: Non esiste una sindrome di Stockhausen. Riprendendo per vaga assonanza la Sindrome di Stoccolma, l'autrice allude ai gusti musicali di Ilkka, alquanto elitari, come sarebbe la musica contemporanea di Stockhausen. FINE NOTA.
Trovai anche alcuni vecchi nastri, con etichette di fattura
casalinga che sfoggiavano immagini fotocopiate di croci rovesciate
e ragazzi dal trucco cadaverico, bianco e nero, secondo
lo stile black metal. I nomi delle band erano scritti
con l'evidenziatore: Sarcfago, Celtic Frost, Viar, Bathory.
Avevo sentito nominare i Bathory e conoscevo i Viar solo
perch erano scandinavi e perch Ilkka aveva scattato la foto
di copertina del loro primo album.
Diedi un'occhiata alle cassette dei Celtic Frost e ne presi
una con la parola BLOT scritta a matita sul cartoncino che
stava all'interno della custodia. Ilkka era ancora impegnato al
telefono, cos mi misi in tasca la cassetta e ne presi altre due
a caso. Non avevo nemmeno un registratore, ma che importava?
Un minuto dopo, Ilkka fu di ritorno.
Era mia moglie. Oskari sta peggio di prima. Devo andarlo
a prendere a scuola. Lei  in riunione e non pu muoversi.
Ricopr frettolosamente le stampe con la loro carta velina,
le ripose nella cassettiera e la richiuse a chiave. Ci sfilammo
entrambi i guanti bianchi e risalimmo le scale per tornare
di sopra.
Non so quanto star fuori. Il suo viso era teso.  l'influenza.
Mia moglie  in apprensione ogni volta che Oskari
ha la febbre. Se sta molto male  probabile che debba accompagnarlo
dal dottore.
Sembrava davvero preoccupato, pi di quanto pensassi
fosse normale per un semplice raffreddore, ma la cosa non mi
riguardava. Non c' problema. Penso di avere informazioni
sufficienti da riferire ad Anton.
Se hai altre domande possiamo parlarne stasera a cena.
Immagino che Anton non veda l'ora di chiudere il contratto.
Sarebbe l'occasione per conoscerlo.
Feci spallucce. S, certo. Senti, posso chiederti una cosa?
Quanto chiedi per quelle foto?.
Menzion una cifra due volte superiore a quella che avevo
immaginato. Anton era disposto a sborsare una somma
considerevole, per un'opera d'arte del 1990, comprensiva di
un generoso adeguamento all'inflazione. In contanti aggiunse
Ilkka.
Mi sarei presa a schiaffi per non aver chiesto pi soldi.
Raggiungemmo il primo piano, percorrendo un lungo
corridoio bianco come un tunnel in un sogno. Camminavamo
su tappeti intessuti a mano che attutivano il suono dei
nostri passi. Al piano di sotto, circondata dalla familiare confusione
dell'attrezzatura fotografica, avevo quasi dimenticato
dove mi trovavo.
In quel momento, provai invece la sgradevole sensazione
di essere in una terra straniera, dove non conoscevo nessuno,
intrappolata in una casa silenziosa, in cui le immagini
dei morti irradiavano una luce elettrica e i vivi camminavano
l'uno a fianco all'altro senza dire una parola.
Finalmente raggiungemmo lo studio. Ilkka parl con Suri,
mentre io attendevo in soggiorno.
Suri ti accompagner a pranzo disse. Le far sapere
quando prevedo di rientrare e se verr anche Anton per cena.
Cos potremo chiacchierare ancora un po'. Non vedo l'ora.
Inaspettatamente, Ilkka mi appoggi una mano sulla spalla.
Per un istante vidi il mio volto riflesso nelle lenti dei suoi
occhiali. Grazie, Cassandra. E pi facile separarmi da quelle
fotografie ora che le hai viste anche tu. E il nostro sguardo
che le mantiene vive, anche se  terribile, a volte, possedere
un simile dono.
Mi strinse forte il braccio e poi se ne and.
...
.
...
CAPITOLO 8.
...
.
...
Prego, entra pure. Suri sorrise e mi invit con un gesto
nello studio di Ilkka. Mi serve un minuto per finire qui e
poi possiamo andare a mangiare.
Mentre lavorava al computer diedi un'occhiata in giro.
Un'intera parete era occupata da schedari di legno, sopra i
quali erano appese le copie incorniciate delle copertine di
alcune riviste e diverse fotografie che ritraevano Ilkka insieme
a personaggi del mondo della moda, come Isabella Blow
e Franca Sozzani; copertine di Vogue Italia, Elle, Women's
Wear Daily, riconoscimenti come Ylconique Societas Award
e il Kontakt Award. Un'antica credenza colorata ospitava,
sui ripiani pi alti, fuori dalla portata dei bambini, curiosi
oggetti da collezione: vecchi libri con illustrazioni pop-up che
mostravano Cappuccetto Rosso divorato dal lupo; figurine di
Barbabl dipinte a mano, provenienti da un teatrino vittoriano
in miniatura; una fragile copia delle fiabe di Hoffmann,
aperta sulla terribile immagine di una ragazza avvolta dalle
fiamme. Ma quest'uomo non aveva mai visto niente di Walt
Disney?
Presi una pila di cartoline d'epoca, macabri biglietti di Natale
risalenti alla fine del XIX o all'inizio del XX secolo.
Ognuna raffigurava un diavoletto malizioso che giocava qualche
brutto tiro ai bambini: ne chiudeva uno in un sacco oppure
spaventava una ragazzina urlante agitando minacciosamente
un fascio di bastoni. In alcune cartoline, il diavolo
aveva piedi caprini, mentre in altre indossava scarpette eleganti
oppure stivali chiodati. In alcuni casi era accompagnato
da san Nicola, ma pi spesso se la sbrigava da solo. Su
ogni biglietto era stampato il medesimo augurio: GRUSS VOM
KRAMPUS! Saluti da Krampus!
Aprii il mazzo di cartoline a ventaglio, come se fossero tarocchi.
Cosa sono?.
Ah, hai trovato la collezione di Ilkka. Suri rise. Sono
vecchie cartoline di Krampus. Le compra su eBay.
Gliene mostrai una in cui il diavolo era a cavallo di un
manico di scopa, con la lingua arrotolata in un modo curioso.
Ma cos' questa roba?.
Non conosci Krampus? Se ne va in giro insieme a san Nicola
e picchia i bambini cattivi, perch imparino a comportarsi
bene. Suri rise di nuovo. Credo che la cosa funzioni:
Krampus fa davvero paura.
In Finlandia devono esserci un sacco di bambini traumatizzati.
Ma Krampus non  finlandese. E tedesco... No, austriaco.
Forse tutt'e due. In Finlandia ce Babbo Natale con le renne
perch, come sai, lui abita qui sul Monte Korvatunturi,
in Lapponia. I finlandesi hanno inventato Babbo Natale e tutto
il resto: le renne, i folletti e la neve.
Indicai le cartoline. Ma non questo qui, vero?.
No, Krampus no. Quello rientra nei gusti di Ilkka.
 un po' strano, per.
Ilkka si interessa di leggende antiche, soprattutto di riti
sacrificali.
Tipo la mummia di quel ragazzo ritrovata nella palude?.
S, oppure Pyhinpiva, come chiamavamo una volta la
festivit di Kekri, che celebrava la fine della mietitura, prima
dell'arrivo dell'inverno. La gente andava in visita ai cimiteri
perch in quel giorno i loro defunti sarebbero tornati in vita.
Non so perch gli piaccia tanto studiare queste cose, ma 
cos. Antichi culti, leggende. Adesso spengo il computer. Ho
fame.
Suri mi volt le spalle e in un angolo della scrivania notai
una fotografia incorniciata: Ilkka e una bellissima donna
bionda, sul ponte di una barca a vela, che abbracciavano due
ragazzini. La bambina, biondissima, non doveva avere pi
di cinque anni, mentre il bambino pareva di poco pi grande.
Era totalmente calvo, con le stesse labbra sottili e gli occhi
profondi del padre. Niente ciglia, n sopracciglia. Mi ricord
il ragazzo mummificato ritrovato nella palude di Windeby.
Lui  Oskari disse Suri sottovoce. Prese la fotografia e
la osserv. Il figlio maschio. Ha un cancro, una forma rara
di leucemia che colpisce il cervello. Era in fase di remissione,
ma pochi mesi fa ha avuto una ricaduta. Le cure mediche qui
sono ottime, ma ormai Oskari non risponde pi alle terapie.
Per questo motivo Ilkka  cos sconvolto quando prende un
raffreddore. Vogliono portarlo all'estero per una cura sperimentale,
ma costa davvero tanto.
Immagino.
Le cure per il figlio potevano spiegare la decisione di Ilkka
di vendere le foto dei Ragazzi del Natale. O forse c'era sotto
qualcos'altro, e quello era un buon pretesto per liberarsene.
Comunque fosse, decisi che avrei fornito a Bredahl un parere
pi che positivo sulle fotografie, magari inventandomi un
altro compratore interessato all'acquisto, giusto per far salire
un po' il prezzo.
Raggiungemmo la porta d'ingresso. Suri si ferm per calzare
un paio di stivali e indossare un berretto di lana dai colori
brillanti. Hai visitato un po' la citt? No? Allora andiamo
al mercato del porto, sempre che ti vada di camminare
un po'.
S... perch no....
Presi la giacca e la seguii. In realt mi andava pi che altro
di farmi un goccetto, ma non volevo esibire la mia scorta
di whisky davanti alla ragazza. Avevamo quasi raggiunto la
strada quando udii un rumore alle nostre spalle, come un
dado gettato su un tavolo. Mi voltai e vidi il corvo appollaiato
sopra la porta, che apriva e chiudeva il becco mentre mi fissava
minaccioso con uno dei suoi occhi gialli.
Hyv iltaa gracchi, e vol via verso la cima spoglia degli
alberi.
...
.
...
CAPITOLO 9.
...
.
...
Ci incamminammo verso il porto. Un'aura grigiastra ammantava
l'aria. Impiegai alcuni minuti per capire che non
era nebbia n smog, ma luce, o meglio, l'assenza di luce. Tutto
sembrava opaco e leggermente fuori fuoco, come se stessi
guardando il mondo attraverso una vetrata sudicia. Suri camminava
di buon passo al mio fianco, a capo chino, per proteggersi
dal vento. Perch non sei andata a vedere il porto?.
Sono appena arrivata. Ho preso un taxi dalla stazione
ferroviaria e sono venuta direttamente a casa di Ilkka.
Potevi anche venire a piedi. Spero che il tassista non ti
abbia fatto spendere troppo.
Le strade erano incredibilmente affollate, nonostante il
tempo pessimo, anche se, per quel che ne sapevo io, la giornata
poteva essere giudicata gradevole, secondo gli standard
locali. I finlandesi camminavano con gli occhi a terra e parevano
conversare pi animatamente al cellulare di quanto non
facessero tra loro. Suri portava un paio di guanti senza dita,
che le consentivano di scrivere i messaggi a una velocit incredibile.
Tutto ci mi faceva sentire ancor pi alla deriva,
in un sogno senza luce, circondata da fantasmi che non sapevano
di essere morti. Gli unici suoni che arrivavano alle
mie orecchie erano le onde che si infrangevano sul molo e le
grida dei gabbiani che volteggiavano sulle nostre teste.
Mangi carne?. Suri smise di pestare i tasti del cellulare,
giusto il tempo di lanciarmi un'occhiata. Risposi affermativamente,
con un cenno del capo. Bene. Qui vicino c' un
chiosco che fa degli ottimi hot dog.
Ci avvicinammo a una bancarella sotto una tenda sbiadita.
L'hot dog era buono. Non mi ero resa conto di quanto
avessi fame. Non mangiavo da quasi due giorni. Divorai il panino
accompagnandolo con un'aranciata, poi ne presi un altro,
con una montagna di cipolle. Dovevo pur mangiare un
po' di verdure.
 buono, vero?. Suri afferr delicatamente il suo panino
e gli diede un morso.
Molto buono. Cercai invano un tovagliolo e finii per pulirmi
le mani unte sulla giacca. Sarebbe ancora pi buono
se trovassimo un posto per bere qualcosa.
S, certo. Suri indic un capannello di persone che si
affollavano davanti all'ingresso ben illuminato di un locale.
Possiamo andare l, se ti va.
Che ne dici di un posto meno turistico?.
Ma tu sei una turista. La ragazza sorrise. Ho capito.
Conosco il posto giusto. E un po' lontano, ma  bello camminare
all'aria aperta.
L'affermazione era discutibile. Cercai di sistemarmi la sciarpa
per evitare che mi si congelassero le orecchie e affrettai il
passo per stare dietro a Suri. Da quanto lavori per Ilkka?.
Come assistente? Da quasi dieci anni. Ho iniziato che
avevo vent'anni. Prima ero una delle sue modelle. Lavoravamo
insieme da quand'ero ragazzina, poi, quando sono diventata
troppo vecchia, mi ha assunto per aiutarlo durante i
servizi fotografici. Adesso mi occupo quasi esclusivamente
del lavoro d'ufficio.
Sei apparsa in qualche foto famosa?.
In diverse, come quella per Vogue Italia, con la renna. 
stato il mio primo lavoro importante, in Lapponia. Mi congelai
le chiappe ma non mi ammalai, a differenza delle altre
ragazze. Loro, per, non erano finlandesi.
Hai avuto una relazione con lui?.
Con Ilkka? No. Non usciva mai con le ragazze. Sua moglie,
Kati,  una donna bellissima, e poi lui adora i suoi figli.
Anche allora, prima di sposarsi, non pensava ad altro che al lavoro.
Gli piacciono i luoghi molto freddi e non credo fossero
tante le modelle che avevano voglia di passare ore sui ghiacci
della Lapponia. Per questo chiamava sempre me.
E i video musicali? Ti chiamava anche per quelli?.
Suri fece una smorfia. Bleah! No, mai! Quell'ambiente
mi faceva paura. Ilkka l'ha frequentato per un po', ma ha
smesso quando ha incontrato Kati.
Intendi l'ambiente dei club di Oslo?.
Non lo so. Suri era titubante. Beh... S, quello. Quella
musica, black metal... Ilkka la metteva sempre mentre fotografava.
Io la odiavo. Fu un brutto periodo. Accaddero
cose orribili. La ragazza pass in rassegna con lo sguardo la
mia giacca di pelle, gli stivali con la punta di metallo, la cicatrice
vicino all'occhio. Ma forse a te piace quella musica.
Stavo per formulare un'altra domanda quando Suri scosse
la testa con forza: No. Porta sfortuna parlare del diavolo.
Di qui, da questa parte....
Svoltammo in una stradina. Non c'era niente che potesse
attirare fin l i turisti appena sbarcati da una crociera nei
mari del nord: solo case con reti metalliche alle finestre e container
vuoti che puzzavano di petrolio. Dal molo di carico di
un impianto per la lavorazione del pesce proveniva un fetore
talmente disgustoso che dovetti trattenere il fiato finch
non passammo oltre.
Suri camminava con passo leggero, e i capelli lucenti, sfuggiti
al berretto, fluttuavano delicatamente nell'aria. In fondo
alla via, imboccammo un vicolo. Un'insegna al neon tingeva
il marciapiede di un brutto rosa shocking. Un cane dall'aria
macilenta era legato a un palo, accanto alla porta di una baracca
di lamiera. Non mi sarei mai aspettata che Suri frequentasse
un posto simile, ma la ragazza scavalc con decisione
il cane ed entr.
Il locale era buio e puzzava di birra e pesce fritto. Diversi
uomini erano seduti a bere, avvolti in una nuvola di fumo
nonostante i cartelli mostrassero una sigaretta barrata da una
X rossa. Da dietro il bancone, una donna salut Suri. Era
molto alta, anche pi di me, con una corporatura che ricordava
una pila di amplificatori Marshall.
Birra, giusto? domand Suri.
Annuii e andai a sedermi a un tavolo accanto alla parete,
in fondo al bar. Suri mi raggiunse con due bicchieri colmi fino
all'orlo.
Devo rientrare presto disse. Ilkka mi ha lasciato alcune
pratiche da sbrigare.
La birra aveva un gusto strano, come se qualcuno ci avesse
versato del sale. Gli uomini si voltarono a guardarci, a
guardare Suri, in realt. Mentre si toglieva la giacca e il berretto
e scuoteva i suoi lunghi capelli, quel bar lercio si trasform
improvvisamente nel fondale un po' equivoco di un
servizio fotografico.
Kippis! "Salute"!. Suri alz il bicchiere e in un solo sorso
si scol una quantit impressionante di birra. Come mai
conosci Ilkka? Siete vecchi amici?.
Non direi.
Ti ha portato nella camera oscura, al piano di sotto.  il
suo temppeli, il suo "santuario", come lo chiamo io. Lo conosco
da anni ma non mi ha mai concesso di vederlo. Non permette
nemmeno a Kati di entrarci. Per questo ho pensato
che voi due foste molto intimi.
Abbiamo un amico in comune, o meglio, un conoscente
in comune. Un certo Anton Bredahl.
Mio Dio! esclam Suri, con una smorfia. Lo conosci?.
Non ci siamo mai incontrati di persona. Abbiamo chiacchierato
un po' online. Perch?.
 un tipo inquietante. Era appassionato di death metal
prima e black metal poi. Mayhem, Viar, Darkthrone, gruppi
simili. Gestiva un club a Oslo. Ci sono andata un paio di
volte con Ilkka. Odiavo quel posto. La musica era talmente
assordante che diventavo sorda per almeno due giorni. Poi
la gente che frequentava quel locale mi spaventava da morire.
C'era un buttafuori, un tipo che faceva davvero paura....
Suri rabbrivid.
Tutti i buttafuori fanno paura. Sono pagati per quello.
Ma lui era diverso. Abbass la voce e si chin sul tavolo per avvicinarsi a me. Faceva a pezzi la gente... cadaveri,
persone che Anton aveva ucciso per soldi. C'era una ragazza,
una prostituta estone:  sparita. E anche un altro tizio, uno
spacciatore. Il buttafuori prendeva i corpi, li faceva a pezzi e
poi li seppelliva. L'hanno visto persone che conosco: era con
la sua fidanzata una sera. Lei aveva una borsa e dentro c'era
una testa.
Scoppiai a ridere. Una testa? Come facevano a saperlo
se era dentro la borsa?.
Suri fissava nervosamente il bicchiere di birra. Non mi
piace parlare di quella gente.
Tipo Anton?.
Te l'ho detto...  inquietante.
Un giovane inquietante o un vecchio inquietante?.
Non tanto vecchio. L'et di Ilkka. Ha vissuto per un po'
a Berlino; faceva affari sul mercato nero, prima del crollo
del Muro. Poi  tornato a Oslo e ha aperto il Forsvar, il suo
club. Tutte le band dark metal hanno suonato l. C'era una
stanza dipinta di nero dove si riunivano, in privato.
Ci sei mai entrata?.
Io no ma Ilkka s, e mi ha detto che non mi sarebbe piaciuta.
Si strofin le braccia, tremante. Quei tipi l dentro
facevano cose brutte....
Droga?.
S, droga, anche se preferivano la birra. Ma c' dell'altro.
Anton  un kiero, un "depravato". Colleziona fotografie di cadaveri.
Beh, alcuni fotografi amano quel genere. I collezionisti
sono numerosi, e si guadagna bene fotografando i morti.
S, l'ho sentito dire, ma non  questo che intendo.
Anton compra le fotografie scattate dagli assassini stessi, oppure
i loro disegni o i quadri. Criminali americani, tedeschi, indonesiani, chiunque. Serial killer.
Come John Wayne Gacy? I ritratti dei pagliacci? Che idiota. Sono orrendi!.
NOTA: Noto serial killer, autore di oltre trentatr omicidi. In carcere, prima della condanna a morte, si dedic alla pittura dipingendo in particolare pagliacci. FINE NOTA.
C' gente che non la pensa cos. Alcuni musicisti di quelle
band collezionano questo tipo di roba. E Anton che gli
vende i quadri, insieme ad altre cose. Anton stesso  un collezionista
e conosce gente disposta a sborsare parecchio per
questo tipo di materiale.  cos che Ilkka l'ha conosciuto...
Ilkka prima faceva il fotografo per la polizia, lo sapevi? Quando
ancora non esisteva Internet, i collezionisti si incontravano
in una stanza d'albergo a Berlino, a New York o a Oslo.
Adesso fanno tutto online.
O nel club di Anton.
 per questo che preferisco stare alla larga. E poi quella
testa....
Hai mai incontrato i suoi clienti?.
Ho cercato di non farlo. E poi Ilkka non  rimasto a lungo
in quel giro aggiunse in tono serio. A volte vende una
delle sue vecchie foto ad Anton, per fargli un favore. Sono
io che tengo i contatti, in quei casi. Non  illegale. Si potrebbe
pensare che lo sia, ma non  cos. E una forma di collezionismo.
Lo chiamano murderabilia. Alcuni acquistano
solo le opere dei serial killer in galera, altri preferiscono i
loro autografi oppure.... Fece una smorfia e continu: Oppure
i loro capelli, le unghie tagliate, qualsiasi cosa purch
provenga da un assassino. Secondo me dovrebbero proibirlo per legge.
Questo forse spiegava come Anton avesse saputo di me.
E spiegava anche l'impennata nelle quotazioni di Ragazze
morte. Ai collezionisti compulsivi bastava che il mio nome
fosse stato brevemente associato a quello di un serial killer. La
foto sullo Stern li aveva portati al mio libro e quindi, nel caso
di Anton, direttamente a me.
Distesi le braccia sul tavolo e presi le mani delicate di Suri
tra le mie. Lei sorrise. Portai una mano alla mia bocca e la
baciai, per poi far scivolare la lingua tra le nocche, che sapevano
di sale e inchiostro. Dopo un istante, Suri ritir la mano,
senza smettere di sorridere. Mi soffermai a osservare l'anello
che portava al dito medio, una fede d'argento con una pietra
di luna incastonata.
La mia ragazza disse. Per Natale. Siamo fidanzate.
Peccato. Mi abbandonai sullo schienale della sedia.
Per c' una cosa che non capisco. Dici di odiare quell'ambiente
per lavori ancora per Ilkka, il che vuol dire che devi
trattare con gente come Anton.
Suri bevve l'ultimo goccio di birra. S, lo so, sono un'ipocrita,
ma le immagini di quei cadaveri non sono poi tanto
diverse dalle fotografie di moda. Il corpo umano  solo un
oggetto, per quella gente. Non importa a nessuno se la modella
pesa quarantaquattro chili e deve simulare un'overdose
con addosso un vestito di Galliano. Perch dovrebbe essere
pi importante un corpo morto di uno che finge di esserlo?.
Ma anche tu hai posato per foto simili con Ilkka, e non
credo che ti abbia puntato una pistola alla tempia.
Sai perch ha smesso di lavorare nel mondo della moda?.
Si  sposato e ha avuto dei figli. La solita storia.
Durante un servizio fotografico a Londra ha dovuto chiamare
un'ambulanza perch la modella era talmente denutrita
che stava per morire. Fu allora che Ilkka decise di chiudere
con la moda. Quella ragazza ero io. Osservai le braccia
di Suri, cos ben modellate, gli zigomi alti e decisi, il mento
squadrato e forte. Beh, ora sai perch lavoro per Ilkka: mi
ha salvato la vita.
Stavo per ribattere che Ilkka era anche l'uomo che aveva
fotografato ragazze anoressiche in mezzo alla neve, ma Suri
mi interruppe:  stato coraggioso, davvero. Non guadagna
pi come allora. Kati ha un buon lavoro, ma non se la passano
tanto bene a causa della malattia di Oskari. Hanno tentato
di tutto e ora vogliono andare in Messico, in una clinica,
ma i costi sono molto, molto alti e hanno perso parecchio
denaro a ottobre, per investimenti sbagliati, credo. Il loro
consulente finanziario era un vero stronzo. Sentivo sempre
Ilkka che discuteva con lui al telefono. Spero solo che non
sia costretto a licenziarmi. Suri diede un'occhiata al cellulare.
Dobbiamo rientrare.
Credo che rester qui ancora un po'. Sono esausta.
Era vero, ma soprattutto ero stanca di quella situazione:
troppo complicata, e poi io non c'entravo niente, se non per
l'assegno che mi spettava. Anton Bredahl pareva proprio quel
genere di figlio di puttana che avrebbe meritato di perdere
fino all'ultimo centesimo nel crollo delle Borse, se fosse esistita
una giustizia a questo mondo.
Invece guadagnava Dio solo sa quanto, smerciando fotografie
che rasentavano lo snuff. Non ero turbata dalle immagini
scattate da Ilkka: erano belle e sembravano coerenti con
i gusti di una persona che colleziona biglietti natalizi con l'immagine
di Satana. Comunque, tutta quella gente ricca iniziava
a darmi la nausea.
Suri indoss la giacca. La ringraziai per la birra e le chiesi
se potevo usare il suo cellulare. Me lo prest. Mi allontanai verso
un angolo tranquillo del locale, presi il numero di Anton che
tenevo in tasca e lo chiamai. Rispose immediatamente.
Ciao, Suri.
Sono Cass Neary. Ho dato un'occhiata a quelle foto, come
voleva.
Davvero ? Ha fatto presto.
S, beh... Ce ne sono solo cinque. Non c' voluto molto.
Ilkka ha una specie di caverna di Batman nel seminterrato,
una camera oscura, o almeno lo era, prima che passasse
alla fotografia digitale.
Ma le foto non sono digitali, vero? chiese Anton, alzando
leggermente la voce.
No, sono state scattate su pellicola, a colori. La carta di
stampa deve essere una Crystal Archive della Fuji, Super
Glossy. Ha usato una Speed Graphic Graflex d'epoca, negativi
a colori, formato 4x5. Ilkka possiede processore e stampante,
e quindi ha fatto tutto da solo. La stampante  una
Chromira, forse il meglio in circolazione quando l'ha acquistata.
Funziona ancora perfettamente.
Ottimo lavoro. Ma erano solo cinque?.
S e tutte splendide... incredibili.
 sicura del numero?.
Forse ne aveva altre, ma io non le ho viste e lui mi ha
detto di avere solo quelle. Mi creda: per foto cos belle, cinque
sono anche troppe. Non so cosa darei per sapere come
le ha fatte.
Forse  meglio non saperlo disse Anton ridendo. Sembrava
sollevato. Avete parlato di prezzi?.
Non ho sollevato la questione, per Ilkka ha menzionato
qualcun altro interessato all'acquisto. Un tizio di Oslo, credo,
uno con le tasche piene di soldi.
Anton rimase in silenzio talmente a lungo che temetti
avesse riattaccato.
Addio cure miracolose per il piccolo Oskari, pensai. Poi
sentii di nuovo la sua voce, decisamente pi fredda.
Ilkka e io abbiamo un accordo. Dovrebbe ricordarglielo.
Gli dica che andr da lui stasera. Come desidera ricevere il resto
del compenso?.
Me lo spedisca a New York. Gli comunicai l'indirizzo.
Assegno circolare.
Addio, Cass disse Anton e riattacc.
Raggiunsi Suri, che stava parlando animatamente con la
barista, e le restituii il telefono. Avrebbe certamente visto la
chiamata indirizzata ad Anton, ma per allora sarei gi stata
lontana. La ringraziai di nuovo per la birra.
Di niente. Mi sorrise. Sei sicura di non voler rientrare?
Ilkka vorr di certo parlare ancora un po' con te a cena.
S, ma non so cosa far. Ero tentata dall'idea di restare
e parlare di fotografia con Ilkka, ma non avevo nessuna voglia
di incontrare Anton, soprattutto dopo aver appena tentato
di gonfiare il prezzo delle foto. Probabilmente cercher
un posto in cui dormire un po'.
Okay. Suri accenn col capo alla gigantessa dietro il
bancone: Chiedi pure a Ritva, se ti serve qualcosa.
Mi baci sulla guancia. La guardai andar via, pentita di
non aver osato di pi nel tentativo di sedurla. Chiesi un'altra
birra a Barzilla e ritornai al tavolo. Il bar si riemp di nuovi
clienti ma nessuno sembrava far caso alla mia presenza. Una
musica gracchiava dagli altoparlanti: la colonna sonora della
serie Hazzard, in finlandese. Finii la birra e mi versai un po'
di whisky dalla mia scorta personale. Sentivo la testa ronzare,
per via del rumore, dell'alcool, del Focalin, del jet lag e
della stanchezza, il tutto mescolato al ricordo delle foto che
avevo visto nel seminterrato di Ilkka. Ma pi che altro, avvertivo
il dolore pulsante, ottuso e familiare dell'invidia. Non
per la ricchezza di Ilkka, n per la sua casa o la sua famiglia,
e nemmeno per la sua collezione d'arte. Ho vissuto tutta la
vita senza queste cose e morir senza.
No. Invidiavo la sua ossessione, quell'alchimia di desiderio
e paura che aveva alimentato le sue fotografie. Non puoi
catturare immagini simili senza essere innamorato del soggetto.
Ma che genere di passione pu indurti a viaggiare da solo,
in pieno inverno, in un luogo dimenticato da Dio, rischiando
non solo l'ipotermia ma anche la galera? Le spese mediche
per il figlio sarebbero state un motivo valido ma non sufficiente,
e poi gli omicidi erano stati commessi molto tempo
prima che il bambino nascesse. Una sensibilit visiva straordinaria
e perversa si nascondeva dietro quegli occhialini sottili
e quell'aria taciturna. L'avevo riconosciuta perch anch'io
ero stata divorata da quello stesso fuoco, ma era passato
tanto tempo e mi sembrava di riesumare il ricordo di una
storia che avevo sentito raccontare da qualcun altro.
...
.
...
CAPITOLO 10.
...
.
...
Quinn.
Una volta bastava quel nome a evocare un mondo intero, ormai perduto. Nessuno, n prima n dopo, mi aveva fatto sentire cos, o vedere cos. Il fumo di sigaretta e la scarica accecante del nitrato di amile, la stessa scarica ardente che mi davano Quinn, il sesso, lo speed e la puntina che graffiava il vinile.
NOTA: nitrato di amile: Sostanza chimica nota come popper e usata come stupefacente per i suoi effetti eccitanti. FINE NOTA.
Ma non era soltanto sesso. Anche quando Quinn se n'era
andato, la sensazione costante che fosse l fuori, da qualche
parte - nel centro di New York, in un'altra citt o persino in
un altro paese - dava a tutto ci che vedevo o che facevo un
fascino segreto, nutriva la speranza che da un minuto all'altro
lui potesse entrare al CBGB o al Club 82, oppure sbucare
dal caos di una festa in qualche squallido loft. Fotografare
Quinn aveva cambiato la mia percezione del mondo. Lui era
la lente che rendeva ogni cosa pi scura e al tempo stesso
dolorosamente nitida, a fuoco. Non era amore ma qualcosa
di ancora pi forte: era un senso di immanenza, l'essere sull'orlo
di una qualche rivelazione che mi spingeva a imbracciare
una macchina fotografica da quattro soldi, caricata con
un rullino in bianco e nero. Quella sensazione mi aveva accompagnato
durante i miei primi anni a New York, aveva plasmato
le mie opere migliori. Anche se nessun altro poteva
vedere lo sguardo di Quinn riflesso in una siringa spezzata o
nello specchio del bagno di un bar all'ora di chiusura, io lo vedevo.
Lentamente, quella sensazione era sfiorita, oppure ero stata
io a sfiorire. A volte ne avvertivo ancora le vibrazioni, ma
dovevo essere sbronza perch accadesse. Come in quel momento.
Estrassi la fotografia di Quinn dalla borsa e osservai quegli
occhi lividi, a un tempo fieri e un po' disperati. Avevo sempre
creduto di sapere come sarebbe andata a finire quella storia:
la prigione e poi...
Poi cosa? Il ragazzo di quella fotografia era svanito, come
la ragazza che si trovava dietro l'obiettivo. Eppure, da qualche
parte, un uomo che si chiamava Quinn O'Boyle aveva
trovato quell'immagine. E aveva trovato me.
Rimisi la fotografia nella borsa. La musica cess e i miei
passi risuonarono in tutto il locale mentre mi dirigevo al bancone.
Ritva sollev lo sguardo da una rivista.
Un'altra?.
No, grazie. Le mostrai il biglietto da visita che William
Lindblad mi aveva dato quella mattina. Posso telefonare?.
La donna fece scivolare un telefono lungo il bancone. Composi
il numero.
Hehingin Taksi. -
Comunicai l'indirizzo del bar. Il taxi arriv dopo pochi minuti,
sempre con Wagner a tutto volume. Lindblad mi salut
con un cenno del capo mentre salivo in auto. Si ritorna
a Ullanlinna?.
All'aeroporto.
Questa dovrebbe piacerle strill, mentre usciva in retromarcia
dal vicolo. Valchirie. Come lei. Spi la mia reazione
dallo specchietto retrovisore e poi si tocc l'angolo
esterno dell'occhio.  una cicatrice, vero? Va gi a casa?
Helsinki in inverno non  molto divertente. Per questo le
consiglio di provare Disneyland.
Me ne ricorder la prossima volta dissi, reggendomi
forte mentre il taxi abbandonava sobbalzando la citt.
Solo due voli giornalieri collegavano Helsinki a Reykjavik. La
compagnia Icelandair non accettava pagamenti in contanti,
cos fui costretta a optare per un operatore minore che serviva
alcune mete turistiche nella zona del Circolo Polare Artico.
Sembrava che nessuno volesse i miei soldi. Quando cercai
di cambiare un po' di euro in corone, l'impiegata dell'ufficio
di cambio mi guard con aria annoiata: Non trattiamo
la corona islandese.
C' qualcun altro che lo fa?.
Nessuno tratta la corona islandese.
Trovai un angolo tranquillo, finii la mia bottiglia di Jack
Daniels e mi avviai verso il controllo sicurezza. Il mio bagaglio
venne ispezionato attentamente, forse perch avevo appena
pagato in contanti un biglietto di sola andata per un
paese talmente al verde che io, in confronto, dovevo sembrare
Bill Gates (se solo Gates avesse viaggiato in classe economica
e su un velivolo che era uscito dalla catena di montaggio
ai tempi in cui a chiamarsi Bono c'era soltanto Sonny).
Il volo era praticamente vuoto: quattro ragazze giapponesi,
alcune persone che mi sembravano islandesi, perch pi sorridenti
dei finnici, e io.
Dormii a sprazzi per qualche ora. Mi svegliai quando incontrammo
un po' di turbolenza e una delle ragazze giapponesi,
dietro di me, inizi a respirare affannosamente. Guardai
fuori dal finestrino e vidi galleggiare, in lontananza, un arcipelago
di luci: la costa dell'Islanda. Dopo qualche minuto,
le luci erano sparite. Cercai altre tracce di vita sotto di noi
ma non vidi nulla. Mi rimisi a dormire e sognai di guardare
il negativo gigantesco di una fotografia, una grande lastra di
vetro nero che and in frantumi quando tentai di toccarla.
Era passata la mezzanotte quando finalmente atterrammo.
L'aeroporto Keflavik era deserto, a eccezione di un unico
addetto al Controllo Immigrazione. Mi ritrovai in una specie
di centro commerciale abbandonato: duty free con le serrande
abbassate, sale d'attesa vuote, spettrali scale mobili che
andavano su e gi. L'ufficio cambiavalute era chiuso. Provai
al bancomat ma si rifiut di convertire i miei euro in corone.
Mi domandai quale fosse il tasso di cambio per la valuta straniera
sul mercato nero.
All'esterno, un autobus solitario oziava sotto la pioggia
battente. L'autista mi chiese se avevo gi il biglietto. Gli allungai
un paio di banconote e salii a bordo.
Il viaggio verso Reykjavik fu come un giro turistico nel
regno di Mordor: solo distese di lava nera, una landa desolata
e infinita, interrotta qua e l da macchine abbandonate o
baracche di lamiera arrugginite. Niente alberi. Nessuna citt.
Niente stelle, n luna. Niente, solo il cielo nero sopra di me
e la desolazione ai miei piedi. Di tanto in tanto, la luce di un
lampione brillava in mezzo alla pioggia, minacciosa come
un UFO. Una musica anni Settanta singhiozzava confusamente
alla radio, mescolandosi con il cigolio ritmico dei tergicristalli.
Le ragazze giapponesi aspettavano invano che i loro cellulari
agganciassero il segnale. Una di loro avanz incerta, in
punta di piedi, verso la parte anteriore dell'autobus e domand
all'autista dell'aurora boreale.
Non fa abbastanza freddo rispose l'uomo.
Finalmente raggiungemmo la periferia di Reykjavik, con
le sue attivit commerciali: una sfilza di benzinai, fast food,
un grande magazzino islandese; poi imboccammo il raccordo
che conduceva in citt. Alla stazione degli autobus, mi
accodai alle giapponesine e salii su una navetta che andava
direttamente in centro. Strade strette, intasate da SUV e Audi,
e marciapiedi altrettanto affollati di ragazzini ubriachi. La navetta
si ferm nel bel mezzo di quella che pareva la strada
principale, dove l'insegna al neon di un hotel lampeggiava sopra
una specie di loggia metallica. Le ragazze scesero una
alla volta, recuperarono i bagagli ed entrarono nell'albergo.
L'autista mi guard.
Dove la porto?.
Mi resi conto di non avere la minima idea di dove andare.
Ero troppo esausta per mettermi a cercare Quinn e troppo
stanca anche per trovare un bar. Indicai l'albergo. 
caro?.
S. L'autista si sporse dal finestrino e sput per terra.
Io mi soffermai a guardare un ragazzo che, sotto la pioggia,
continuava a spingere contro un muro la sua fidanzata
in lacrime. Dietro di noi, qualcuno suon il clacson.
Conosce un albergo tranquillo? domandai ancora. A
buon mercato?.
Bun mercato?. La navetta ripart lentamente. A Reykjavik?.
Mi basta non dormire alla stazione degli autobus.
Passammo davanti a gente ubriaca, a un altro tipo che
maltrattava la sua ragazza, a un gruppo di adolescenti che si
divertiva a spaccare bottiglie di birra sul marciapiede. Ma 
sempre cos?.
Adesso  anche peggio. L'autista imprec contro un giovane
che attraversava barcollando la strada, ignaro delle auto
che sopraggiungevano. Ha scelto un brutto momento per
farci visita.
La navetta svolt in una strada laterale, poi in un'altra, e
infine si ferm davanti a un anonimo edificio all'angolo della
via. L'intonaco bianco della facciata era sgretolato in vari
punti che scoprivano chiazze di cemento grigio cosparse di licheni.
Dietro le finestre schizzate di fango si intravedevano
tendaggi sfibrati e malridotti.
Hotel Ktur annunci l'autista.
All'interno dell'albergo, un vecchio divano componibile
era appoggiato contro la parete, le sedute sbiadite, di un grigio
triste, come il cemento della facciata. Alcune brochure turistiche
erano impilate su un tavolino ammaccato, accanto a
una bottiglia di birra vuota e a un guanto di lana. L'aria puzzava
di disinfettante e fumo di sigaretta.
Hallo, gott kvld.
Mi voltai e vidi un uomo di mezz'et dietro il banco della
reception.
S... Vorrei una stanza.
Okay. Appoggi sul banco un blocco di fogli e mi indic
il tariffario in inglese. Solo una notte?.
Per ora s. Presi qualche banconota dal portafoglio.
Euro, okay?. L'uomo annu, mi consegn una chiave e indic
le scale. La mia stanza era al piano superiore. Entrai, gettai
giacca e stivali sul pavimento e mi lasciai cadere sul letto.
Mi risvegli il rumore di un camion in sosta davanti all'albergo.
Controllai la sveglia sul comodino. Erano da poco
passate le dieci. Ma era mattina o notte?
Mi alzai con un mal di testa lancinante e mi trascinai in
bagno. Mi sforzai di bere qualche bicchiere d'acqua di rubinetto,
ma sapeva cos tanto di zolfo che vomitai. Mi sentii un
po' meglio dopo essermi fatta una doccia bollente che puzzava
di uovo marcio. Mi vestii e scesi. Alla reception c'era sempre
lo stesso uomo, chino sullo schermo di un portatile.
Pare che oggi nevicher disse, senza distogliere lo sguardo
dal computer.
Dov' che posso bere un caff e mangiare qualcosa?.
L'uomo indic la porta, piegando il polso verso destra:
Da quella parte. Laugavegur. Cambiai qualche euro e uscii
dall'albergo.
La strada era una sorta di galleria del vento a causa delle
correnti fredde che spiravano dal porto. Avevo dimenticato il
berretto, cos feci del mio meglio per coprirmi le orecchie e
la faccia con la sciarpa, mentre procedevo in fretta lungo
una salita. Avevo percorso solo pochi metri quando un grido
lancinante risuon alle mie spalle. Mi voltai.
Un turbinio di sagome bianche copriva il cielo scuro sopra
il porto: un ciclone di gabbiani e oche selvatiche, migliaia
di uccelli che volavano verso l'alto per poi tuffarsi in picchiata,
come fossero intrappolati in un'enorme sfera di vetro. Li
osservai rapita finch divent troppo freddo per i miei gusti
e ripresi a camminare faticosamente lungo la strada.
Pareva ci fossero pi uccelli che persone in quel posto.
Non avevo visto anima viva, ma non c'erano neppure cani, n
gatti, e anche la vegetazione era piuttosto scarsa, a eccezione
di qualche cespuglio e qualche abete dall'aria depressa. A
parte il richiamo degli uccelli di mare, pareva che la citt vivesse
in sordina. Sobbalzai quando sentii lo scalpiccio degli
zoccoli di un cavallo, per poi accorgermi che era un SUV con
le ruote chiodate che percorreva l'acciottolato.
Anche l'aria era priva di odori. Niente gas di scarico. Niente
fumo. Niente merda di cane, n grasso rancido proveniente
dai fast food, nessuno dei fetori cittadini o dei miasmi che
respiriamo senza accorgercene.
Mancava anche l'odore degli alberi, dell'erba o della terra
bagnata. Non riuscivo nemmeno a sentire il profumo dell'oceano,
sebbene fosse vicino. La citt era una sorta di tabula
rasa dei sensi.
Raggiunsi la Laugavegur: una strada deserta, fiancheggiata
da negozi che mi offrirono un po' di riparo dal vento. Alcune
luci natalizie erano state dimenticate sopra gracili sempreverdi.
I massicci edifici parevano modesti giocattoli dai colori un
po' malsani: verde marcio, rosso brunastro, marroncino. Superai
un negozio di tatuaggi con la saracinesca abbassata, una
galleria d'arte vuota, un bar. In una grande gioielleria abbandonata,
le vetrinette vuote erano ricoperte di polvere. Scoprii
che i sempreverdi erano lampioni, con le luci disposte in modo
da suggerire la sagoma di un albero di Natale. In una tetra boutique,
alcuni manichini calvi indossavano abiti dall'aria artificiosamente
vissuta. Socchiusi gli occhi per leggere il prezzo di
una T-shirt sfilacciata: UTSALA 400.000 KR. Che affarone!
Nessuno comprava niente. A ogni isolato, dondolavano
al vento cartelli con scritto SALDI! e AFFITTASI: UTSALA! TIL
LEIGA. Una fila di luci natalizie formava un cappio attorno a
una bambola di plastica vestita da vichinga. Schegge di vetro
scintillavano sul marciapiede: bottiglie di birra rotte, fanali
distrutti. Sembrava la scena di un film catastrofico, una
citt abbandonata da tutti durante un'epidemia.
Dopo alcuni minuti mi ritrovai in un tratto di strada che
sembrava relativamente florido: club tappezzati di poster che
annunciavano concerti, tante gioiellerie e qualche negozio
per turisti, con le vetrine stracolme di maglioni di lana islandese,
pulcinelle di mare di peluche e muffole di pelle di renna.
Una pizzeria era aperta solo per cena. Dall'altro lato della
strada, un cartello pubblicitario di metallo, appoggiato su
un cavalletto, sbatacchiava fragorosamente al vento, davanti
a uno squallido ristorante. Una folata improvvisa lo fece volar
via. Lo scansai e mi infilai nel locale.
L'odore di caff e pesce fritto era quasi rassicurante. Alcuni
clienti erano assiepati attorno al bancone, altri sedevano a
tavolini consunti, accanto alle finestre. Trovai un tavolo vuoto
in fondo al locale, la sedia tenuta insieme col nastro isolante.
Mi si avvicin una ragazza dai capelli biondo platino, con
indosso un maglione che sembrava fatto con la lana di uno yak
verde. Mi porse il men.
Ne avete uno in inglese? le chiesi.
Certo disse e gir il foglio. Ordinai uova fritte, salsicce e
un caff, spendendo l'equivalente del volo Helsinki-Reykjavk.
Con un bicchierino di bourbon avrei raggiunto il prezzo del biglietto
di ritorno, cos decisi di trattenermi, per il momento.
La colazione mi fece tornare in mente il verso di una canzone,
contenuta in Quadrophenia, sulle uova fritte che di mattina
fanno venire il vomito. Comunque il caff era buono.
Bel maglione dissi, quando la cameriera torn per liberare
il tavolo.
Infil il conto sotto la tazza del caff.  un regalo del
mio fidanzato.
Mi domandai se il fidanzato l'avesse comprato direttamente
dallo Yeti. Lasciai una piccola mancia. Ho appuntamento
con un amico ma non si  fatto vedere. Un americano.
Che tipo ?.
Ero confusa: gi, che tipo era? Circa la mia et dissi
dopo qualche istante. Si chiama Quinn O'Boyle.
La ragazza si guard attorno. Non saprei. Abbiamo avuto
pochi clienti oggi.
Sicura di non averlo visto?.
S. Pieg il capo in direzione della cucina: Vuole che
chieda?.
Grazie mille. Quinn O'Boyle.
And dietro il bancone, ficc la testa nel passavivande, in
mezzo a pile di piatti sporchi, e chiam qualcuno; poi si volt
verso di me e fece cenno di avvicinarmi. Chieda ad Andrs.
Lui  quasi sempre qui.
Dalla cucina sbuc un uomo imponente: capelli rossicci
e brizzolati sotto un berretto nero da sciatore, la barba punteggiata
da frammenti di cenere di sigaretta e il viso segnato
dal sole e dal vento, dello stesso colore della carne cruda.
Sul grembiule sudicio, l'immagine di Jamie Oliver ritoccata
con un paio di corna e baffetti alla Hitler.
S?. Andrs puzzava decisamente di pesce.
Sto cercando un certo Quinn O'Boyle. Avevamo appuntamento
qui ma.... Conclusi la frase con un'alzata di spalle.
O'Boyle?.
Annuii.
Andrs mi fiss con un'espressione indecifrabile. Dopo
un istante grid qualcosa verso la cucina, senza neanche voltarsi,
poi col pollice mi indic una scala buia. Vieni.
Al piano superiore ci ritrovammo in una grande sala da
pranzo con le finestre sporche e vista sulla strada. Con un calcio
apr una porta dietro la console del karaoke e usc sulla
scala antincendio. Mise una sedia contro la porta, giusto per
tenerla aperta, e dalla tasca del grembiule cav un pacchetto
di sigarette. E che cazzo! Non si pu pi fumare neanche
in un dannato bar!.
Mi allung il pacchetto. Rifiutai. Andrs si accese una sigaretta
appoggiato alla ringhiera traballante e guard gi, in
una stradina privata zeppa di bidoni della spazzatura e scatoloni
vuoti.
L'Islanda  uno Stato assistenziale di merda. Sei americana?
Gli americani credono di essere immortali, ma cazzo,
morirete anche voi, prima o poi. Soffi fuori una boccata
di fumo e volt le spalle al vento. Lo conosco Quinn, l'Eschimese. The Mighty Quinn.
NOTA: Titolo di una canzone piuttosto nota di Bob Dylan portata al successo dai Manfred Mann alla fine degli anni Sessanta. Il titolo completo  proprio Quinn the Esquimo (The Mighty Quinn) ma  nota semplicemente come The Mighty Quinn. FINE NOTA.
 americano?.
Canadese, credo, o forse americano. Il fiato di Andrs
si confondeva con il fumo della sigaretta. Sei la sorella?.
No, se  canadese o eschimese. Cercai di trovare un
angolo al riparo dal vento. Impossibile, cos mi appoggiai
alla porta.
Gli assomigli. Gett via la sigaretta e frug nella tasca
del grembiule. Estrasse la mano e l'apr, mostrando una poltiglia
indefinita, bianca e scintillante. Mentre la lanciava per
aria, sentii un forte odore di pesce in putrefazione. Un gabbiano,
candido e lucente, si tuff ad acchiappare il pesce e poi
si libr alto nel cielo in un batter d'occhio.
Sterne artiche. Dovevano essere migrate mesi fa, queste
bastarde insaziabili disse Andrs. Sono capaci di attaccare
chiunque si avvicini al loro nido. Guard con ammirazione
il cielo vuoto.
A Helsinki ho visto un corvo parlante.
Io non ne ho mai visti. Andrs si accese un'altra sigaretta.
Ma quei finlandesi... sono dei maghi, cos si diceva ai
vecchi tempi. I finlandesi sono i maghi, mentre noi siamo i
vichinghi. Gli uomini, intendo. Spense il cerino tra le dita.
Le vecchie invece sono streghe, ma ne conosco anche di giovani
disse ridendo.
Streghe come le valchirie?.
Certo. Le valchirie parlano con i corvi, secondo la saga.
Noi sorelle intessiamo la nostra tela con le viscere degli uomini,
con le teste mozzate: portatrici di cadaveri, la nostra
ricompensa sono i corpi dei guerrieri caduti.
Andrs si volt, e una lama di luce gli solcava un lato del
viso; le ombre divoravano il resto, salvo un puntino luccicante
sulla guancia, come un brillantino. Il suo cellulare squill
e si allontan per rispondere. Quando fu di ritorno mi accorsi
che il brillantino sul viso era una scaglia di pesce.
Devo tornare al lavoro.  tanto che non vedo Quinn. 
sempre in giro, ma viene spesso qui al bar. Prima lo trovavi
ogni sera al Sirkus, ma poi quei figli di puttana hanno buttato
gi il locale.
C' qualche altro posto che frequenta?.
S. Tutti i bar di Reykjavik. Si avvicin alla porta. Il
Viva Las Vegas... Ci va spesso.
Lo seguii lungo le scale. Andrs si diresse verso la cucina
ma si ferm: Com' che ti chiami, in caso lo vedessi?.
Digli solo che sono una vecchia amica.
E anche una buona amica, spero. Non risposi. Andrs
mi piant gli occhi addosso e abbass la voce. Dovresti stare
attenta. Reykjavik non  una metropoli:  facile trovare
qualcuno qui, ma fuori citt  altrettanto facile perdersi, e per
molto tempo.
Annuii, alzai il bavero della giacca e me ne andai. Di nuovo
al freddo.
...
.
...
CAPITOLO 11.
...
.
...
Il Viva Las Vegas era una sala giochi surriscaldata, dove gli
scommettitori pi mattinieri si attaccavano alle slot machine
con avidit, come se volessero scoparsele, un'impressione
rafforzata dai gemiti e dai lamenti che si udivano ogni volta
che qualcuno vinceva o perdeva parecchio. Aggirai un gruppo
di persone che aspettavano il proprio turno per giocare.
A giudicare dalle facce cupe e dallo sguardo spento, erano l
da molto tempo... forse da anni. Mi domandai quante persone
fossero schiattate davanti a quelle macchinette e se i loro
corpi venissero poi gettati in una gelida stanzetta sul retro,
in attesa della primavera per seppellirli.
Ispezionai il locale attentamente, in cerca di qualcuno
che assomigliasse a Quinn. Cercai di immaginare come potesse
essere cambiato, facendo avanzare rapidamente nella
mia testa la sua immagine, come in una ripresa temporizzata:
il ragazzo dalla pelle candida, languidamente sdraiato sul
materasso, che mi fissava con occhi ostili... No, non riuscivo
pi a immaginarlo, come non riuscivo pi a vedere me
stessa, a diciassette anni, dentro la donna gracile e sfregiata
che ero oggi.
Rinunciai e mi sedetti al banco del bar. Il televisore al plasma
trasmetteva un video musicale senza sonoro: una cantante,
mascherata da delfino, era attorniata da persone con
la faccia blu che indossavano tute spaziali. La barista canticchiava
il motivo in islandese.
Ordinai da bere e mi port una birra che si chiamava Gull, Gabbiano.
Mi torn in mente il film Gli uccelli di Hitchcock: in questo
paese del cazzo erano gli uccelli ad aver vinto. Bevvi la birra e
pensai a quel che aveva detto Andrs: un tipo che si chiamava
Quinn, canadese o forse americano, e che mi assomigliava.
Doveva essere lui. Quinn e io avevamo l'abitudine di stare
a letto tenendoci per mano, poi intrecciavamo le braccia,
poi era petto contro petto, ventre contro ventre. Allineavamo
i nostri corpi come se guardassimo dentro uno specchio. I
suoi capelli rossi e i miei castani, i suoi occhi verdi come le felci
e i miei grigi come il ghiaccio. Feci un cenno alla barista.
Un'altra birra?.
Tra un minuto. Devo incontrare un amico. Si chiama Quinn. L'ha visto in giro?.
Non lo vedo da una settimana. La barista era tarchiata,
aveva i capelli tinti con l'henn e un sole tatuato sul polso.
Dagny  laggi. Pu chiedere a lei.
Con un cenno del capo mi indic una donna altissima, piegata
su una slot machine, con due trecce biondo platino che
le incorniciavano il viso spigoloso. Indossava una T-shirt rossa
attillata e jeans firmati, infilati in un paio di stivali con il
bordo di pelliccia. Una Barbie da casin islandese. Pagai la
birra e mi avvicinai.
Dagny?.
La donna fissava le icone lampeggianti sullo schermo come
se indicassero i suoi segni vitali. Imprec e inser altre monete
nella macchinetta, senza degnarmi di uno sguardo.
Sto cercando Quinn. E qui?.
Fardu i rassgat! Vaffanculo!.
Mollai un calcio alla slot machine. La macchina ondeggi
e sullo schermo apparve una scritta lampeggiate: RITENTA.
La bionda si volt verso di me come una furia, il pugno
alzato pronto a colpire. Le afferrai il polso e, torcendolo, la tirai
verso di me: Sto cercando Quinn.  qui? La domanda 
semplice.
Si divincol con uno strattone che quasi mi slog la spalla.
La lasciai andare. Dagny si ricompose e mi si piant davanti,
guardandomi dritta negli occhi, con un ghigno rabbioso
che le deformava il viso.
La fissai anch'io di rimando, ma feci un passo indietro.
Non ero abituata a incontri ravvicinati con quel tipo di donna.
Era pi vecchia di quanto non sembrasse, anche se era comunque
pi giovane di me; il viso era scavato dalle rughe,
nessuna delle quali era stata prodotta da un sorriso.
Chi cazzo sei? ringhi.
Una vecchia amica.
Mi guard ed esplose in una risata rauca: Allora posso
fartela anch'io la stessa domanda del cazzo: dov' Quinn?.
Si pieg per raccogliere da terra la borsetta di un colore rosso
acceso. Non lo so dov'. Mi deve cinquantamila corone.
Gli ho dato della roba da vendere e adesso si tira indietro....
Istintivamente le guardai le braccia, disseminate di piccole
macchie rossastre simili a punture di zanzara e con una
pustola nell'incavo del gomito. Si accorse del mio sguardo insistente
e digrign i denti in segno di disprezzo.
'Fanculo. Erano vecchi dischi in vinile. Li vende su eBay.
Se lo trovi digli che mi deve ancora cinquantamila corone.
E dove potrei cercarlo?.
Dagny scost una ciocca bionda dal viso. Al Kolaporti
forse. Ci sono andata tutti i giorni, nelle ultime due settimane,
ma lui non c'era. Parto per Uppsala questo pomeriggio,
quindi.... Scosse la testa. Lo beccher quando torno, lo
stronzo.
Dov' il Kolaporti?.
A quel punto, Dagny si pieg su di me e mi allontan con
uno spintone talmente violento da farmi roteare su me stessa.
Poi si volt e se ne and. Quando ritrovai l'equilibrio era
gi sparita.
Ritornai al bancone del bar e ordinai un'altra Gull.
Qualcuno aveva cambiato canale, e adesso il televisore non
era pi sintonizzato sulla versione per cetacei di MTV, ma su
BBC World. La barista si preparava un caff sbadigliando.
Cos' il Kolaporti? le domandai.
Kolaporti? E un mercatino delle pulci, al coperto, nella
zona portuale. Prima era un magazzino per lo stoccaggio
del carbone. Un grosso capannone.
 lontano da qui?.
Niente  lontano a Reykjavik. Pu andarci a piedi. Basta
seguire il porto, da quella parte. Indic vagamente verso la
parete. Ma non  aperto, oggi. Solo durante il fine settimana.
Quindi domani.
Domani  sabato?.
Finii di bere la birra. Mi sentivo intrappolata in una sorta
di bizzarro dj-vu, in cui il tempo si era fermato e il sole
non sorgeva mai. L'unico rumore era un brusio di fondo,
una specie di tintinnio elettronico, un mormorare insensato
in una lingua che non comprendevo o non volevo comprendere.
Persino i tossici di lunga data qui erano pi giovani di
me. Stavo sprecando il mio tempo, oltre a quel che restava dei
soldi che mi aveva mandato Anton. Avevo un passaporto valido
e un po' di contanti: avrei potuto comprare un biglietto
per la Grecia o Ibiza. Invece mi ritrovavo bloccata al Circolo Polare Artico, in una specie di casin dei morti viventi.
Diedi un'occhiata al televisore muto. Una giornalista sotto
la pioggia, in mezzo alla strada, intervistava una donna dal
volto teso. Alle loro spalle, una folla di giornalisti e poliziotti,
in mezzo ad ambulanze e lampeggianti. Pass un uomo con
una giacca a vento blu e la scritta POLISI, seguito da un altro
agente con un pastore tedesco al guinzaglio. Intanto, sul fondo
dello schermo, scorreva lentamente la notizia in sovrimpressione:
OMICIDIO NEL MONDO DELLA MODA.
Mi sporsi in avanti per guardare meglio. La ressa di giornalisti
e cameraman iniziava a disperdersi, allontanata da un
poliziotto con un megafono, muto anch'esso. Mentre la gente
se ne andava, riuscii a vedere la zona che la polizia aveva
delimitato con il solito nastro: un bel giardino, davanti a un'abitazione.
Un uomo scuro in volto sal in fretta i gradini della
porta d'ingresso, dietro a una donna alta che indossava un
tailleur grigio. Se quello fosse stato un film, avrebbero assegnato
a lei la parte dell'investigatore capo.
Ma non era un film. Era la casa di Ilkka.
Oh cazzo! esclamai. Feci cenni concitati alla barista:
Ehi, puoi alzare?.
La donna regol il volume e se ne and. All'altro capo
del bancone notai un ragazzo biondo, piuttosto giovane, dall'aria
benestante, con un gessato D&G e un cappotto verde
scuro gettato sulle spalle. Vuot d'un fiato il contenuto di
un bicchierino e poi si mise a guardare la tv.
...dopo l'omicidio della scorsa notte di un ex-fotografo di
Vogue in un elegante quartiere di Helsinki. La polizia ha dichiarato
che i corpi di Ilkka Kaltunnen e della sua assistente
sono stati trovati, all'interno dello studio, dalla moglie del fotografo,
che rientrava a casa dopo un appuntamento di lavoro.
Non sono trapelati dettagli sulle circostanze degli omicidi, n
indiscrezioni sul possibile movente di questo brutale duplice assassinio
perpetrato in prima serata. L'ipotesi di una rapina non
ha avuto conferme, anche se lo studio di Kaltunnen e i locali del
seminterrato sono stati saccheggiati.
La giornalista pass la linea allo studio e lo schermo fu
riempito dalle ultime statistiche sulla disoccupazione. La barista
ritir il mio bicchiere vuoto. Ne vuole un'altra?.
Risposi negativamente, scuotendo il capo, e lasciai qualche
corona sul banco per pagare le birre. Il ragazzo biondo
si volt, guard verso di me e poi torn a fissare la tv. Mi avviai
verso l'uscita pi in fretta che potei, cercando di non mettermi
a correre, sicura che tutti i frequentatori del Viva Las
Vegas mi avrebbero puntato addosso i loro occhi spenti e
sarebbero corsi a chiamare la polizia.
Invece, nessuno batt ciglio. Lasciai il bar nel pi perfetto
anonimato, esattamente come vi ero entrata, e mi ritrovai
di nuovo in strada, al buio. Mi imbacuccai nella sciarpa e tirai
su la lampo della giacca, fin dove arrivava.
Sapevo bene che la mia era soltanto una stupida paranoia.
Nessuno mi avrebbe riconosciuto. Nessuno in quella citt
sapeva chi ero, e poi a chi poteva importare di un fotografo assassinato
a millecinquecento miglia di distanza? Eppure avevo
la sensazione che le cose sarebbero cambiate molto presto,
con buona pace della mia stupida paranoia.
...
.
...
CAPITOLO 12.
...
.
...
Mi incamminai frettolosamente in direzione del porto. Folate
di neve ghiacciata mi sferzavano la faccia. Doveva essere
met mattina: il cielo era grigio e spento, come se qualcuno
avesse dimenticato di regolare l'intensit di una lampada.
Sul mare incombeva un'imponente muraglia di nuvole, con
striature grigie di cemento e basalto. Pensai ad Ilkka, al sangue
in quel corridoio immacolato e vuoto, e fui colta da un
senso di vertigine e di orrore, ma anche di desolazione per la
perdita di un talento, di quella sua incredibile capacit di
cogliere la bellezza nell'istante esatto in cui stava per spegnersi.
Udii un grido. Alzai lo sguardo e notai lo stesso tipo di
uccello che avevo visto poco prima con Andrs, di un bianco
radioso contro il cielo cupo. L'animale lottava contro il
vento e pareva immobile, sospeso in un punto, ma poi la direzione
della corrente cambi e lui schizz via, sopra i tetti
delle case. Una volta sparito, ripercorsi mentalmente le immagini
angoscianti trasmesse dal telegiornale.
Nessuna indicazione su come Ilkka e Suri erano stati uccisi,
n sull'ora esatta dell'omicidio. Tentai di ricordare cosa
mi aveva detto Ilkka prima di uscire: che sua moglie era impegnata
in una riunione di lavoro e che lui sarebbe andato a
prendere il figlio a scuola per portarlo dal dottore, nel caso
fosse peggiorato. Dopo avremmo cenato insieme.
Nonostante il freddo, sentivo gocce di sudore formarsi
sulla nuca. Forse era me che volevano uccidere, non Suri.
Lo studio di Ilkka era stato messo a soqquadro, come la camera
oscura. Scommetterei la mia Konica che tra gli oggetti
mancanti c'erano anche le foto dei Jlasveinar.
Eppure Ilkka aveva detto pi volte che nessuno sapeva
di quelle fotografie, nemmeno sua moglie.
Mi fermai sul ciglio di una strada trafficata, nei pressi del
porto. Il cielo aveva assunto una minacciosa sfumatura verdastra.
Attesi che il traffico si diradasse e attraversai di corsa,
in mezzo a un pantano di neve e fango, poi continuai a correre
finch non raggiunsi il mare. Mi arrampicai sugli scogli,
tra le pozze di marea, cercando di non farmi sopraffare dal panico.
Suri aveva detto di non essere mai stata nel seminterrato.
Nessuno aveva mai messo piede nel santuario di Ilkka tranne
me. Nessuno sapeva dov'erano quelle foto tranne me...
E Anton.
Cos' che gli avevo detto?
Ilkka ha una specie di "caverna di Batman" nel seminterrato,
una camera oscura.
.. .qualcun altro interessato all'acquisto. Un tizio di Oslo,
credo, uno con le tasche piene di soldi.
Ilkka e io abbiamo un accordo aveva replicato Anton.
Dovrebbe ricordarglielo.
Anton non aveva fatto un'altra offerta a Ilkka. L'aveva ammazzato,
aveva messo a soqquadro la casa, trovato le stampe
dei Ragazzi del Natale e poi era fuggito. Era andata cos, oppure
Anton aveva pianificato fin dall'inizio di liberarsi di me
e di Ilkka, assoldando un sicario che aveva scambiato Suri per
Cassandra Neary.
Ormai dovevano essersi accorti di aver fatto una cazzata,
sapevano che ero ancora viva. Osservai la massa di nuvole che
oscurava il cielo sopra l'Atlantico del Nord.
Ma non erano nuvole. All'orizzonte si stagliava una montagna
di rocce frastagliate, grigie come il silicio, solcata da crepacci
innevati. Niente piante, n case o cavi elettrici, nient'altro
che un minaccioso promontorio oltre il quale c'era solo una
distesa di ghiaccio e tenebre: l'inizio della fine del mondo.
...
.
...
CAPITOLO 13.
...
.
...
Non so come tornai all'hotel. Ricordo soltanto il calore che
mi avvolse quando finalmente vi entrai. C'era una persona diversa
alla reception, un ragazzo di colore che fissava concentrato
il suo iPhone. Quando alz gli occhi, gli consegnai
tante corone quante bastavano a pagare un'altra notte.
Avete un computer che potrei usare per controllare la
mail?.
Il ragazzo fece cenno di s e si chin per prendere un portatile.
Lo riporti qui quando ha finito.
Mi accomodai sul divano, accesi il computer e cercai notizie
della morte di Ilkka.
Trovai alcuni articoli in finlandese e in svedese, qualche foto
di Ilkka e una di Suri. Un lancio d'agenzia dell'Associated
Press e un pezzo su Paris Match, con alcune miniature delle
fotografie di moda scattate da Ilkka. Niente sul New York Times,
n su altri giornali americani. Troppo presto, probabilmente,
o forse erano troppe le cattive notizie che facevano concorrenza
a quelle morti. Alla fine, la mia pazienza fu premiata:
trovai un articolo sull'edizione odierna del Guardian.
DUPLICE OMICIDIO SCUOTE
IL MONDO DELLA MODA
HELSINKI - Il celebre fotografo finlandese Ilkka Kaltunnen 
stato trovato morto ieri nella propria abitazione, in un quartiere
benestante di Helsinki, insieme alla sua segretaria, entrambi
vittime di un brutale omicidio. I corpi di Kaltunnen, 39 anni, e
di Suri Kulmala, 30 anni, ex-fotomodella, sono stati scoperti dalla
moglie del fotografo al ritorno dal lavoro. Kaltunnen  stato
rinvenuto nel corridoio, all'esterno del proprio studio, col cranio
fracassato da un vassoio d'argento. Nelle vicinanze  stato
ritrovato anche il corpo della Kulmala, col collo spezzato dalla
porta dello studio, chiusa con forza sufficiente da romperle la colonna
vertebrale. Al momento del duplice omicidio, la moglie
si trovava in compagnia del giovane figlio della coppia. Kaltunnen
era tornato a casa per sbrigare una faccenda di lavoro.
L'ipotesi di una possibile relazione sentimentale tra le due
vittime  stata respinta come un'autentica sciocchezza da
una persona vicina a Kaltunnen e alla moglie, un neuropsichiatra
infantile. La polizia ritiene che la rapina sia il movente
pi probabile, ma non ha voluto confermare l'eventuale sottrazione
di oggetti di valore. Kaltunnen aveva accumulato una
notevole collezione di fotografie del XX secolo, tra cui capolavori
di Robert Mapplethorpe e Arthur Fellig, meglio noto
come Weegee. Anche la camera oscura del seminterrato sarebbe
stata saccheggiata.
I vicini di casa si sono dichiarati sconvolti dal fatto che un
simile evento criminoso sia potuto accadere in una delle citt
pi sicure d'Europa. Intanto, il mondo della moda piange la
scomparsa di una vera icona, anche se Kaltunnen, negli ultimi
dieci anni, si era allontanato dall'ambiente e aveva mantenuto
un basso profilo. Era un autentico visionario ha affermato
Grace Coddington, style editor della rivista Vogue USA, uno
dei primi artisti ad adottare la fotografia digitale e.
Saltai il resto e rimasi a fissare lo schermo. Poi cancellai
la cronologia del portatile e lo restituii alla reception.
Nessun messaggio? chiesi. Nessuno ha chiesto di me?.
Il ragazzo scosse la testa. No. E stata una mattinata tranquilla.
Il corridoio del piano superiore era deserto, con il solito
odore di muffa e detersivo. Entrai nella mia stanza, chiusi la
porta col chiavistello, abbassai le veneziane alle finestre e
crollai sul letto.
Era stato Anton. Non c'era altra spiegazione. Li aveva
uccisi lui, oppure aveva pagato qualcuno per farlo.
Da ricco collezionista e trafficante di oggetti macabri, era
certamente in contatto con la gente giusta, quel genere di persone
che rendevano possibile il suo hobby. Ci voleva qualcuno
di molto pi forte di me per spaccare il cranio a Ilkka e
spezzare l'osso del collo a Suri sbattendo semplicemente una
porta.
Forse Anton aveva pianificato gli omicidi fin dall'inizio,
oppure si era talmente infuriato all'idea che Ilkka potesse vendere
le foto a qualcun altro, che aveva deciso di intervenire subito,
prima che la transazione avesse luogo. Comunque fosse,
Anton ormai sapeva che era Suri Kulmala a essere morta
e non Cassandra Neary. Forse mi avrebbe cercata a New York.
O forse non mi avrebbe cercata affatto. Probabilmente stavo
esagerando, erano tutte fantasie, paranoie, come quelle che
ti assalgono normalmente dopo una settimana di sbronze.
Il guaio era, per, che in quei giorni ero stata relativamente
sobria, almeno per i miei standard.
Mi sfilai gli stivali fradici e li gettai in un angolo della stanza,
insieme alla giacca. Non avevo neanche pensato a comprarmi
qualcosa da bere, ma avevo paura di uscire senza aver
prima architettato qualcosa che assomigliasse a un piano.
Certo non sarebbe stato facile, perch non credo alle reti di
sicurezza.
Mi sfregai gli occhi e guardai la finestra buia. Mi domandai
se l'interpol fosse gi stata allertata. Probabilmente Ilkka
aveva raccontato alla moglie della mia visita, ma forse non
gliene aveva detto il motivo. Suri sapeva chi ero, ma era morta.
La barista mi aveva visto, e anche l'autista del taxi, ma nessuno
di loro conosceva il mio nome, anche se avrebbero di
certo ricordato una donna alta, americana, impaziente di lasciare
Helsinki.
Nonostante tutto, non avevo alcuna fretta di ritornare a
New York. C'era altra gente che mi stava alle calcagna laggi,
a causa della morte di Aphrodite Kamestos, e per di pi
Anton poteva aver spedito qualcuno dei suoi amichetti sulle
mie tracce. In Islanda, una bionda di un metro e ottanta poteva
benissimo passare inosservata. Bastava che tenessi la
bocca chiusa e mi avrebbero scambiato per una del posto.
Non potevo pi restare in quell'albergo: i due impiegati
della reception avevano sicuramente capito che ero americana,
ma non sapevo dove altro andare. L'unica cosa di cui
avevo certezza era che dovevo trovare Quinn e nascondermi.
Presi un Vicodin e sperai che Anton Bredahl non avesse
amici a Reykjavik.
Stavo meglio quando mi svegliai, almeno finch non mi
venne in mente dove mi trovavo. Avevo dormito quasi sedici
ore. Non nevicava pi. Mi feci una doccia, mi vestii, mandai
gi due pasticche di Focalin, presi la borsa e scesi al piano
di sotto. L'impiegato di mezza et se ne stava davanti all'albergo,
sul marciapiede. La brace della sigaretta riluceva
nell'oscurit del mattino. Non c'era modo di andarsene senza
passargli davanti, cos mi calai sugli occhi il berretto e uscii.
L'uomo guard dall'altra parte mentre me ne andavo.
Mi incamminai lungo la Laugavegur. Il vento si era calmato
e l'aria umida e fredda aveva quasi un sentore balsamico.
Udii un rintocco di campane e un poliziotto in motocicletta mi
sfrecci accanto. Mi diressi verso lo stesso locale in cui avevo
fatto colazione il giorno prima, ma era chiuso; all'interno, le
seggiole erano state impilate in cima ai tavoli, e un odore fetido
di birra e pesce marcio aleggiava all'ingresso. Da un appartamento
sull'altro lato della strada giungeva l'eco ritmato
di un giro di basso, al quale si univa, a tratti, una batteria che:
stentava a tenere il tempo. Le prove di una band.
Continuai a camminare. In fondo all'isolato successivo
mi fermai a osservare alcuni edifici dall'aria ufficiale. Scorsi
finestre illuminate all'interno di case e complessi residenziali
che assomigliavano a pezzi di Lego, i dettagli architettonici
inghiottiti dalle tenebre. Tutto pareva sgranato e sottoesposto.
Se Reykjavik fosse stata una stampa fotografica, l'avrei
buttata nel cestino.
Mi diressi al porto, dove il frastuono dei motori delle navi
sovrastava il brusio del traffico. Un alone color dello iodio
sporcava il cielo sopra un blocco di edifici in costruzione:
grattacieli scheletrici, montagne di ghiaia nera, putrelle arrugginite,
scavi circondati da impalcature e tubi. Le recinzioni
di compensato erano ricoperte di graffiti. Un telone
catramato penzolava da una trave come una spirale di pelle
annerita. L'insieme ricordava una specie di rovina futurista,
i resti di una citt che si era immolata per un dio che l'aveva
abbandonata.
Estrassi dalla borsa la macchina fotografica e avanzai tra
blocchi di cemento e passerelle di legno. Il vento mi pungeva
la faccia, ma quasi non me ne accorgevo tanto ero assorta,
risucchiata da quel luogo in cui la mia visione delle cose
era un tutt'uno con la realt che avevo di fronte. Scattai una
mezza dozzina di foto e per alcuni minuti dimenticai tutto,
tranne il mondo inquadrato dal mirino.
In quell'ultima ora, la citt si era risvegliata. I raggi liquefatti
del sole incendiavano le impalcature e le travi d'acciaio,
mentre un decrepito autobus arancione transitava sobbalzando,
avvolto in una nube di gas di scarico, vuoto a eccezione
dell'autista. Riposi la macchina fotografica e andai in
cerca del mercatino delle pulci.
Lungo la spiaggia, una coppia camminava mano nella
mano, seguita da uno stormo di gabbiani come da una scia
di fumo. Una musica - le prove di un'altra band - si insinuava
tra le strade incrostate di neve ghiacciata. Mi imbattei in
un chiosco di hot dog e mi misi in coda insieme a un gruppo
di ragazzi dallo sguardo annebbiato che si passavano sigarette
accese e prendevano a calci pezzi di asfalto rotto. Colsi
qualche parola o una frase smozzicata delle loro chiacchiere
ubriache, per lo pi nomi di gruppi musicali. Comprai due
panini e, quando ebbi finito di mangiare, mi avvicinai a un ragazzo
con una giacca a vento rosa e verde; ai piedi portava
scarpe da ginnastica Vans degli stessi colori vivaci.
Sto cercando il Kolaporti.
Indic un anonimo edificio bianco che occupava buona
parte dell'isolato. Laggi.
Attraversai la strada, un parcheggio pieno di gente che scaricava
macchine e pick-up ed entrai. C'era gi una discreta
ressa all'interno, cos mi fermai ad aspettare tra un vecchio
avvizzito con un cappello da cowboy e una grassona con al seguito
tre bambini che bisticciavano per il Game Boy. Un uomo
presidiava il cordone che ci separava da uno spazio cavernoso,
stracolmo di tavoli e inondato da un'aspra luce fluorescente.
La calca premeva alle mie spalle e qualcuno mi pass davanti
a spintoni. Il cowboy scosse la testa con aria di rimprovero,
ma presto il cordone venne levato e la folla si disperse.
Il mercatino delle pulci era zeppo della solita paccottiglia:
giocattoli buoni per la spazzatura ma spacciati come
oggetti da collezione, slasher movie pirata provenienti dall'Indonesia,
bigiotteria artigianale, tappezzerie decorate con
delfini o la faccia di Michael Jackson, elettrodomestici usati,
vecchi libri in edizione economica. Pareva che le divinit del
commercio avessero inghiottito tutta quella roba per poi vomitarla
direttamente sul posto. L'unico elemento che distingueva
il mercatino delle pulci di Reykjavik da quello di una
qualsiasi cittadina americana era la quantit impressionante
di capi d'abbigliamento di lana. C'era l'imbarazzo della scelta.
Una nonnina islandese sferruzzava imperterrita, appollaiata
su una sedia pieghevole, mentre con occhio esperto
valutava la mercanzia della concorrenza, dall'altro lato del
corridoio.
Il mercatino era stipato di gente, e questo avrebbe reso la
vita difficile a chiunque avesse voluto trvarmi. Difficile anche
per me, se la mia idea era quella di trovare Quinn. Come diavolo
avrei fatto a riconoscerlo? Buona parte degli uomini di
mezza et che incrociai sembrava aver vissuto in modo non
molto diverso da Quinn: sguardi fiaccati dalla droga e dall'alcol,
capelli grigi, denti marci, rade code di cavallo, sudici
pantaloni di cotone nelle taglie comode e magliette di Bob
Marley tese sopra ventri flaccidi.
Feci il giro completo del mercato e mi ritrovai in un caff
con i tavolini di plastica e una vetrina riservata al cibo da
asporto. Un vecchio col cappello da cowboy aveva montato
una tastiera elettronica e cantava canzoni di Roy Orbison.
Non era niente male. Diedi un'occhiata alle specialit gastronomiche,
dove spiccavano cibarie che assomigliavano a giocattoli
di plastica per cani: pesce essiccato e teste di quadrupedi
nei pi svariati stadi di decomposizione. Mi tenni alla larga
dagli assaggini offerti ai clienti e ritornai a gironzolare tra
le bancarelle.
Molte facce erano ormai diventate familiari dopo il mio
primo tour. Iniziai a sentirmi un po' ansiosa, oltre che frustrata.
Tanto per trovare un solido argomento alla mia crescente
paranoia, considerai persino la possibilit che Quinn e l'assassino
di Ilkka fossero la stessa persona,. Mi fermai davanti a
un banco di libri. Il proprietario mi ignor, seguitando a parlare
animatamente al cellulare. Al suo fianco, una donna dai capelli
neri, cortissimi, presidiava una specie di tenda in cui trovavano
spazio animali intagliati, borsellini di cuoio artigianali
e pietre con iscrizioni runiche. Accanto a lei, due ragazzine cercavano
di rifilare delle magliette stinte con la candeggina a un
uomo che indossava un costoso loden verde. Il tipo sembrava
leggermente fuori posto in mezzo a quei balordi che vendevano
cianfrusaglie: capelli di un biondo scuro, dall'aria fintamente
trasandata, pantaloni gessati, belle scarpe di cuoio rovinate
dal sale sparso sulle strade. Mi ci volle un secondo per
capire che era la stessa persona che avevo visto bere al bancone
del Viva Las Vegas.
Probabilmente si era accorto che lo stavo fissando. Si volt
e mi guard a lungo, con il fare abulico di una volpe distratta
dalla caccia. Anch'io lo fissai di rimando. Fu un errore,
ma non avevo mai visto un paio d'occhi di quel colore prima
di allora, almeno non in un essere umano, occhi di un castano
cos pallido da ricordare il topazio. Alz una mano come
se mi invitasse ad avvicinarmi.
Ciao! disse. Nessun accento, ma non era americano. Ti
sei persa?.
Fuggii di corsa, cercando di nascondermi dietro le bancarelle,
e continuai a correre finch non raggiunsi un corridoio
affollato. Mi fermai accanto a un lungo tavolo e mi guardai
attorno, ma l'uomo non c'era pi.
Gan dag. Dietro la bancarella, un ragazzo stava vuotando
il contenuto di una scatola di cartone. Era molto magro,
con la pelle bianchissima, quasi slavata, e aveva una chioma
di ricci argentei e occhi color rubino che scintillavano
come candele votive dietro le lenti spesse degli occhiali. Un
albino. Hvernig gengur?.
Osservai cosa stava togliendo dallo scatolone: musicassette
Stereo 8. Dagny aveva detto che Quinn vendeva vecchi
dischi in vinile. Presi in mano una cassetta della Starland Vocal
Band e la rimisi subito a posto. L'albino mi rivolse un
sorriso frettoloso, si sedette su una sedia e inizi a scrivere
sul suo iPad.
Il tavolo era stracolmo di contenitori. Sbirciai dentro: una
quantit indefinita di LP in vinile, alcuni recenti, altri meno
ma ancora avvolti nel cellophane, tutti rigorosamente in ordine
alfabetico. Passai in rassegna una raccolta: Rory Gallagher,
Art Garfunkel, Marvin Gaye, Gende Giant. Estrassi un disco
dei Gong, Camembert Electrique, senza cellophane ma in perfette
condizioni. L'albino mi indirizz un cenno di approvazione.
In quello suona anche Pip Pyle,  di prima che entrasse
negli Hatfield and the North. Laggi ci sono altre rarit....
Indic l'estremit opposta del tavolo, dove un biglietto
scritto a mano, appoggiato a una pila di Stereo 8, recitava
VINILI ESCHIMESI. C' anche una registrazione con Elton
Dean, Mark Charig e Lyn Dobson, che fa meraviglie col sitar.
D pure un'occhiata.
Credevo che non avessero mai registrato con i Gong.
 un bootleg di un concerto che hanno tenuto a Parigi
nel 1971.
Con l'indice fece scorrere rapidamente gli LP dentro una
scatola, come se fosse un vecchio schedario rotativo, poi
estrasse un album: copertina completamente nera, nessun
titolo. Me lo porse indicando un giradischi: Puoi ascoltarlo,
se vuoi.
Il giradischi era un Philips 312 originale, lo stesso modello che avevo nel mio appartamento a New York. Non il migliore
in circolazione, nemmeno nel 1976, ma funzionava discretamente
bene. Era stato personalizzato con un paio di
cuffie Bose e un braccio Graham 15 con il contrappeso in
tungsteno e una puntina cos fine che si udiva a malapena il
fruscio sul vinile. La qualit della registrazione non era granch
- si sentivano delle voci e il tintinnare dei bicchieri in
sottofondo - ma era comunque un buon bootleg, migliore
di tanti che avevo ascoltato.
Tuttavia, quella musica non era il mio genere. Infilai il disco
nella copertina e lo rimisi nella scatola. L'albino mi guard
perplesso: Che te ne pare?.
Non  male.... Ero indecisa se chiedergli di Quinn.
Decisi di rimandare a un altro momento. Ma non  il mio genere.
Tutto qui.
Cosa ti piace?. Prese una lente d'ingrandimento semisferica
ed esamin una bolla d'accompagnamento. Abbiamo
diversa roba punk vecchio stile. Un bootleg di L.A.M.F.
di Johnny Thunders, live al Max; i Joy Division con Le Terme....
Grazie, ma ce li ho.
Esaminai quella che pareva la collezione pi completa al
mondo di picture disc dei Cramps. Un vinile, in particolare,
mostrava Poison Ivy su una poltrona di velluto rosso, con una
corona di plastica in testa e poco altro addosso. Quello era un
genere che Quinn poteva aver ascoltato forse nel 1979, o gi
di l.
La poltrona di velluto mi ricord qualcosa. Chiusi gli occhi
un istante per pensare.
Darkthrone era il nome di una delle band che aveva citato
Suri. Cercai la scatola degli artisti il cui nome iniziava per D.
Tra i Danzig e i Dead Milkmen c'erano diversi LP e picture
disc dei Darkthrone, questi ultimi disponibili in varie tonalit,
sempre che ti piacesse il nero. Ne scelsi uno a caso.
Posso ascoltarlo?.
L'albino aveva agganciato agli occhiali due aggeggi che
assomigliavano a minuscoli telescopi e stava esaminando un
45 giri come se fosse una tavoletta cuneiforme. Annu distrattamente:
Certo, fa' pure.
Il solista dei Darkthrone doveva aver preso lezioni di canto
da Hasil Adkins. Quasi tutti i testi erano in norvegese, ma
sospettavo che non avrei avuto difficolt a comprenderli, se
fossi stata un quindicenne con problemi di controllo emotivo.
Qualunque cosa stesse dicendo il cantante, pareva uno
che faceva sul serio. Il suono delle chitarre ricordava una sega
elettrica alle prese con un blocco di ghiaccio. Feci i miei complimenti
alla band e tolsi il disco dal piatto.
C' anche qualcosa di buono dei Mayhem laggi. L'albino
indic un altro scatolone. Accettiamo anche ordinazioni,
se cerchi qualcosa in particolare.
I Mayhem erano un'altra delle band menzionate da Suri. Mi
bastarono i titoli delle canzoni per afferrare esattamente la loro
visione del mondo: Chainsaw Gutsfuck, Carnage, Necrolust.
Questa  la versione originale di Deathcrush, 1987. Mi
porse un album avvolto in una pellicola metallizzata. Comunque,
io mi chiamo Baldur.
Come la divinit norvegese?.
Sorrise. Gi, ma  un soprannome: in norvegese Baldur
 conosciuto anche come il bianco. Esistono solo un migliaio
di copie di questa demo, tutte numerate a mano.
Vedi?. Mi indic il numero sulla copertina: 666. Questa era
la copia personale di Necrobutcher, o almeno cos mi hanno
detto.
Mi domandai se la mamma di Necrobutcher, il "macellaio
dei morti", avesse davvero battezzato il figlio con quel
nome, ma forse un tipo che si chiamava Baldur non era la persona
giusta a cui chiedere.
Posso ascoltarla?.
Baldur scosse il capo: No, quella no. E uscita una versione
su CD nel 1993. Noi non l'abbiamo, ma  facile da trovare.
Non so neanche perch Quinn tenga qui questa demo.
Non la vender mai. Il manager di Ozzy Osbourne ci ha offerto
tremila dollari per averla e Quinn gli ha detto di no.
Quinn. Gli restituii il vinile, sforzandomi di sembrare
indifferente. Allora  qui?.
Dovrebbe venire oggi, o forse domani.  stato via per
un po'. Scusami.... Baldur si rivolse a una ragazza che aveva
preso una copia di Astral Weeks.
Diedi un'occhiata al resto della produzione dei Mayhem.
Il loro gusto, in fatto di moda, ricordava gli Spettri dell'Anello
di Tolkien: pelle nera, trucco cadaverico, capelli lunghi.
Una versione per depressi dei Kiss. Quinn era sempre
stato un tipo pi classico, stile Chuck Berry, Rolling Stones e
New York Dolls, ma forse la galera aveva cambiato i suoi
gusti musicali, o magari aveva puntato tutto sul mercato dei
collezionisti. Dopo qualche minuto, presi un altro LP: Dawn
of the Black Hearts.
La copertina era una fotografia a colori che ritraeva un
ragazzo, sdraiato sul pavimento, con indosso una maglietta
e una camicia di flanella scozzese, entrambe sporche di sangue.
La canna di un fucile era puntata contro la mano insanguinata
del giovane e sul calcio dell'arma era appoggiato un
trinciante con la lama imbrattata di rosso. I capelli biondi,
tirati all'indietro, scoprivano la fronte spappolata, una poltiglia
di ossa frantumate e materia cerebrale. Lessi a fatica il
logo sulla maglietta macchiata: TRANSYLVANIA.
Guardando le fotografie di Ilkka non avevo avvertito il
gusto del danno, ma quell'immagine ne era intrisa, ne percepivo
l'odore, come se fossi entrata in una stanza con una
perdita di gas.
 un'immagine disgustosa quella disse Baldur, dopo
aver servito la cliente. Soprattutto se non sei preparata.
Immagino che non abbia avuto molto successo, da un
punto di vista commerciale.
Gi...  ributtante. Un'altra delle rarit che Quinn si rifiuta
di vendere. Se la piazzassimo su eBay potremmo farci
qualche soldo, e in questo momento ne avremmo proprio
bisogno.
Non hai paura che te li freghino quei dischi, se valgono
tanto?.
Oh, certo. Ma c' Brynja....
Indic l'altro lato del corridoio e vidi la donna della tenda
New Age che guardava verso di noi.  il nostro guardiano.
Mia sorella.
Lei  tua sorella?.
Baldur rise. S, lo so, ma non siamo tutti albini in famiglia.
Solo io. Salut con la mano la donna dai capelli scuri
che mi fissava con occhi assenti, come se guardasse qualcosa
a mille chilometri di distanza. Poi, improvvisamente, mi volt
le spalle.
Non sembra troppo felice di vedermi.
Lei odia Quinn. Baldur prese in mano l'album dei
Mayhem. Forse pensa che tu sia una sua amica.
Perch odia Quinn?.
Chi lo sa? rispose, stringendosi nelle spalle. E cos questo
non l'hai mai sentito?.
No. Ma la foto  autentica, vero?.
Certo. E autentica. Batt l'indice sulla copertina. Questo
 un morto vero. E Dead.
Volevo sapere se la foto era stata ritoccata con Photoshop
o....
No. Il tizio morto si chiama proprio Dead, o meglio si chiamava,
prima di suicidarsi. Quindi Dead  morto sul serio. Il suo
vero nome era Per Ohlin. Era la voce solista dei Mayhem, anche
se non nella prima formazione, ma  comunque lui a cantare
in questo album. La chitarra la suonava Euronymous, che
era il proprietario del negozio di dischi a Oslo dove Dead,
dopo essersi tagliato le vene con un trinciante, si  tirato un colpo.
Quando Euronymous ha scoperto il corpo,  andato di corsa
a comprare una macchina fotografica, ha risistemato il cadavere
come pi gli piaceva e ha scattato una foto, questa foto.
Alcuni anni dopo  stata usata come copertina di un bootleg.
Cristo Santo! Che spirito questi ragazzi!.
Gi, davvero simpatici. Gli occhi color rubino di Baldur
scintillavano dietro le lenti spesse. Pensa che Dead andava
in giro con un corvo morto in una busta di plastica. Gli
piaceva quella puzza. Oppure seppelliva i vestiti nel fango e
poi li indossava durante i concerti. Era innamorato della morte.
Era la sua compagna.
Direi che il matrimonio  stato consumato.
Ma non era il solo. Euronymous  stato ucciso da un altro
membro della band. Si divertivano a incendiare chiese e
roba simile, cose mai sentite prima. Stronzate incredibili.
Osservai di nuovo quella macabra fotografia e ripensai alla
serie di Ilkka e a quel che Suri mi aveva detto della scena
musicale di Oslo. Non che gli europei detengano il monopolio
di cose simili. Nel rock'n'roll, ad esempio, la linea sottile
che separa lo show business dal caso psichiatrico  racchiusa in due sole parole: Phil Spector.
NOTA: Visionario e controverso produttore discografico americano condannato per omicidio. FINE NOTA.
S dissi. Proprio stronzate incredibili.  famoso questo genere di musica in Islanda?.
Ha un certo seguito, ma i fan non si prendono troppo sul
serio. E poi qui in Islanda gli omicidi sono rari, perfino quelli
commessi dai cantanti black metal. Si mise a ridere. L'Islanda
 un paese molto sicuro, molto tollerante. Questi gruppi
norvegesi rifiutano il Cristianesimo. Ecco perch amano le divinit
pagane, come Odino, Thor, Loki e anche me, Baldur il
Bello! Funziona alla grande per rimorchiare le ragazze, ci credi?
Molti islandesi sono cristiani, ma ce ne sono altrettanti che
non lo sono, e a nessuno importa un granch. Il satanismo poi
 ridicolo. Lo sanno persino le band black metal. Si ispirano
quasi tutte a miti pagani, oramai. Abbiamo degli ottimi gruppi
di viking metal, ma il resto... Canzoni che parlano di sacrifici
umani, i Gorgoroth che portano sul palco teste di pecora
impalate...  troppo! Mia sorella dice che dovremmo liberarci
di tutti questi dischi, non solo dei Mayhem, ma di tutti i gruppi
simili. A volte penso che abbia ragione, per poi si vendono
bene.
Che ne dice Quinn?.
Quinn? Non gliene frega un accidente. Per questo lo chiamano
l'Eschimese, perch  un tipo che non si scalda mai.
Baldur ritorn dietro il tavolo. Rimasi l ancora un po' nella
speranza che Quinn si materializzasse, ma alla fine mi arresi
e me ne andai. Mentre passavo davanti alla sua bancarella,
Brynja si volt di nuovo a fissarmi con gli occhi socchiusi e
mormor a fior di labbra qualche parola che fui contenta di
non aver sentito n capito.
Prima di andarmene dal mercatino comprai un maglione
islandese di seconda mano; era decisamente troppo largo per
me, ma costava cento dollari meno degli altri. Quindi uscii per
andare a cercare un bar. Appena fuori fui investita da un vento
cos forte che rischiai di cadere. Mi avviai nella direzione
opposta al centro della citt, percorrendo a fatica una viuzza
grigia dopo l'altra, nel vano tentativo di evitare quella specie
di tifone. Il sole si mostrava a tratti, scoprendo brandelli di
un cielo azzurro laccato, squarci di luce soffocati dal rapido
susseguirsi di nuvole color peltro. Mentre camminavo guardavo
dentro le macchine che transitavano sulla strada, dentro
le vetrine, e rallentavo il passo a ogni incrocio nella speranza
di scorgere Quinn.
Invece non vidi nessuno che avesse pi di diciannove anni:
ragazzi che camminavano a braccetto, canticchiando canzoni
in islandese o in inglese; ragazzi che si rannicchiavano
dentro i portoni a fumare. Mi sentivo un fantasma nella Terra
della Giovent. Quei pochi locali che avevano l'aria di
servire alcolici avevano le serrande abbassate o, in molti casi,
avevano chiuso per sempre.
Dopo circa un'ora raggiunsi un tratto di strada disabitato
e ricoperto di ghiaia nera, all'ombra dell'ennesimo cantiere
edile abbandonato: grattacieli in costruzione che delimitavano
una fossa di forma quadrata colma d'acqua color ruggine.
Il cantiere era diventato una discarica di serbatoi di benzina
sfondati e vecchi pneumatici grandi quanto una piscina
per bambini. Tre vecchi si riscaldavano accanto a un fuoco
acceso dentro un bidone di metallo, fumando sigarette. Mi
guardarono con gli occhi arrossati dal fumo e uno di loro
grid qualcosa in islandese. Gli altri risero, io continuai a
camminare.
Pi avanti, alcuni materassi lerci erano stati sistemati, l'uno
sopra l'altro, accanto a una fila di camion rotti, senza ruote
n motrici. Da una torre di enormi copertoni si levavano
fiamme alte, accompagnate da un fumo nero e untuoso. Mi
coprii la bocca, tossii e mi voltai a guardare indietro: i tre uomini
se n'erano andati. Una figura solitaria attravers il cantiere
a passo spedito: un uomo alto, con un loden verde, il
capo biondo chino per proteggersi dal vento. Era fuori posto
in quel luogo, esattamente come lo era stato al mercatino delle
pulci. Alz la testa per guardarmi, i denti scoperti in una
specie di sorriso; poi si infil una mano in tasca.
Girai sui miei tacchi e mi misi a correre verso i rimorchi
abbandonati, accecata dal fumo acre. Barcollai, travolta da
un'improvvisa folata di vento. Quando ritrovai l'equilibrio
vidi uno squarcio nella cortina di fumo e mi trascinai in quella
direzione. Avevo percorso solo pochi passi quando qualcuno
mi afferr alla gola. Mi divincolai scalciando, ma il mio
aggressore stringeva cos forte che non potei fare altro che
piegarmi su me stessa, rantolando. Mi cedettero le ginocchia
e venni trascinata sull'asfalto sconnesso, poi lungo scale
metalliche e infine all'interno di un rimorchio. Sbattei la testa
contro il pavimento e tutto fu buio.
Trascorse molto tempo prima che riaprissi gli occhi. Sbattei
le palpebre cercando di mettere a fuoco qualcosa, qualsiasi
cosa in quella totale oscurit, ma era tutto inutile. Un
odore penetrante di muffa si mescolava al puzzo di gomma
bruciata. Mi misi a sedere. Avevo la testa dolorante e strisciai
lentamente sul pavimento finch non andai a sbattere
contro una parete. Qualcuno mi sfior una gamba. Stavo
per gridare, ma una mano mi chiuse la bocca.
Shhh. Ascolta....
Ero impietrita. Anche la persona al mio fianco, chiunque
essa fosse, rimase immobile. Dopo un lungo istante, la sentii
tirare il fiato e liberarmi la bocca. Udii un debole clic e mi riparai
gli occhi, abbagliata dalla luce calda di un accendino.
Non riuscivo a distinguere nient'altro che una sagoma scura.
Cercai protezione contro la parete mentre vedevo quell'ombra
avvicinarsi a me. Una mano mi accarezz la guancia
e dolcemente pieg il mio viso verso la luce.
Cassie....
Solo due persone al mondo mi hanno chiamata a quel
modo. Una era mia madre, morta da quasi mezzo secolo, e
l'altra... Con voce spezzata mormorai il suo nome: Quinn.
...
.
...
CAPITOLO 14.
...
.
...
Il bagliore dell'accendino illuminava le guance scavate, gettando
un luccichio spettrale in fondo ai suoi occhi neri. Solo
la voce, quel sussurro, era inequivocabilmente di Quinn.
Non parlare. Volevo essere sicuro che fossi tu. Aspetta
qui.
La fiamma si spense. Lo sentii alzarsi, camminare per
qualche metro e poi fermarsi. Con uno strattone riusc a scostare
leggermente la porta di metallo, quel tanto che bastava
per sbirciare fuori. Poi l'apr un altro po' e strisci fuori dal
rimorchio, facendomi segno di seguirlo. Sgattaiolai lungo il
pavimento e scesi anch'io. Quinn mi attir a s mettendomi
un braccio sulla spalla.
Stammi vicino disse bruscamente e mi guid attraverso
il cantiere deserto.
La pila di copertoni incendiati andava consumandosi lentamente,
sotto un cielo notturno punteggiato di poche, timide
stelle. Un ragazzo, che gettava sassi in quell'ammasso puzzolente,
si volt verso di noi e ci guard incuriosito.
Testa bassa mormor Quinn.
Agli occhi dei passanti, non eravamo altro che una coppia
abbracciata per difendersi dal freddo. Camminavamo in
fretta, tra squallidi caseggiati e angoli verdi spruzzati di neve.
Incrociammo qualche auto, pedoni con le borse della spesa,
una donna dall'aria malaticcia che camminava appoggiandosi
a un deambulatore. Dopo un po', Quinn ritrasse il braccio
dalla mia spalla. Si ferm per accendere una sigaretta e si
gir verso di me.
Per la prima volta ebbi l'occasione di guardarlo bene: un
uomo snello, con una giacca di pelle nera vissuta almeno
quanto la mia, logori pantaloni di velluto a coste e pesanti stivali
da lavoro; magro ma dalla costituzione forte, i gesti misurati,
essenziali, come se fosse pronto da trent'anni a voltarsi
di scatto e a prenderti a cazzotti. L'impressione iniziale di
trovarmi davanti a un teschio non era poi tanto campata per
aria: viso scarno e occhi cos infossati da non riuscire a distinguerne
il colore; il cranio rasato rivelava alla sommit una cicatrice
a forma di croce, la conseguenza di un incidente o forse
un rozzo souvenir del carcere.
Tuttavia, i tatuaggi che aveva sulla fronte, tra gli occhi -
tre linee rosse verticali -, erano indubbiamente intenzionali,
come quelli agli angoli della bocca: una serie di righe nere orizzontali
che formavano un ghigno permanente e spettrale.
Inuit disse, soffiando fuori il fumo della sigaretta. Ho
vissuto in Alaska per qualche tempo.
Quinn l'Eschimese. Stavo per sfiorargli il viso, ma lo
vidi irrigidirsi e rinunciai. Perch ti chiamano cos?.
Perch ho ucciso un uomo.
Continuammo a camminare finch non raggiungemmo un
parcheggio. Quinn super diversi SUV, quasi tutti ultimo modello,
con un cartello che diceva UTSALA infilato sotto i tergicristalli.
Si ferm davanti a una vecchia Jeep Cherokee. La
portiera dal lato del guidatore era ammaccata, il paraurti posteriore
legato alla carrozzeria con una corda elastica. Sali.
L'interno della vettura era una distesa di sacchetti di fast
food, bottiglie vuote di Jolly Cola, pacchetti di sigarette accartocciati.
Quinn si mise al volante. Una volta fuori citt,
premette sull'acceleratore, con l'auto che sbandava tra lastre
di ghiaccio e pozze colme di ghiaia scura. La lunga camminata
aveva esaurito, almeno in parte, lo shock di rivedere
Quinn; eppure, ogni volta che tentavo di formulare una domanda,
venivo scoraggiata da quel ghigno, da quel volto sfregiato.
Vuoi dirmi cosa sta succedendo? riuscii finalmente a
chiedergli.
Si accese un'altra sigaretta. Sono andato al mercatino e
Baldur mi ha detto che una donna americana aveva chiesto di
me. Alta, sul biondo, giacca di pelle nera e stivali da cowboy.
Sono corso fuori a cercarti e ho visto che qualcuno ti
pedinava.
Ma chi era? Cosa cazzo  successo al cantiere?.
Dimmelo tu. Il tizio si chiama Einar Broddursson. Magari
gli hai fregato il portafoglio....
E chi diavolo  Einar Broddursson?.
Una testa di cazzo. Un pezzo grosso della Vandlega, che
era la seconda banca d'Islanda, prima della crisi. Suo padre
gestiva un'azienda per la lavorazione del pesce. Einar ha studiato
economia all'universit di Bifrst e si  specializzato a
Wharton. Cos, invece di andare a pesca, ha imparato a nuotare
tra gli squali della finanza, usando i fondi pensione come
esca. E uno di quelli che ha buttato questo paese nel cesso e
ha continuato a tirare l'acqua finch la merda non  arrivata
fino a Londra.
Allora perch hai cercato di strozzare me e non lui?.
Meglio stare alla larga da un tipo come Einar se non hai
le spalle coperte. E in affari con i russi, e posso garantirti che
non sono tipi raccomandabili, non  gente che  andata a
Wharton. E poi non ero sicuro che fossi proprio tu.
Da cosa l'hai capito?.
Dagli stivali da cowboy e dalla borsa:  la stessa che usavi
al liceo, vero? Scommetto che hai ancora la stessa macchina
fotografica. Vedi sempre il mondo in bianco e nero?.
Pi o meno....
Niente digitale per te, eh?. La sua risata beffarda non era
affatto cambiata, come il suo accento del Bronx, anzi, dei
quartieri a nord del Bronx. La solita, vecchia Cass.
E tutto cos assurdo. Gli sfiorai il viso, e stavolta non si
ritrasse. Temevo che fossi morto.
No, anche se ci ho provato con un certo impegno. Il
ghiaccio aveva bloccato i tergicristalli. Quinn apr il finestrino
e con la mano li liber, mentre la Cherokee invadeva la corsia
opposta. Ecco, cos.... Sterz bruscamente per evitare la
navetta che portava all'aeroporto e rise di nuovo. Avevo iniziato
a tenere il conto di tutte le volte in cui ho rischiato di morire:
overdose, un paio di episodi in galera, sono anche rimasto
chiuso fuori di casa a Barrow, nel mese di gennaio... roba
da schiattare di sicuro. Sono arrivato a quattordici e poi ho
perso il conto.
Cosa ci fai qui?.
Passarono alcuni minuti prima che rispondesse. Osservai
il paesaggio vulcanico, cosparso di tefrite nera seghettata,
come file interminabili di lame di ossidiana. A tratti, una luce
brillava in qualche casa, remota come una stella.
Alla fine Quinn rispose: Ero sposato, anni fa, con una
ragazza che avevo incontrato ad Anchorage. Sono passati
quasi ventitr anni da allora. Era pazza e, come sai, nemmeno
io sono il bravo ragazzo della porta accanto. Lei era islandese,
di Hfn, una cittadina dell'est. Un posto del cazzo:
ghiacciai e neve di merda. Anche boschi, che non sono cos
comuni da queste parti. Emma, per, era anche un gran bel
vedere. Comunque, ci siamo separati, ma oramai avevo ottenuto
la residenza qui e cos sono rimasto. Non posso tornare
a casa: ho bruciato tutti i ponti.
Come hai fatto a trovarmi?.
Ho letto di quegli omicidi e ho visto il tuo nome. Ho rischiato
di ingoiare la cicca che stavo masticando. Maine:  l
che abiti?.
No. Sto ancora a New York.
Davvero? E come te la passi?
Non tanto bene. La citt  cambiata. Ora  piena di gente
ricca che porta a spasso il cagnolino, stronzi di Wall Street
e di Brooklyn. Li odio.
 successa la stessa cosa anche qui, solo che gli stronzi vengono
da Borgartun che sarebbe, tra virgolette, il cuore finanziario
del paese, ovvero un palazzo - dico uno - in cui si trovano
tutte le banche. Oggi ci sono parecchi uffici vuoti a disposizione.
Qualcuno dovrebbe mettere al muro quei banchieri
e fucilarli tutti quanti. Quinn si lasci andare a una
risata amara. Si capisce che sono americano, vero?.
Chiacchierammo un po' e sentii riaccendersi quell'oscura
energia che c'era stata tra noi, mentre scherzando ci davamo
battaglia su chi la sapeva pi lunga, chi aveva scopato di
pi, chi si era fatto di pi, chi aveva perso pi sangue o chi
aveva passato pi notti insonni, stordito dalle sbronze e dall'astinenza.
Osservai il profilo di Quinn, rischiarato dall'alone
rossastro delle luci del cruscotto. Scorrendo una lama tra
quelle righe tatuate non sarebbe uscita una sola goccia di sangue.
Pensai al tempo che aveva passato in galera e mi chiesi
cosa potesse aver combinato di tanto grave negli Stati Uniti
da rendergli impossibile tornare, ma non avevo risposte, cos
passai la mano, per quel giro. Dopo un po', decisi di tenere
la bocca chiusa.
Una mezz'ora dopo, uscimmo dall'autostrada per imboccare
una via non asfaltata che portava a una specie di povera
oasi in mezzo a quel deserto di lava: una serie di costruzioni,
simili a magazzini, raccolte attorno a un ripetitore telefonico.
Quinn si ferm accanto a una casetta rivestita di lamiera
e dipinta d'azzurro.
Heim ssett heim annunci Quinn. "Casa dolce casa".
Gli interni mi rammentarono i tunnel della metropolitana
in cui si rifugiano di notte i barboni: un luogo caldo e
claustrofobico, l'aria greve di fumo di sigaretta e zolfo. Un divano-letto,
sudici tappeti di lana di pecora e vestiti sparpagliati
sul pavimento; fotografie di riviste e vecchie copertine
di dischi fissate con le puntine a pareti spoglie di cartongesso:
Chuck Berry, Keith Richards, Aretha Franklin. Una pipa
ad acqua e bottiglie di birra vuote occupavano un tavolino,
costruito con una lastra di vetro in equilibrio su un enorme
cerchione d'acciaio.
Serviti pure. Quinn prese una birra dal frigo e and in bagno. C' del brennivin sul tavolo.
NOTA: Liquore tipico islandese (ma diffuso con alcune varianti in altri paesi della Scandinavia) ottenuto dalla fermentazione delle patate. FINE NOTA.
Lasciai perdere il brennivin e aprii tutti gli sportelli di una
credenza di compensato finch non scovai una bottiglia di
vodka Plstar che puzzava di gas butano. Ne versai un po' in
un bicchiere sporco e la mandai gi d'un fiato, poi riempii di
nuovo il bicchiere ed esplorai il resto della casa di Quinn.
Non c'era granch da guardare: un soggiorno, un cucinino
e due porte chiuse, una delle quali conduceva in bagno.
Aprii l'altra porta e mi trovai davanti una stanza lunga e stretta,
stipata fino al soffitto di scatoloni di cartone pieni zeppi
di album in vinile. Centinaia, forse migliaia di dischi. C'erano
anche buste cartonate per le spedizioni e rotoli di pellicola
trasparente e plastica per imballaggi.
Appena entrai nella stanza rabbrividii: non c'era riscaldamento.
Mi feci strada fino a una scrivania di metallo su
cui erano ammassate diverse attrezzature audio, tra cui un
portatile, un dock per iPod, file di altoparlanti collegati a un
giradischi di qualit, cuffie Bose, un riproduttore di cassette
a due testine e un convertitore per trasferire il contenuto dei
vinili su CD. Accanto alla scrivania, trovai altre scatole stracolme
di 45 giri. Alcuni erano nuovi di zecca, ma la maggior
parte aveva copertine usurate, macchiate, su cui erano scarabocchiati
i nomi dei precedenti proprietari.
Eppure quella s che era musica: versioni originali di Anarchy
in the U.K., On Trial di Luke the Drifter, You're Gonna
Miss Me degli Spades.
Lo sai cos' quello, vero?. Vidi Quinn accovacciarsi
accanto a me. Prese il disco dalle mie mani e delicatamente
lo estrasse dalla copertina: Roky Erickson, prima di entrare
nei 13th Floor Elevators. L'etichetta d'argento dell'edizione
limitata, ecco la cosa da cercare.
Pieg il disco per esporlo alla luce, si rialz e lo mise sul
piatto del giradischi. Il braccio era probabilmente dotato di
una puntina diamantata dalla precisione chirurgica, ma niente
era in grado di cancellare quel fruscio familiare e il tocco
della puntina che entra nella prima pista. Mi appoggiai a una
pila di scatoloni, chiusi gli occhi e ascoltai.
Per due minuti e trentatr secondi fu come tornare in
quella camera da letto insieme a Quinn, legati l'uno all'altra
dall'eco di una chitarra Gibson. Sentii la sua mano che si posava
delicatamente sulla mia testa. Restammo cos fino alla
fine della canzone. Nessuno dei due parl, nessuno si mosse
finch Quinn non tolse il disco dal piatto. Mi stropicciai gli
occhi come al risveglio da un sonno profondo.
Allora  proprio questo che fai? chiesi. Vendi questa
roba... vinili?.
S,  quel che faccio. Quinn pareva sulla difensiva. Cosa
credevi?.
Non so. Quel tuo amico, Einar...  questo il genere di affari
che tratti con lui?.
S, anche. Si volt a guardare la scatola di 45 giri. Andiamo
disse sto congelando. Questa stanza deve restare
fredda, in modo che il vinile non si deformi.
Una volta in soggiorno, mi lasciai cadere su una sedia e
guardai fuori da una finestra quadrata, nell'oscurit. Il vetro
trem e contemporaneamente si udirono diverse esplosioni
sotterranee, attutite.
Cos' stato? gli chiesi. Fanno dei lavori a quest'ora?.
L'oceano. Non si vede ma  a pochi chilometri da qui. E
il motivo per cui mi piace questo posto. E poi  meno caro
che vivere a Reykjavik.
Cos puoi permetterti di alzare il riscaldamento al massimo.
 geotermico: basta piantare un tubo nella terra ed ecco
che hai il riscaldamento. E la corrente elettrica che costa.
And a prendere un'altra birra e mi pass la bottiglia di vodka.
Ma dimmi di te. Cos'hai combinato negli ultimi trent'anni?.
Non molto. Mi riempii di nuovo il bicchiere. In realt,
non ho fatto un cazzo.
Hai chiuso con la fotografia?.
Non lo so. Ci ho provato, ma le cose non sono mai decollate.
Non ha funzionato pi niente dopo l'uscita del libro,
nessuno mi guardava pi in faccia.
Prova a farti sette anni dietro le sbarre di Otisville e ne
riparliamo.
Si accese una sigaretta. Il tempo aveva scolorito i suoi occhi:
non erano pi verde acquamarina ma grigio pallido,
come cenere. Attesi che dicesse qualcosa, che ridesse o si
voltasse dall'altra parte, oppure che cercasse di accarezzarmi.
Invece posizion la sigaretta in equilibrio sul bordo del tavolo
e si tolse la camicia di flanella e la maglietta.
Il respiro mi si strozz in gola. Il petto era ricoperto di cicatrici,
un dedalo intricato di segni bianchi e grigi, quasi argentei,
che si estendevano fino all'ombelico. Un solco dai
bordi irregolari correva lungo il fianco destro; un nodo biancastro
di tessuto cicatriziale si annidava nell'incavo alla base
della gola. Mentre respirava, la carne sottile e lucida pareva
muoversi lentamente, per effetto della luce, come se una rete
gli scorresse sulla pelle. Allungai una mano, timorosa, finch
le mie dita non sfiorarono una cicatrice sul lato sinistro del
petto, una figura composta da tre forme che si intersecavano,
simili a mani scheletriche avvinghiate le une alle altre; in
negativo, al centro, emergeva una strana faccia, forse una maschera.
Quando provai a toccare le linee della cicatrice,
Quinn rabbrivid e si volt dall'altra parte.
Cosa ti  successo Quinn? mormorai.
Di tutto.
Si sedette, lo sguardo fisso sul vetro a losanga della finestra
buia; poi prese la sigaretta dal tavolo, si appoggi allo
schienale della sedia e chiuse gli occhi. Dio, se sono stanco!
Mi sono alzato alle quattro per tornare da Husavik. Avrei
dovuto lasciare Baldur a occuparsi della bancarella.
Ma cos non mi avresti trovata.
Hai ragione. Riapr gli occhi e accenn un sorriso. Benvenuta
a Reykjavik.
Mandai gi un sorso di vodka. Quel tipo, Einar... Perch
mi seguiva?.
Dimmelo tu. Il pi delle volte si veste come se lavorasse
ancora a Borgartun, poi se ne sta tutto il giorno al bar o in
qualche altro posto di merda. Come faccio anch'io, del resto.
Come facciamo tutti. L'intero paese  disoccupato e sull'orlo
di un attacco psicotico. Si rimise la camicia. Ma tu
non mi hai ancora detto cosa diavolo ci fai qui.
Non lo so. Abbassai gli occhi. Immagino di essere venuta
per vedere te. Quel ritaglio di giornale che mi hai spedito,
e poi la tua fotografia... Ero letteralmente sconvolta:
tu che ti fai vivo dopo tutti quegli anni. Non avevo idea di
dove fossi finito.
Un'idea ce l'avevi, Cassie. Credevi che fossi al cimitero,
morto e sepolto. Mi guard con occhi severi. Perch non
hai mai scritto? La polizia mi ha messo dentro e tanto  bastato:
tu hai buttato via la chiave. E trent'anni dopo, eccoti
qui, come se niente fosse.
Tu mi avevi mollato per andartene ad Harlem con quella
tipa.
Cosa cazzo c'entra? Avresti dovuto rispondere alle mie
lettere, Cass.
Sapevo che era inutile discutere o tentare di difendermi.
Trangugiai un'altra sorsata di vodka. Credevo che mi volessi
qui con te, ma non  cos. Io me ne vado.
Ah s? E dove vai? Vuoi tornartene a piedi a Reykjavik?.
Quinn scroll la testa. Ma s, che importa. Ne  passata di
acqua sotto quei ponti del cazzo. Certo che ti volevo qui.
Anch'io ho creduto che fossi morta. La sua risata nervosa
echeggi per tutta la casa. Bella coppia, eh? Candidata a non
arrivare ai trent'anni.
Be', mi sembra che abbiamo smentito le previsioni.
Cos hai ricevuto la mia lettera e sei saltata sul primo volo
per Reykjavik?.
Giocherellai con il bicchiere. Non proprio.
Gli fornii una versione riveduta e corretta di quanto era
accaduto negli ultimi giorni, omettendo i dettagli: mi trovavo
a Helsinki per lavoro e avevo deciso di fare un giretto in
Islanda.
Che genere di lavoro?.
Dovevo dare un'occhiata ad alcune foto per conto di una
persona.
Anton?.
Le mie mani diventarono di ghiaccio. Cosa?.
Il tizio che ti ha dato il lavoro. Era Anton Bredahl? Un
norvegese?.
Ehm... S balbettai. S, Anton.
Bene disse Quinn, quasi parlando a se stesso. Qualche
settimana fa mi aveva detto che gli serviva un secondo parere
su alcune fotografie. Avevo letto che eri diventata una specie
di icona della cultura punk, o una roba simile, per aver pubblicato
quel libro. Scoprii che Anton sapeva chi eri e aveva
persino una copia di Ragazze morte. Gli dissi che da ragazzi
eravamo amici e che avrebbe fatto bene a contattarti. Anton
 uno che non bada a spese e ho pensato che un po' di soldi
ti avrebbero fatto comodo. Ho rovistato tra le mie vecchie
cose per vedere se avevo ancora il tuo indirizzo, ma tutto quello che ho trovato  stata quella vecchia foto. Chiss dove sono
finite le altre. Comunque, mi sono detto: Al diavolo, la spedisco
all'indirizzo di suo padre, a Kamensic. Non sapevo
nemmeno se fosse ancora vivo. Speravo che saresti capitata da
queste parti, prima o poi.... Quindi aggiunse, esitante: .. .se
avessi ricevuto la lettera che ti avevo spedito.
Mah... Tutta questa storia  veramente assurda. Fissai
il fondo del bicchiere. Come fai a conoscere Anton?.
Frequentiamo lo stesso ambiente. Ti svelo un piccolo segreto,
ragazza mia: fuori dagli Stati Uniti, il mondo  proprio
piccolo. Almeno per certe cose. Io e Anton ci conosciamo da
tempo, da prima del crollo del Muro di Berlino. Lui stava a
Lipsia, ed era appassionato di hardcore. La musica, intendo.
Quinn rise. Anche di quell'altro hardcore, in realt. Comunque
soprattutto di musica. La gente ne era assetata, ma si poteva
trovare solo sul mercato nero. Io all'epoca abitavo gi
qui, con Emma, cos andavo in Germania per fare affari con
Anton. Non c'era ancora Internet: si faceva tutto alla vecchia
maniera, contrabbandando dischi, nastri e roba. Conoscevo
una ragazza di Berlino ovest i cui nonni abitavano nella parte
est della citt. Ogni volta che andava a trovarli, nascondevamo
un po' di dischi sotto i tappetini della sua macchina.
L'hanno mai beccata?.
No, anche se una volta il calore del motore ha fatto fondere
il vinile. Ho perso quasi mille dollari in quel giro. Comunque
sia, dopo la caduta del Muro Anton  tornato a Oslo
e ha aperto il suo club. In quel periodo stavo cercando di ottenere
la residenza qui in Islanda e dovevo restare pulito, cos
ho iniziato a vendere vecchi vinili per posta. Quando ha aperto
il Kolaporti ho preso una bancarella. Poi, con l'arrivo di
Internet, ho cominciato a lavorare anche online. Avevo copie
di roba degli anni Settanta e Ottanta. I Residents andavano
forte. Anche Thomas Dolby, ma un po' meno.
Dov' finita la tua collezione di Chuck Berry?.
Quinn sorrise e, dietro la trama fitta di tatuaggi e cicatrici,
mi parve di scorgere il ragazzo di diciassette anni che era stato.
Ah, quella ce l'ho ancora! Non si scherza con Chuck. Me
la cavo lo stesso. In questi anni un paio di volte Anton mi ha
dato una mano, e poi, come puoi vedere, vivo con poco.
Si alz per prendere un'altra birra. Io me ne restai seduta,
cercando di non perdere la calma dopo aver appreso che
conosceva Bredahl. Tuttavia non si era mostrato particolarmente
curioso di sapere qualcosa di pi sui miei rapporti
con Anton - o su di me e basta -, e la cosa era del tutto coerente
con il Quinn che avevo conosciuto, i cui interessi non
erano mai andati tanto al di l della droga, dei vinili e del
sesso. E forse aveva ragione lui, forse il mondo diventa pi
piccolo e pi strano quando vivi all'estero, esattamente come
la downtown di New York si era fatta piccina e insipida.
A ogni modo per pagare l'affitto a Reykjavik dovevi piazzarne
parecchi di vinili e sospettavo che Quinn non ne ricavasse
abbastanza neanche per le sigarette e la birra. Ai tempi
del liceo vendeva erba, dieci dollari a bustina, oltre a pasticche
di Quaalude e a qualunque altra cosa gli capitasse per le
mani. Quelle cicatrici dimostravano, se ce ne fosse stato bisogno,
che non aveva lavorato esattamente in un ufficio, prima
di trasferirsi in Islanda.
Ehi!. Quinn appoggi la birra sul tavolo e con le dita
sfior la cicatrice che avevo accanto all'occhio. Questa sembra
recente.
Rimasi in silenzio. Lui si chin su di me, mi prese il viso tra
le mani e mi baci. Aveva le labbra screpolate e le sue mani
mi parvero pi grandi e pi ruvide di come le ricordavo, ma
il suo odore era sempre lo stesso: fumo, sudore e birra; e anche
la voce era la stessa, il ricordo di un altro mondo, di un altro
secolo.
Cassie... mormor.
Erano anni che non andavo a letto con qualcuno, forse pi
di dieci da quando ero stata con un uomo e trentatr da quando
quell'uomo si chiamava Quinn O'Boyle. Eravamo entrambi
ubriachi e la cosa richiese un po' di tempo.
Nessuno dei due parl, o quasi, per timidezza, o forse per
paura che le nostre voci potessero tradire i ragazzi di un tempo,
rinchiusi negli adulti che eravamo diventati. Percorsi con
le dita le linee che attraversavano il suo petto, la croce scolpita
sul cranio. Quinn ma non pi Quinn, intrappolato in
un sarcofago di pelle sfregiata. Non riconoscevo quasi pi
niente di lui, tranne gli occhi e il suono del mio nome sussurrato
nel buio, una voce talmente dolce da farmi pensare
di averla solo sognata.
Poi sentii la sua mano sul mio petto. Cassie. Non riesco
ancora a credere che tu sia qui. Perch mi hai lasciato?.
Non lo so mormorai. Eri in galera.  stato tanto tempo
fa. Le persone cambiano. Tutto  cambiato.
Io no.
No. Mi rigirai nel letto per vederlo meglio. Tu non sei
mai cambiato. Mi trem la voce e distolsi lo sguardo.
Poteva essere tutto diverso disse Quinn. E non cos.
Adesso  troppo tardi.
 sempre stato troppo tardi dissi.
Quando Quinn si addorment io rimasi a guardarlo, a
osservare il movimento del suo petto graffiato che seguiva il
ritmo del respiro, le sue mani intrecciate in corrispondenza
del cuore, il volto sfigurato ancor pi spaventoso nel sonno.
Sembrava uno di quei cadaveri che affioravano dalle torbiere,
il cui passato sconosciuto era tatuato sulla pelle annerita.
Mi chinai su di lui e gli baciai la fronte, poi mi alzai e attraversai
la stanza per accendere la luce e prendere la macchina
fotografica. La posizionai su una sedia, per avere maggiore
stabilit, mi inginocchiai e osservai Quinn attraverso il
mirino.
Era perfettamente immobile, ancora pi bello, per me, di
quanto non fosse stato anni prima, addormentato in qualche
luogo tranquillo, al riparo dai danni che il mondo avrebbe
inflitto al suo corpo. Aprii l'obiettivo della macchina e mantenni
l'esposizione per mezzo secondo - un tempo lungo
come una vita - prima di premere il pulsante di rilascio dell'otturatore.
Risuon come un colpo di pistola, ma Quinn non
si mosse.
Scattai diverse fotografie, poi smisi per paura di cosa sarebbe
potuto accadere se si fosse svegliato e mi avesse vista
per l'ennesima volta dietro un obiettivo; ma ancora di pi
temevo che quel mondo in penombra andasse in frantumi,
che fosse solo un sogno, pieno di desideri e rimpianti, e io
mi ritrovassi di nuovo sola, nel mio appartamento buio, con
l'unica compagnia dell'occhio rosso e ammiccante di una segreteria
telefonica. Riposi la macchina fotografica nella borsa
e ritornai silenziosamente a letto.
Quando finalmente mi addormentai, sognai Quinn: il suo
corpo galleggiava sul fondo di uno specchio d'acqua scura, di
nuovo ragazzo, coi capelli che gli ondeggiavano sul viso e una
vampa di luce bianchissima che scaturiva dalle cicatrici sul
petto.
...
.
...
CAPITOLO 15.
...
.
...
Mi svegliai nella solita luce opaca, crepuscolare, tra il rumore
delle onde e il fruscio metallico della neve ghiacciata sulla lamiera.
Quinn, al mio fianco, sbadigli. Prese una sigaretta
dal pacchetto sul pavimento, l'accese e si volt verso di me.
Cos' questo? chiese, toccando il tatuaggio che avevo
sul basso ventre. Too Tough to Die.
Gli raccontai dello stupro, della ferita lasciata da un coltello
a serramanico quando ero stata abbandonata mezza morta
sulla strada. Nessun dettaglio, come se stessi ripetendo le
previsioni del tempo o l'orario dei treni. Quando ebbi finito,
Quinn si chin su di me e mi baci sulla spalla.
Deve essere stato orribile.
Guardai il riquadro nero della finestra. Dall'altro lato della
stanza, il cellulare di Quinn emetteva suoni intermittenti.
Lui si alz e inizi a frugare nella tasca della giacca. La batteria
 quasi scarica.  tardi. Hai fame?.
No, ma forse dovrei mangiare lo stesso.
Non c' niente in casa. Vado a prendere qualcosa di pronto
da Aktu Taktu. Ti va di venire?.
Feci segno di no. Allora Quinn si vest, afferr la giacca
e, giunto alla porta, si ferm: Poi chiudi a chiave. Non dovrebbe
venire nessuno, ma se succede tu non aprire.
Mi misi il maglione e restai in piedi accanto alla finestra,
a guardare l'auto che se ne andava, poi chiusi la porta con tanto
di chiavistello. Il faro in cima al ripetitore non riusciva a
illuminare il terreno sottostante. Se qualcuno si fosse avvicinato
di soppiatto alla casa di Quinn, non me ne sarei mai accorta.
Mi torn in mente la raccomandazione di Anton perch
comprassi un cellulare a Helsinki. Troppo tardi ormai.
Finii di vestirmi e bevvi quasi due litri d'acqua, nel tentativo
di scrollarmi di dosso la vaga sensazione che niente di
quanto stava accadendo fosse vero, che fosse tutto un sogno
generato dal jet lag, dall'alcol e da una foto scattata nel 1975.
Mi tremavano le mani mentre aprivo il flacone di Focalin.
Ero sudata e avevo il vomito. La faccia che mi guardava dallo
specchio della cucina era devastata quanto quella di Quinn.
Ripensai ai suoi tatuaggi e mi domandai se uccidere un uomo
fosse diventato qualcosa di istintivo per lui, come lo erano
per me i furtarelli o le piccole bugie. Attesi che passasse la nausea,
poi iniziai a guardarmi attorno.
Non scoprii granch. In cucina, dentro un cassetto, trovai
alcune penne, lamette da barba, fiammiferi, una patente di
guida scaduta e un po' d'erba, dentro una bustina di plastica
con la chiusura ermetica. In bagno c'erano asciugamani lerci,
un cestino della carta rovesciato e un armadietto di metallo
con parecchi medicinali. Le etichette erano in islandese. Non
riconobbi nessuna delle pillole contenute nei flaconi e decisi
di lasciar perdere. Sul pavimento, accanto al gabinetto, una
pila di vecchi numeri della rivista Record Collector e un'edizione
economica del Ritorno del re.
Era la stessa copia che Quinn leggeva e rileggeva ossessivamente
negli anni Settanta. In copertina, un groviglio psichedelico
di montagne in fiamme e mostri dai colori lividi.
Quando lo presi in mano, il libro si apr su una pagina scarabocchiata,
piena di lettere sottili come ramoscelli: un alfabeto
runico. Lungo i margini si addensavano altre rune, tracciate
con una penna a sfera dall'inchiostro blu un po' sbiadito. Il
nome di Quinn, immaginai, o forse anche il mio, scritti entrambi
decenni fa.
Tornai in soggiorno. Una modesta cassettiera in truciolato
conteneva vecchie magliette con i nomi di qualche band,
pantaloni di velluto, camicie di flanella, un corpetto trasparente
di colore rosso e diversi tanga arrotolati. Presi in mano
il corpetto, da cui cadde un passaporto. La fotografia ritraeva
una donna bionda. Aveva un'aria pi giovane, ma l'espressione
incazzata era proprio la stessa: Dagny Ahlstrand,
nata il 15 marzo 1960, residente a Uppsala.
Cercai invano un altro passaporto o delle foto, un bloc-notes,
un paio di chiavi di scorta, un oggetto qualsiasi che
potesse suggerire la presenza di una persona diversa da quella
evocata dai panni sporchi e dalle bottiglie vuote accatastate
sotto il lavello. Non trovai niente. Nessun alcolico, a parte
il brennivin. Capitolai e ne bevvi un goccio, mandandolo gi
insieme a un bicchiere d'acqua puzzolente; poi andai nello
stanzino in cui erano conservati i dischi.
Era come una cella frigorifera: riuscivo a vedere il vapore
prodotto dal mio respiro. Scandagliai scatola dopo scatola ed
estrassi vari album, nella speranza di trovare qualche traccia
del Quinn che avevo conosciuto.
Finalmente le mie ricerche furono premiate. Sotto l'unica
finestra della stanza trovai due scatole, coperte da un plaid
sfilacciato. Riconobbi subito quella coperta: proveniva dalla
cameretta del Quinn ragazzino, a Kamensic. La infilava sotto
la porta quando ci facevamo una canna. Me la premetti
contro il viso e respirai la polvere, l'odore del fumo e una
debolissima traccia di incenso al gelsomino. La distesi per terra
mentre passavo in rassegna l'archivio di un'adolescenza
condivisa, in rigoroso ordine alfabetico: Beatles, Chuck Berry
e il primo Bowie, fino a T. Rex e Velvet Underground. Presi
l'album che si intitolava White Light/White Heat e inclinai
la copertina nera e patinata del disco verso la lampada sopra
la mia testa. In controluce si poteva distinguere la sagoma di
un teschio, ma non riuscii a scorgere quel macabro sigillo.
Estrassi un altro album.
Si intitolava Viar, scritto in puntute lettere rosse, con la I
fatta a croce rovesciata. La fotografia in copertina, alquanto
minimalista, ritraeva un paesaggio invernale: cupi abeti e un
corvo in volo sopra tre giovani che indossavano stivali e lunghe
giacche e pantaloni di pelle nera. I ragazzi erano alti,
con le spalle larghe e i capelli sciolti che ondeggiavano ferocemente
al vento. Avevo visto facce pi allegre all'obitorio
dell'ospedale Bellevue. Nessun cerone su quei visi: solo tre
sguardi penetranti che parevano avermi individuata come
un'intrusa in quel selvaggio mondo nordico. Avvicinai la copertina
alla luce: un bagliore improvviso esplose al centro dell'immagine,
illuminando alcune lettere runiche:
OOD SVART SOL
Capii subito cos'era: Dead Black Sun, l'unico album di un
gruppo scandinavo il cui solo motivo di notoriet, almeno
per me, era il fatto che Ilkka Kaltunnen avesse scattato la fotografia
di quella copertina, verso la fine degli anni Novanta.
L'epoca d'oro degli LP era gi tramontata, ma alcune band
registravano ancora su vinile per il mercato dei collezionisti.
Mi domandai perch quell'album, cos diverso dagli altri, fosse
finito tra i ricordi musicali di Quinn. Del resto era comunque
un disco meno imbarazzante di Frampton Comes Alive!
O forse no, forse Dead Black Sun era l'equivalente black
metal di Gilbert O'Sullivan, e per questo Quinn l'aveva nascosto.
Tolsi il disco dalla copertina, lo misi sul piatto e mi
sedetti su una sedia ad ascoltare.
Mi aspettavo chitarre graffianti e batterie ossessive come
un martello pneumatico. Invece, un ensemble di corni suonava
una dolente fanfara che scem in un silenzio minaccioso,
interrotto a un tratto dalla replica tonante degli ottoni
che si innalzano tutti insieme a raggiungere un'unica nota
agghiacciante, tenuta pi a lungo di quanto ritenessi possibile,
prima che anch'essa si affievolisse.
Quella medesima nota venne poi ripresa, in modo ancora
pi lamentoso e ripetitivo, da una chitarra acustica, alla quale
si un una seconda chitarra, ma dopo un minuto entrambe
furono sopraffatte dal cantilenare di due voci maschili. La tonalit
di quel coro era talmente bassa che non riuscivo a capire
cosa dicessero, n a distinguere se le parole fossero in inglese
o in norvegese. Il risultato potrebbe sembrare ridicolo, come
il canto di ipotetici adepti in una messa nera del XX secolo. Eppure
quelle voci, cos rozze e sgraziate, sortivano l'effetto
contrario. Una era palesemente fuori tempo rispetto all'altra,
e sentii distintamente una presa di fiato e poi una parola incomprensibile
e stonata. Ci contribu a rafforzare la mia impressione
di essere in ascolto di qualcosa che stava accadendo
realmente, in quel momento e in quella stanza, e non in uno
studio di registrazione, quindici anni fa. Il canto delle due voci
si fece pi forte, una vera litania zittita bruscamente dall'acuto
stridulo di una chitarra elettrica. Sullo sfondo di quel suono,
tagliente come un rasoio, percepii l'eco di una terza voce,
gutturale, un lamento seguito da un gemito stridulo, come
un motore che ingrana la marcia pi alta. Avvicinai l'orecchio
all'amplificatore per sentire meglio.
Per una frazione di secondo quel suono mi parve inconfondibile:
non era n una chitarra n un sintetizzatore, ma un
grido angoscioso. Spar quasi subito sotto il rumore incalzante
della batteria per poi riemergere con un urlo rauco, primitivo.
A quel punto le chitarre divennero assordanti mentre la
voce si affievoliva. La canzone prosegu per un'altra trentina
di secondi, per poi concludersi in una cacofonia di feedback
seguita dal rumore di un tuono.
Poi il silenzio.
Sollevai il braccio dal piatto e rimasi a fissare il disco che
girava silenziosamente. Il vento faceva vibrare le pareti, mentre
la grandine si abbatteva violentemente sull'unica finestra.
Spensi il giradischi ed esaminai il retro della copertina
nera dell'album. Niente titoli delle canzoni, niente foto della
band, n i nomi dei musicisti o dei produttori. All'interno soltanto
la solita busta di carta bianca.
Nient'altro. Tutto ci mi sembr quanto meno autolesionistico
per una band sconosciuta ai suo primo album, ma forse
la mia era solo la spiegazione pi ovvia.
Tolsi il disco dal piatto e lo osservai alla luce. Ai vecchi tempi capitava di trovare dei messaggi incisi sul solco d'uscita, al centro del disco, come ad esempio Fa' ci che vuoi: sar la tua sola legge, che compariva nell'edizione originale di Immigrant Song.
NOTA: Citazione da The Book of Law (1904) di Crowley, antesignano dell'occultismo e fondatore del culto telemico. FINE NOTA.
Quel solco, sul lato A di Dod Svart Sol, era liscio e lucente
come se qualcuno vi avesse versato sopra dell'olio. Girai il
vinile dall'altro lato, inclinandolo avanti e indietro finch finalmente
non vidi qualcosa.
Nessun bagliore luminoso, come nelle fotografie di Ilkka,
ma una specie di nodo, un intreccio di righe talmente sottili che
parevano incise con un ago da cucito. Avvicinai il disco agli
occhi per vedere meglio, ma persi traccia dell'immagine. Solo
dopo un attento esame di qualche minuto riuscii a ritrovarla.
Era grande meno di un'unghia e altrettanto difficile da vedere:
tre braccia scheletriche, le cui mani ossute formavano una
sorta di intreccio afferrandosi l'una con l'altra per i polsi. Il centro
della figura era occupato da un viso spettrale, creato in negativo
dallo spazio vuoto tra le immagini circostanti.
Lo stesso simbolo che era tatuato sul petto di Quinn.
Lo fissai cos a lungo che i miei occhi iniziarono a lacrimare.
Che diavolo era? Il logo di una compagnia discografica?
Allora perch Quinn se lo sarebbe fatto tatuare sul petto?
Cercai di ricordare ci che sapevo dei Viar, oltre alla
temporanea associazione con Ilkka, ma non ne cavai nulla.
Che interesse poteva mai nutrire per un gruppo simile gente
come Quinn... o Ilkka? Potevo capire che quella musica brutale
piacesse al Quinn apatico e indurito dalla prigione, ma
Ilkka mi era sembrato decisamente troppo raffinato, o forse
troppo chiuso in se stesso, per cedere a quella forma pirotecnica
di satanismo un po' adolescenziale.
Immaginavo per che quel genere musicale potesse avere
una sua attrattiva per i ragazzini borghesi e annoiati delle
periferie di Helsinki. Forse l'ambiente dark e violento di Oslo
aveva plasmato il giovane Ilkka nello stesso modo in cui la
downtown newyorkese aveva plasmato me, un milione di anni
fa. Poi lui ne era uscito, si era fatto una vita, una carriera e una
famiglia, tutto ci che aveva sempre desiderato, finch qualcuno
non l'aveva fatto fuori.
Stavo per rimettere il disco sul giradischi quando sentii il
rumore di un'auto. Lo infilai in fretta nella sua copertina,
ma a met strada rimase incastrato. Lo tirai fuori e riprovai,
ma non c'era verso.
Evidentemente c'era qualcos'altro dentro. Infilai la mano
nella busta e raggiunsi un cartoncino sottile. Lo tirai fuori:
un'orrida cartolina d'epoca con il messaggio d'auguri, ormai
familiare, stampato sopra una creatura dotata di corna.
Quell'essere inquietante trascinava una slitta sulla quale si
trovavano due bambini in lacrime legati con delle catene.
GRUSS VON KRAMPUS!
Guardai il retro del cartoncino. Era bianco.
Quando sentii spegnersi il motore della macchina infilai in
tasca la cartolina, rimisi il disco nella scatola e in fretta la ricoprii
con il vecchio plaid. Ritornai in soggiorno giusto in
tempo per vedere Quinn che rientrava in casa scrollando la giacca bagnata di pioggia.
Ecco la cena. Mi consegn un sacchetto fumante. Mi sedetti
sul letto e attesi che mi raggiungesse. Scusa se ci ho messo tanto. C'era un sacco di gente.
Non osavo aprire bocca, ma Quinn sembr non accorgersene.
Mangiammo in silenzio: hamburger bisunti e patatine
fritte liofilizzate che la paprika aveva macchiato di rosso.
Finito di mangiare, Quinn si accese una sigaretta e mi cinse le spalle con un braccio.
Stanca?.
No, non direi.
Bene disse e mi attir a s.
...
.
...
CAPITOLO 16.
...
.
...
Ore dopo, udii un bip intermittente provenire dal cellulare di
Quinn. Lui dormiva cos presi il telefono e con la vista annebbiata
lessi le due parole che componevano il messaggio.
help galdur
Evidentemente Baldur era cos sbronzo da non riuscire a
scrivere correttamente il proprio nome. Lasciai scivolare a
terra il telefono e mi rimisi a dormire, finch non venni svegliata
di nuovo dal suono del cellulare che riproduceva le
note di Gimme Shelter. Stavolta sbattei il telefono direttamente
in faccia a Quinn. Si svegli, diede un'occhiata all'ora
e si mise a sedere, sbadigliando.
Merda, sono le otto passate. Devo tornare in citt. Il mercatino
 aperto solo durante il fine settimana. Indic un ripiano
della cucina: L c' il caff.
Preparai un caff, andai in bagno e mi feci una doccia.
Quando ritornai in soggiorno, Quinn mi afferr per le spalle.
Ma che cazzo fai?. Cercai di liberarmi.
Cosa ci facevi a Helsinki?.
Ero impietrita. Cosa vuoi dire?.
Quello che ho detto. Cosa cazzo ci facevi a Helsinki?.
Lo sai... Dovevo dare un'occhiata ad alcune foto per
conto di Anton.
Quali foto?. Mi scuoteva con una forza tale da slogarmi
le mascelle. Cazzo, quali foto, Cass?.
Di un fotografo che si chiamava Ilkka Kaltunnen. Lo
guardai di traverso, massaggiandomi la mandibola. Piantala
con queste stronzate, Quinn ! Sei stato tu che hai fatto il
mio nome ad Anton.
Anton  morto.
Cosa?.
Ho appena parlato con Baldur. Anton  stato ritrovato in
un parcheggio sotterraneo, all'aeroporto di Helsinki. L'hanno
strangolato e gli hanno conficcato una candela in un occhio.
Una candela? Ma cosa stai dicendo?.
Spiegamelo tu. Mi spinse contro il muro. Cos' successo
con Ilkka?
Non lo so balbettai. Anton mi aveva dato il suo indirizzo.
Ho preso un taxi e sono andata a casa sua. Abbiamo
parlato. Ilkka Kaltunnen, il fotografo... L'ho a malapena conosciuto.
Mi ha mostrato alcune delle sue foto. Anton era
interessato a comprarle.
Quali foto?.
Sesso estremo, bondage. Mentirgli fu naturale, come respirare.
Ragazze, un gruppetto di asiatiche, tutte legate. Venivano
da Bangkok. Minorenni, probabilmente. Non ho voluto
sapere altro.
Quinn mi fiss a lungo, dritto negli occhi, e poi mi lasci
andare. Sapevi che Ilkka era morto quando siamo venuti qui
ieri sera?.
Non volevo approfittare della mia buona sorte con un'altra
bugia: S.
Perch non me l'hai detto?.
Non so.  andata cos... L'ho saputo soltanto ieri, e tutto
 successo molto in fretta. Ho sentito la notizia alla tv, mentre
ero in un bar qui a Reykjavik.
Hai detto a Ilkka che mi conoscevi?.
E perch avrei dovuto? Non avevo la pi pallida idea che
tu conoscessi lui o Bredahl. Non sarei in grado di riconoscere
Anton neanche se me lo trovassi davanti.
Beh, adesso non avrai pi quel problema. Quinn raccatt
alcuni vestiti dal pavimento. Baldur ha ricevuto un SMS
da Anton, venerd, lo stesso messaggio che ho trovato io stamattina.
Baldur gli ha risposto soltanto la notte scorsa, dopo
di che Anton non si  fatto pi vivo. Ha cercato di chiamarlo ma non rispondeva. Cos ha telefonato a un amico di Helsinki.
La polizia era gi al lavoro sul caso.
Porca puttana!. Non c'era dunque da stupirsi se Anton
aveva sbagliato a scrivere il nome di Baldur. Probabilmente
era stato il suo ultimo gesto. La polizia... Qualcuno
ha fatto il mio nome?.
Non lo so, ma la casa di Ilkka  stata saccheggiata. Foto
di sesso estremo.... Quinn mi fissava con uno sguardo malevolo:
Perch Anton aveva bisogno della tua opinione per
delle foto pornografiche?.
Non saprei. Gli avevo detto che erano un buon affare, secondo
il mio giudizio. Per questo ho pensato che fosse stato
Anton a uccidere Ilkka. Di persona oppure pagando qualcuno,
un sicario.
La polizia dice che Anton  stato ucciso venerd pomeriggio,
ma l'hanno trovato al parcheggio soltanto ieri. Dubito
che sia stato lui a far fuori Ilkka: Anton lasciava ad altri il
lavoro sporco. Quinn mi lanci la giacca. Andiamo.
Dove?.
Kolaporti. Non so cosa stia succedendo, ma ho intenzione
di comportarmi come al solito, almeno finch non ci avr
capito qualcosa. Tu puoi andare in qualche albergo e aspettarmi
l.
Gli lanciai indietro la giacca. Io non vado da nessuna parte.
Anton mi deve dei soldi. Sono nella merda se non mi paga.
Allora  meglio che ti ci abitui alla merda, perch Anton
non  in grado di pagare nessuno.
Tu lo conoscevi... Ilkka, intendo.
Estrassi dalla tasca la cartolina di Krampus e gliela mostrai.
Quinn la guard, gli occhi profondi che ardevano in
fondo al cranio come una maschera spettrale.
Dimmi come l'hai conosciuto.
Mi strapp la cartolina di mano, la gett via e poi mi afferr
per un polso, stringendo forte: Ascoltami bene... Devi
andartene da qui. C' un volo per New York questo pomeriggio.
Devi solo cambiare il biglietto. Ti accompagno io all'aeroporto.
Non ho nessun biglietto da cambiare, e poi non ho pi
soldi sulla carta di credito.
Te lo pago io il volo.
Te l'ho gi detto: non posso tornare a New York. Sono ricercata.
Mi vogliono interrogare per la morte della Kamestos.
Maledizione, Cass! Che casino del cazzo! grid Quinn.
Tu non immagini neanche in che razza di casino ti sei cacciata!
Non so cosa ci facessi tu con quella gente, ma sei nella
merda fino al collo. Sei una bella rogna, lo sai? Sono stato uno
stronzo a seguirti, ieri sera. Avrei dovuto lasciarti a Einar....
Tu sapevi gi tutto, vero?.
Feci un passo indietro, pronta a sferrargli un pugno, ma
Quinn mi respinse.
No che non lo sapevo. Si appoggi alla parete, la testa
tra le mani. Continuo a non capire. Ma la sai una cosa? Non
me ne frega un cazzo. Non voglio saperne niente. Bredahl era
un cane rabbioso e Ilkka... lui era anche peggio. So che adesso
rigava dritto ma, credimi, era uno che sniffava la formalina
per farselo venire duro. Era un necrofilo di merda.
Mmm. Lo guardai con aria sprezzante. Che begli amici
che hai!.
Gi... Ma anche tu sei mia amica, se non sbaglio. Scaric
un pugno sulla parete di cartongesso. Non posso restare
invischiato in questa storia. Ho combinato parecchie cazzate
in passato, cose che tu non sai. Potrebbero cacciarmi via
da questo paese, e se succedesse sarei fottuto per sempre.
Potrei dire la stessa cosa.
S, con la differenza che qui nessuno sa chi sei, almeno
non ancora. Forse non gliene frega niente a nessuno, o forse
no. Quel che  certo  che conoscono me. Ha pi abitanti
Newark dell'intera Islanda. Tutti conoscono tutti, qui. La
gente parla. Non puoi nasconderti in questo paese, Cass.
Allora cercher di non dare nell'occhio.
Che cazzata! Perch a Helsinki non hai dato nell'occhio,
vero?.
Tu invece sembri capace di sparire, quando vuoi.
Perch non sono completamente idiota come qualcuno
che conosco. Sei troppo vecchia per questa roba, Cass. E anche
io sono vecchio.
Non troppo per spacciare, per.
E chi te l'ha detto?. Entr nello sgabuzzino e torn con
uno scatolone di dischi. E pi che altro un hobby, e cerco
di farlo rimanere tale. Senti, Baldur ha appena ricevuto una
chiamata da un tipo che possiede alcuni dischi rari di cui vuole
disfarsi. Ha preso appuntamento con lui, ma non posso
fidarmi di Baldur. Una volta ha lasciato andare un 45 giri di
Elvis della Sun Records, un disco che vale cinquemila dollari.
Quindi devo andare anch'io con lui, se non voglio ritrovarmi
con un mucchio di porcherie. Tu per non puoi restare
qui mentre sono fuori, e non ho intenzione di portarti con
me al Kolaporti. Non so ancora cosa fare.... Si diresse verso
la porta. Mi inventer qualcosa.
Raccolsi in fretta la mia roba e lo seguii fino alla jeep.
Era ancora mattina e l'aria pareva mite, quasi primaverile.
Le ultime stelle brillavano pallide sul mare, che trascolorava
dall'indaco al blu cobalto. Mentre raggiungevamo la
periferia di Reykjavik, i raggi del sole esplosero all'improvviso
da dietro le cime lontane delle montagne come lingue di
fuoco. Non c'eravamo scambiati una sola parola. Quinn
ferm la macchina nel parcheggio di una chiesa, ignorando le
occhiate curiose di un gruppo di persone che chiacchieravano
nelle vicinanze. Si mise a osservare due gabbiani che si
contendevano qualcosa, forse immondizia. Io intanto frugai
nella borsa in cerca del Focalin, ne inghiottii un paio e passai
il flacone a Quinn. Questi lo rovesci sul palmo della
mano, prese un po' di pasticche e le mand gi senza smettere
di guardare i gabbiani che strappavano il cartone di una
pizza. Osservavo Quinn con la coda dell'occhio, irrequieta.
Finalmente riavvi il motore e ritornammo sulla strada.
Dove andiamo?.
A casa di Brynja disse, senza guardarmi. La sorella di
Baldur.
Baldur mi ha detto che lei ti odia.
Ah, hai controllato i miei precedenti? S, credo proprio
che mi odi, ma vuole bene a suo fratello e io e lui siamo soci
in affari. Brynja ha un negozietto di articoli da regalo in un
posto orribile... Fa pi soldi al mercatino delle pulci. Comunque
non c' quasi mai nessuno nel suo negozio. Di solito
la domenica si ferma a fare un po' di contabilit.
Perch prima non le telefoni?.
Per darle l'opportunit di rifiutare?.
Il negozio di Brynja si trovava in un quartiere di casette
squallide, con vista sulle montagne coperte di neve: un perfetto
quadro invernale sullo sfondo di un cielo azzurro. Parcheggiata
davanti al negozio c'era una vecchia Opel grigia, con
i finestrini tappezzati di brochure strappate che reclamizzavano
massaggi ayurvedici e gite turistiche alla scoperta degli
elfi. Brynja era sulla porta. Fumava una sigaretta e il suo viso
si fece cupo quando vide l'auto fermarsi.
Aspetta. Quinn apr il vano portaoggetti della jeep, afferr
qualcosa e me lo mise in mano. Voglio che tu prenda
questa.
Lo guardai incredula. Ti sei bevuto il cervello? Ho gi abbastanza
guai, e tu vuoi darmi anche una pistola del cazzo?.
Prendila insistette. Gli mollai un pugno sul braccio.
Non la tocco neanche. Mettila via!.
Mi lanci un'occhiata feroce, ripose la pistola e sbatt lo
sportello del vano portaoggetti. Sai qual  il tuo problema,
Cass? Tu non riesci a vedere al di l del tuo naso. Sei incapace
di pensare al futuro, neanche per tre secondi, a meno che
non preveda una qualche bottiglia di merda. Apr la portiera.
Resta qui.
Salt gi dalla macchina e raggiunse Brynja; la salut sbrigativamente
e le disse qualcosa a voce bassa. La donna ascoltava,
tenendo i suoi occhi scuri fissi su di me. Alla fine fece segno
di no con la testa. Allora Quinn l'afferr per un braccio
e le bisbigli qualcosa all'orecchio. Brynja si liber con una
smorfia e gett la sigaretta verso l'Opel. Poi rientr nel negozio
come una furia.
Quinn mi invit con un cenno a scendere dall'auto. Ha
detto che puoi restare qui per un paio d'ore.
Ah s? E quanto ti  costato?.
Le ho detto che avrei concesso a Baldur due mesi di vacanza.
Retribuiti. Passo a riprenderti tra qualche ora.
Qualche ora quando?.
Non lo so. Direi alle due. Se faccio tardi avviso Brynja.
E dopo?.
E che ne so. Volse lo sguardo oltre i tetti delle case,
verso le montagne. Tu aspettami. Qualunque cosa accada,
non te ne andare. Capito? Non. Te. Ne. Andare. Riuscir a
inventarmi qualche cosa.
Mi prese il mento tra le dita e mi guard per un lungo
istante, poi mi attir a s e mi abbracci.
Cassie... mormor. Sei una solenne rompicoglioni, lo
sapevi?.
Si avvi alla macchina. Lo guardai andar via e, con la paura
che mi chiudeva lo stomaco, entrai nel negozio.
...
.
...
CAPITOLO 17.
...
.
...
Brynja era seduta dietro un tavolo e fissava con occhi torvi
un foglio contabile sul computer.
Lo so che  una storia di droga. O di prostituzione. Chiudi
la porta a chiave. Alz lo sguardo dal computer. Era il
negativo fotografico del fratello: occhi scuri rabbiosi, capelli
neri, bocca piegata in una smorfia sprezzante. Sembrava molto
pi vecchia di Baldur, di dieci anni almeno; probabilmente
aveva passato la trentina da un pezzo. Quinn  un uomo
malvagio.
Allora perch mi hai fatto entrare?.
Meglio guardarlo in faccia il Demonio piuttosto che voltargli
le spalle.
Mi fissava con aria truce, come se volesse darmi fuoco da
un momento all'altro. La ignorai. Lasciai cadere a terra la
borsa e mi diressi verso il fondo del negozio. Le finestre erano
talmente sporche da tingere la luce del sole di mezzogiorno
di un colore acido e giallognolo, come nicotina. La stanza
puzzava di caff bruciacchiato. Brynja vendeva un misto di
chincaglieria nordica e spazzatura New Age: magneti a forma
di Pulcinella di mare, di renna o di troll; cartoline raffiguranti
geyser o giovani inverosimilmente belli, a cavallo di
pony dagli occhi azzurri; portachiavi con ciondoli d'ispirazione
vichinga e montagne di bigiotteria con iscrizioni runiche,
oltre a pietre runiche, carte da gioco runiche e apribottiglie,
bicchierini e tazze da caff decorati da rune. Chiunque
avesse esigenze particolari in fatto di rune sapeva dove
andare. Presi in mano una felpa sulla quale era stampata l'immagine
di un copricapo vichingo insieme alle parole ROAD TO RUNE.
Chi diavolo compra questa roba?.
Gli americani. Brynja torn a fissare lo schermo del
computer. E i giapponesi. Gli stessi che partecipano alle gite
alla scoperta degli elfi.
Dopo quelle parole, Brynja si accontent di fingere che non
esistessi. Le restituii la cortesia e trascorsi le ore successive curiosando
nel negozio. Notai una vetrina piena di libri con alcuni
titoli in inglese: Twilight of the Gods, Wisdom of the
Runes e satru for the Solitary Practitioner. Non mancavano
traduzioni di svariate saghe nordiche e una serie di cartine
che conducevano ai luoghi abitati dagli elfi, tutte accuratamente
avvolte nel cellophane, in modo che nessuno si presentasse
a casa dei nanetti senza invito e soprattutto senza aver
pagato quelle preziose indicazioni. Sfogliai rapidamente una
Guida al sesso con il popolo invisibile: pagine consunte dall'uso,
piene di illustrazioni volgari. Passai a un'altra vetrina, che
conteneva una pila ordinata di tovagliette da t rosse, bianche
e verdi e calendari dai colori vivaci, oltre a un cestino colmo
di decorazioni natalizie. Scelsi una statuina piuttosto kitsch,
una specie di troll sorridente che teneva in mano due cucchiai.
Assomigliava al cattivo di un fumetto pi che a un aiutante di
Babbo Natale, ed era dipinto in modo grossolano, anche se, a
giudicare dal cartellino del prezzo, doveva essere d'argento e
non di plastica. Lo gettai di nuovo nel mucchio e presi un troll
barbuto che sbirciava attraverso una porta. Un biglietto scritto
a mano, affisso al cestino, recitava: JLASVEINAR! I RAGAZZI
DEL NATALE! BABBI NATALE ISLANDESI!
Osservai il troll dall'aria maliziosa: colui che fa sbattere
le porte. L'altro doveva essere quello che lecca i cucchiai.
Frugai nel cesto e ne estrassi uno che masticava una candela
come se fosse una coscia di tacchino. Ripensai a Suri, con la
spina dorsale spezzata in mezzo a una porta; ad Anton, con
una candela conficcata in un occhio; e a Ilkka...
Continuai a frugare finch non trovai una statuina che
portava in testa, a mo' di cappello, una zuppiera rovesciata.
Merda... mormorai.
Lo so. Sono ridicoli. Brynja mi guard con aria rassegnata.
Babbo Natale ha colonizzato l'Islanda.
Ne vendi molti di questi?.
Non vendo pi niente di niente, ormai.
Ma queste figure sono popolari?.
Oh, certo!. Brynja distolse lo sguardo. Anche troppo.
Duecento anni fa erano i personaggi di alcune fiabe macabre
che si raccontavano le notti d'inverno. Ora sono come
Babbo Natale disse disgustata. Tutto ci che ci apparteneva
 stato distrutto per arricchire qualcun altro.
Capisco cosa intendi. Guardai sul fondo della statuina:
MADE IN CHINA. Per anche tu fai soldi con questa merda.
Una volta, forse. Adesso di soldi non ce ne sono quasi
pi. Non so che ne sar di me, di tutti noi.
Gettai anche quella decorazione natalizia nel cestino. E
tuo fratello come se la cava?.
Lui  giovane. Pu ancora andarsene in qualche paese
pi caldo. E quel che fanno tutti i ragazzi, qui. Baldur  un
fratellastro: abbiamo madri diverse. La sua vive a Madrid,
ed  probabile che anche lui si trasferisca l, a cominciare una
nuova vita.
Vendendo dischi?.
Brynja sibil una risposta a labbra strette: Ha una laurea
in ingegneria. Se non ci fosse stato Quinn, mio fratello
sarebbe gi andato da un pezzo.
Cosa? Mi stai dicendo che Quinn gli ha salvato la vita?
Mi sembra che Baldur sia in grado di andarsene quando gli
pare. Forse gli piace lavorare con Quinn, o forse guadagna
bene.
Guadagna da schifo.
Brynja si alz e si avvicin a una macchinetta del caff
che si trovava su un tavolino, insieme a diverse tazze. Se ne
vers un po' e mi guard con due occhi che sembravano
schegge di vetro scuro.
Baldur si  cacciato nei guai con la droga disse, sorseggiando
il caff. Non la consuma. La vende.
Per conto di Quinn?.
E di altri. La polizia non l'ha beccato ma... Quinn ha
pagato dei vecchi debiti di mio fratello, e allora lui restituisce
il favore.
Non era difficile immaginare che genere di favore potesse
avergli chiesto Quinn. Baldur conosce un certo Anton?.
Brynja tacque.
Vive a Oslo aggiunsi.  norvegese.
No rispose. Per conosco qualcuno l. Amici di vecchia
data. Anche Quinn ha dei contatti a Oslo, ma Baldur no.
Mi chiesi come mai Brynja sapesse tante cose di un uomo
che odiava. Esaminai distrattamente un braccialetto su cui
erano incisi dei caratteri runici. Quelle amicizie... risalgono
a prima che tu e Quinn vi metteste insieme?.
Silenzio. Segu un laconico: S, a molto tempo fa.
Bingo! Attesi che continuasse. Dopo un istante, con una
certa cautela, Brynja mi chiese: Ti ha raccontato di noi due?.
Non mi ha detto perch vi siete lasciati. Feci spallucce.
Ma lasciamo perdere. Quinn  uno stronzo.
 molto peggio.
Da dietro la macchinetta, Brynja tir fuori del brennivin.
Ne mise un po' nel caff e poi mi pass la bottiglia. Ne versai
un paio di dita in una tazza grande, decorata da un motivo
ornamentale ispirato ai vulcani. Brynja bevve il suo caff
corretto, si vers un'altra buona dose di liquore e si mise a fissarmi
con uno sguardo gelido.
Lui e i suoi amici. Sono persone malvagie, odinisti.
Che?.
Odinisti, seguaci di Odino. Mi lanci un'occhiata sospettosa.
Credevo che conoscessi Anton.
Mandai gi d'un fiato il brennivin. Sapevo che Odino era
una divinit norvegese, ma tutto il resto era piuttosto nebuloso.
Non ho mai frequentato Anton. N lui, n quell'ambiente.
Esitai un attimo e poi aggiunsi: Solo Ilkka.
Ilkka. La voce di Brynja si vel di nostalgia. Me n'ero
quasi dimenticata. Che ne  stato di lui? E sparito dopo aver
smesso di lavorare per le riviste di moda.
Credo che si sia sposato e abbia dei figli. Ci siamo incontrati
qualche volta, tempo fa.
Era un uomo molto intelligente. Non ho mai capito perch
si fosse lasciato trascinare in quel giro. Guard il fondo
della tazza. Eravamo tutti molto giovani e molto stupidi.
Brynja non sembrava affatto stupida, in quel momento,
solo un po' brilla. Anch'io bevo, ma per ricordare. Con la musica
giusta, se fuori  abbastanza buio e io sono abbastanza
ubriaca, riesco a catturare, a volte, il luccichio di New York
alle tre di mattina, una sensazione che  per me una ragione
di vita. Brynja, invece, beveva per dimenticare.
Sembrava proprio sulla strada giusta per riuscirci, il che
voleva dire che difficilmente le avrei tirato fuori qualcosa di
utile.
Mi versai quel che restava del brennivin. Sembr non accorgersene.
Si mise a sistemare una pila di cartoline, pieg la
felpa con la scritta ROAD TO RUNE e si avvicin a un altro ripiano,
dove si ferm a osservare una serie di bracciali di pelle
nera ornati da punte metalliche e borchie argentate.
Guarda qui farfugli. Baldur mi aveva detto che sarebbero
andati a ruba, ma non li vuole nessuno. Forse i ragazzi
di Oslo e Bergen, ma quelli di Reykjavik proprio no.
Mi avvicinai e presi uno dei bracciali. Era un oggetto di
buona fattura: pellame robusto e punte d'acciaio affilate
come spine. Brynja me lo tolse di mano e me lo mise al polso,
allacciandolo delicatamente, senza stringere.
Ecco qui. Alz una mano, tenendo il mignolo e il pollice
tesi: le corna del diavolo.
Io invece strinsi il pugno: Questo coso  pesante.
S, come l'heavy metal. Brynja si mise a ridere e dovette
appoggiarsi al ripiano per non perdere l'equilibrio. Mentre
cercavo di stringere un po' il bracciale notai qualcosa:
accanto al fermaglio di chiusura c'era un tondino d'argento.
Mi voltai verso la finestra e a fatica riuscii a distinguere il disegno
che vi era inciso: una triscele formata da tre mani che
si stringevano l'un l'altra, mani di scheletro.
Costano un po' di pi con quell'incisione disse Brynja.
Ho dovuto ordinarli apposta. Dovrei farmeli pagare tutti
da Baldur.
Feci scorrere un dito sul dischetto d'argento. Cosa significa
questo disegno con le mani?
 un Gripdjur, la bestia che si morde la coda.  un simbolo
molto antico, proveniente dalle tombe di Broa, sull'isola
di Gotland, in Svezia. Prese in mano un altro bracciale,
irto di borchie appuntite.  un simbolo vichingo.
Indicai la felpa che aveva appena ripiegato. Come l'elmo,
vero?.
Forse. Solo che questo  pi.... Fece una lunga pausa,
...cultuale, ecco.
Ho capito. Mi cimentai anch'io nel segno del diavolo.
Il gesto pareva quasi solenne, con indosso quel bracciale.
Con questi faresti un sacco di soldi all'Ozzfest.
No... Io ti sto parlando di un vero culto, di una religione.
Tutti portavamo quei bracciali. Quel simbolo rappresenta
il passato che influenza il presente e il futuro. Al centro...
c' la Morte.
Sfior il volto spettrale formato dalle mani intrecciate. Alcuni
dicono che sia il volto di Odino, il dio che ha sconfitto
la Morte, che  rinato dopo essere stato ucciso, ma io non ci
credo. Niente  pi potente della Morte, che giunge a noi dal
passato per distruggerci e senza la quale non esisterebbe nessun
futuro. A ogni passo avanziamo lungo il ponte che conduce
nel Suo regno. Questa figura... rovesci il bracciale e
le borchie scintillarono alla pallida luce del sole .. .oggi  molto
comune. Se ne vedono varianti dappertutto, proprio come
le borchie e gli oggetti di cuoio. I bracciali si possono comprare
persino online, ma quindici anni fa erano difficili da
trovare e noi non avevamo soldi, cos li fabbricavamo in casa,
con vecchie cinture e chiodi. Era stata un'idea di Anton. Voleva
venderli al Forsvar, il suo club; poi, quando l'Helvete ha chiuso, aveva intenzione di aprire un suo negozio di dischi black metal.
NOTA: Negozio di dischi di Oslo, culla della scena black metal norvegese negli anni Novanta. FINE NOTA.
Anche allora, ad Anton interessavano soltanto
i soldi. Lasci cadere il bracciale, come fosse qualcosa
di immondo e mi guard: Il mio l'ho buttato nell'oceano,
sul traghetto che mi riportava a casa da Kiel. Ne hai mai avuto
uno?.
No. Come ti dicevo, non ho mai frequentato l'ambiente.
Qualunque cosa fosse l'ambiente. Mi sforzai di sembrare
spontanea: E poi neanche Ilkka era molto interessato
a quelle cose.
Non  vero replic prontamente Brynja. All'inizio era
lui il leader. E stato Ilkka che ha dato il via a tutto quanto, dopo
essersi trasferito in Norvegia. Gli piaceva l'idea di far risorgere
un'antica religione, di rinnovarla, creando nuovi rituali, pi
moderni. Era talmente appassionato... Forse perch, essendo
finlandese, quei miti non appartenevano alla sua cultura. Capita
la stessa cosa agli americani, che si innamorano di un altro
paese o di un periodo dimenticato della loro storia. Mi capisci?
E poi Ilkka era geniale. Gli altri erano poco pi che bambini...
ragazzini. Io avevo solo diciassette anni. Me n'ero
andata di casa per seguire un ragazzo fino a Oslo. Faceva parte
di un gruppo rock, e poi io volevo fuggire dall'Islanda. Ero
talmente stupida. Mi importava soltanto di Hallmar. L'hai conosciuto?
Era molto carino: aveva i capelli lunghi e biondi, ed
era dolcissimo quando tentava di fare il duro. Ora  talmente
ingrassato che non lo riconosceresti neanche. Lavora per i servizi
sociali di Reykjavik. All'epoca mi aveva spezzato il cuore.
Per questo mi ero messa con Quinn, per farlo ingelosire.
Ha funzionato?.
No. Brynja rise. Quinn era troppo vecchio, e poi tutti
pensavano che fosse un tipo un po' viscido, uno che se la faceva
con le ragazzine, perch io ero davvero molto giovane.
Per Quinn aveva la coca, capisci? Ecstasy, di tutto, e poi
spacciava, era stato in galera: mi sembrava cos affascinante.
Era come un gangster, e a Reykjavik non ne avevamo mai visti.
Nemmeno a Oslo, se  per questo. Qui c'erano solo un
mucchio di ragazzini idioti che incendiavano le chiese. Erano
tutti inferociti perch morivano di noia. Dopo hanno avuto
ancora pi tempo per annoiarsi, in galera.
Brynja guard fuori dalla finestra. Le passai la mia tazza,
ancora mezza piena di brennivin. Mi ringrazi con un cenno
del capo e se la scol, mentre guardavamo insieme il sole che
si tuffava dietro i tetti di quelle casette tutte uguali, come i
pezzi del Lego. Quando si volt di nuovo verso di me, mi
accorsi che aveva gli occhi rossi, come se avesse cercato di
raggiungere con lo sguardo una distanza impossibile.
Quinn mi ha detto che sei una sua vecchia amica di New
York. Sei stata in galera anche tu?.
Non ancora.
Le tenebre invasero la stanza mentre trascorreva lentamente
un'altra ora e le ombre si annidavano negli angoli, sul
soffitto, disegnando pozze scure sul pavimento. Mi aspettavo
che Brynja accendesse la luce, invece rimase immobile, accanto
a me, stringendo la tazza al petto. Un ultimo filo di
luce colava dal cielo. Comparve una stella tremolante che
spar cos in fretta da farmi pensare di averla solo immaginata.
Restammo a lungo in silenzio.
Poi le chiesi: Conosci una band che si chiama Viar?.
Brynja prese un lungo respiro. Quel simbolo continuai
io l'ho gi visto. Su un disco dei Viar.
Come ti dicevo  piuttosto comune. Forse non in America,
ma di certo in Scandinavia.
Cos tagli corto, appoggi la tazza vuota sul tavolo e si
volt verso di me, il suo volto una massa indistinta, oscura,
quasi fosse il riflesso di me stessa che avevo intravisto nello
specchio a casa di Quinn. Chi sei tu?.
Te l'ho detto. Un'amica di Quinn.
Non sei stata tu a dirmelo, ma lui. Tu menti. Tu non eri
a Oslo all'epoca, altrimenti sapresti che quel nome si pronuncia
Vithar e non Vidar. Anche un'idiota americana
se ne sarebbe ricordata. Salti fuori da chiss dove, e persino
Quinn ha paura di te. Dimmi la verit: chi sei?.
Avvicin la sua faccia alla mia e respirai il suo alito che
sapeva d'alcol cattivo e di un puzzo disgustoso, come se avesse
un ascesso a un dente.
Tu sei pazza. Perch Quinn dovrebbe aver paura di me?.
Te lo dico io perch sibil. Perch porti la morte con
te. Ce l'hai sulla pelle... Riesco a sentirne l'odore. Mi conficc
le unghie nel palmo della mano. Da ogni dove ella
raduna orde di morti e curva sulla schiena seco li conduce
verso casa, all'inferno. Vergine guerriera, gravida di teschi.
Questa sei tu.
Era proprio svitata. Le mollai un calcio e cadde a terra,
afferrandosi una gamba.
Presi la mia borsa e corsi verso la porta. In quell'istante,
la stanza fu inondata da un'esplosione di luce, un chiarore
intenso che scem immediatamente: i fanali di un'auto.
Guardai fuori dalla finestra, sperando che fosse la jeep di
Quinn. Invece vidi una Volvo station-wagon. Una figura corpulenta
scese dall'auto e in un attimo raggiunse la porta. La
spalancai prima che potesse bussare.
Takk, Grazie.
Un uomo quasi calvo entr nel negozio, il volto
grigio, il respiro affannoso. Premette l'interruttore della luce e
vide Brynja rannicchiata a terra. La guard con aria confusa.
Ha dato di matto spiegai. Tu chi sei?.
Magnus, un amico di Baldur. Sembrava pi sorpreso
della mia presenza che non di quello che avevo detto. S, a
volte le capita. Soprattutto quando beve. C' Baldur?.
Feci segno di no con la testa. Brynja si alz e attravers
zoppicando la stanza. Mi lanci un'occhiata carica d'odio prima
di rivolgersi a Magnus: Gli ho parlato stamattina. Doveva
controllare che Svana fosse arrivata al mercato per occuparsi
del mio banco. Devo fare un po' di contabilit oggi.
Svana  gi l. Le ho parlato conferm Magnus. Mi
ha detto che Baldur non si  fatto vedere e che lei  arrivata
molto presto. Gli dovevo dare dei soldi. E per questo che ho
iniziato a preoccuparmi: non  da lui dimenticarsi di un pagamento.
Lo interruppi: E Quinn?.
Magnus si strinse nelle spalle: No, non c'era neanche lui.
Gli scatoloni erano ancora chiusi e il loro banco era vuoto.
La macchina di Baldur era nel parcheggio ed  ancora l, con
tutta la roba dentro, per la jeep di Quinn non l'ho vista.
Continuo a chiamare Baldur sul cellulare ma non risponde.
Quinn mi ha accompagnato qui stamattina gli dissi.
Ha detto che andava al mercato e che sarebbe tornato a
prendermi verso le due. Ha anche detto che avrebbe chiamato
se tardava, ma non si  fatto sentire.
Neanche lui risponde al cellulare. Magnus apr la porta
di uno stanzino e guard dentro, come se sospettasse che
ci fosse nascosto qualcuno.
Te l'ho gi detto: Baldur non  qui. Brynja si trascin
fino alla porta e la richiuse rabbiosamente. Hai provato a
chiamare Astridur?.
S. Neanche lei l'ha sentito. Era arrabbiata perch dovevano
incontrarsi a pranzo ma Baldur non c' andato. Magnus
era corrucciato e ripet: Non  da lui, soprattutto nei confronti
di Astridur. Sei proprio sicura che non ti abbia chiamato?.
Nessuno ha chiamato e nessuno  venuto. Tranne lei.
Brynja mi guard furiosa. Ti prego, portatela via quando te
ne vai.
Non posso disse Magnus sulla porta. Devo accompagnare
i bambini da mia madre per cena. Se senti Baldur digli
di chiamarmi.
Ehi!. Lo inseguii fuori dal negozio. Io non ci resto
qui. Quella  una balorda del cazzo ed  pure sbronza. Devo
parlare con Quinn. Portami da lui. Ti aiuter a trovarlo.
Mi dispiace ma non posso. Magnus sal in macchina.
Falle bere un po' di caff. Se Baldur passa di qui, digli di
chiamarmi.
Gli gridai dietro ma Magnus accese il motore e se ne and.
Intanto aveva ripreso a nevicare, fiocchi minuti che brillavano
di una luce rossastra, al riverbero dei fanali posteriori
dell'auto. Rimasi un po' l al freddo, a guardare la Volvo che
si allontanava, poi tornai dentro.
...
.
...
CAPITOLO 18.
...
.
...
Brynja era china sul lavandino, col rubinetto aperto. Dopo un
minuto lo chiuse e mi guard, il viso rosso e bagnato.
Adesso mi sento meglio. Prese uno straccio per i patti
su cui era disegnato uno dei Ragazzi del Natale e si asciug.
Poi si pieg a ispezionare la gamba dolente. Mi hai aggredita.
Dovrei chiamare la polizia.
Fa' pure. E stata legittima difesa. Senti, hai idea di dove
possa essere Quinn? Ha detto che sarebbe tornato per le
due e sono gi passate... Cosa? Tre ore?.
Brynja mi lanci un'occhiata sprezzante: E tu ti fidi di
Quinn?.
No, ma....
Apr un armadio e tir fuori un cappotto e alcune borse.
Io me ne vado a casa.
Come? Io resto qui? Perch non chiami Quinn? Vuoi
che lo faccia io?.
Non avrei mai dovuto farvi entrare, n te, n lui. Tieni....
Mi lanci addosso un cellulare.
Hai il suo numero?.
No.
Nemmeno io. Lascia perdere.
Inizi a infilarsi il cappotto. Puoi andare a piedi. Magari
Quinn riesce a trovarti anche al buio. Io me ne vado.
Ascolta dissi, sperando di non sembrare tanto disperata
quanto mi sentivo. Sono sempre stata gelosa di te e di
Quinn, tutto qui. Volevo solo sapere com'era tra voi quando
stavate insieme, perch lui non ha mai voluto parlarne. Quinn
mi aveva chiesto di raggiungerlo qui a Reykjavik. Io arrivo e
scopro che ci sei anche tu. Volevo solo capire se c'era ancora
qualcosa tra voi due.
La storiella pareva abbastanza plausibile, persino a me, ma
capii dal suo volto inacidito che Brynja non era una persona
facile da placare. Indicai alcuni volumi dedicati alle panzane
New Age, sperando di distrarla: Allora, cosa c'era prima di
questa roba? Una specie di maledizione islandese?.
Una maledizione? replic, sogghignando. Ma no. Tutto
nasce dal Vlusp, uno dei poemi dell'Edda. Noi islandesi
li leggiamo fin da bambini.
Io ero cresciuta con i fumetti del vichingo Hagar l'orribile,
ma non glielo dissi.
 la profezia di Vlva prosegu Brynja una donna saggia,
una veggente, ma lei vede soltanto rovina e distruzione,
la fine di ogni cosa: il Fimbulvetr, ovvero il "terribile inverno",
e il Ragnark, il "crepuscolo degli di".
Smise di parlare e mi guard, pensierosa. Anche tu vedi
delle cose. Cose terribili. Tanti morti.
Mi si gel il sangue nelle vene e distolsi lo sguardo da
Brynja. Allora si tratta di una profezia.  su questa che si
basa quel culto, quello dei tuoi amici di Oslo?.
Ilkka e gli altri erano impegnati a far rinascere le antiche
religioni norrene. I ragazzi della scena black metal venivano
dalle periferie, da famiglie perbene, ma odiavano quel mondo.
Odiavano tante cose, e soprattutto il Cristianesimo. Erano
convinti che i preti avessero distrutto i culti pagani, la vera
religione per la gente del nord. Ed  la verit. Per questo adoravano
qualsiasi cosa fosse anti-cristiana. Alcuni si dedicavano
al satanismo, come gli Emperor o Fenriz, ma oggi quasi tutti
lo ritengono ridicolo. I ragazzi sono diventati adulti. Altri
per, dopo essersi lasciati alle spalle il demonio, sono diventati
seguaci di divinit pagane. In Islanda il paganesimo 
una tradizione che rimane viva grazie alla letteratura. Ilkka
l'ha studiata all'universit. Lui era finlandese ma aveva un'autentica
ossessione per le nostre saghe, come per il folklore
norreno, l'archeologia e l'antropologia. Era appassionato di
riti antichi e reperti funebri, come nel caso delle mummie
danesi ritrovate nelle torbiere, uomini e donne strangolati e
poi sepolti nel fango migliaia di anni fa. Era maniacale nella
sua ricerca di collegamenti tra tutti i diversi culti nord-europei.
Era convinto che fosse possibile riportarli in vita e, sebbene
fosse un finlandese residente in Norvegia, credeva che
la forma pi pura di quei culti si trovasse proprio in Islanda:
perch siamo isolati dal resto del mondo, perch la nostra lingua
 la pi vicina all'antico norvegese, perch abbiamo praticato
culti pagani pi a lungo di qualsiasi altro popolo europeo,
e infine perch l'satru, il paganesimo moderno,  nato
qui negli anni Settanta.
E quelle chiese bruciate? E stato Ilkka? I tuoi amici?.
Brynja evit accuratamente di guardarmi negli occhi.
Non lo so. Me n'ero gi andata a quel tempo. Ricordo bene
i fan del black metal che frequentavano l'Elm Street Caf.
Non ridevano mai, tranne Quinn. Alla fine non sopportavo
pi quell'ambiente e sono tornata qui. In Islanda non importa
a nessuno che tu sia contrario al Cristianesimo: vivi e lascia
vivere. In Norvegia e in Svezia sono nati altri culti del genere,
come l'satru e l'Odinismo. I loro adepti leggono le saghe e
l'Edda esattamente come i cristiani leggono la Bibbia. Sono
seguaci delle antiche divinit. Molti lo fanno in segreto, ma
sono una realt.
Cosa intendi per realt? Sembra una religione ispirata
da Immigrant Song!. Indicai i poster che pubblicizzavano le
gite nelle terre degli elfi, poi i mucchi di troll di plastica, le
pietre runiche: So bene che tutta questa roba  per i turisti,
ma tu non puoi credere davvero alle favole dei Vichinghi.
Gli occhi di Brynja si fecero minacciosi: Americani... Voi
parlate soltanto di elfi e Vichinghi, e ora anche di Bjrk. Non
sapete nemmeno cosa vuol dire la parola vichinghi. Per
voi sono soltanto uomini di mare, predoni, ma le religioni
pagane sono ancora pi antiche. Le abbiamo nel sangue, che
tu ci creda o no. E non ha nessuna importanza quale sia la mia
fede. Cristo  esistito realmente per i cristiani, giusto? I fedeli
cercano sempre di rendere reale anche ci che non lo .
Probabilmente neanche Satana esiste, ma quelli che hanno
bruciato le chiese e commesso omicidi in suo nome hanno
reso comunque tangibile l'opera del demonio. La Scandinavia
non  come l'America. L'Islanda  il posto pi sicuro del
mondo. Gli omicidi sono rari qui da noi, per Internet ha
cambiato tutto, insieme all'immigrazione e ora anche alla
crisi finanziaria: gli islandesi sono diventati un popolo astioso.
Ma a quel tempo, la violenza era come una droga che non
avevamo mai provato prima. Ne eravamo inebriati, come lo
eravamo dell'odio, della morte e delle tenebre. Perch anche
in mezzo alle tenebre c' bellezza. Il cielo nordico... il
vuoto totale. Tu non puoi capire. Basta andare su un ghiacciaio
come il Vatnajkull a mezzanotte, in inverno, per comprendere
come la tua vita non valga nulla in confronto. E
coloro che vedono quel vuoto hanno bisogno di riempirlo,
di immergersi in un'oscurit ancora pi grande.
Lo volevi anche tu?.
Per un certo periodo, finch non ho capito cosa c'era in
fondo a quelle tenebre.
Mi tornarono alla mente le parole di Suri a proposito di
Anton Bredahl: C'era un buttafuori, un tipo che faceva davvero
paura... Era con la sua fidanzata una sera. Lei aveva
una borsa e dentro c'era una testa.
Cosa faceva Quinn quando stava a Oslo?. Brynja non rispose.
Aveva un lavoro quando vi siete conosciuti?.
Lavorava al Forsvar disse dopo un po'. Il club di Anton.
Faceva il buttafuori.
Cosa vuoi dire?. L'afferrai per le braccia, ma lei si liber
con uno strattone. Vuoi dire che lui...?.
Si avvicin alla cassa per riprendere il cappotto. Vado
da Baldur. Magari c' anche Quinn, cos puoi fargli tutte le
domande che vuoi. Chiedigli di Jens Ramstad, di Ellisabet
Anders e di tutti gli altri lavoretti che ha fatto per Anton.
Chiedigli perch non pu lasciare l'Islanda.
Ma....
Adesso dobbiamo andare.
In macchina, Brynja si rifiut di parlare. Non fece altro
che guardare dritto davanti a s mentre attraversavamo la
citt. Io tenevo stretta la mia borsa, cercando di restare calma,
e intanto sistemavo la manica della giacca, perch le borchie
appuntite del bracciale avevano lacerato la fodera. Dovetti
resistere all'impulso di strapparle di mano il volante e
guidare come una pazza via da l e andare...
Andare dove? Reykjavik sembrava una citt giocattolo,
eppure era incomprensibile per me, un reticolo di strade tratteggiate
con ordine, semplice e al tempo stesso infinitamente
complesso, come il chip di un computer. Le montagne,
distanti e sinistre, apparivano e scomparivano alla vista, come
se la mano di un gigante spostasse senza posa un enorme
monitor grigio. Avevo sempre creduto che le persone affette
da agorafobia fossero semplicemente troppo affezionate alle
loro anguste stanzette, ma in quel momento capii come dovevano
sentirsi quando il cielo aspetta fuori dalla porta, pronto
a schiacciarti come un pugno mostruoso.
Minuscoli fiocchi di neve galleggiavano nell'aria, come
fumo nel flusso costante del traffico. Non riuscivo a vedere
granch, oltre alle luci lugubri dei palazzi. Figure vestite di
nero si aggiravano sui marciapiedi, il capo chino, come se i
fari delle auto in transito potessero ferirle. La testa mi scoppiava
per colpa del brennivin. Lo stordimento provocato dal
Focalin era svanito da un pezzo, sostituito dalla paura che
mi bruciava nelle vene come calce viva, lo stesso atavico terrore
che alimentava i miei incubi notturni.
Ma ero ben sveglia. Il veleno dentro di me proveniva dall'esterno:
era la gente che evitava di guardarmi negli occhi, gli
alberi avvizziti, quell'oscurit avvolgente, cancerogena. Frugai
nella borsa in cerca della bottiglia ma non la trovai. Sentii
un conato di vomito risalire dallo stomaco e feci del mio
meglio per cacciarlo indietro. Sapevo che era il segno premonitore
di uno svenimento. Aprii il finestrino quel tanto che
bastava per far entrare l'aria fredda e mi sforzai di respirare
lentamente. Poi mi rimboccai le maniche della giacca e conficcai
le borchie del bracciale nell'altro braccio, finch non mi
vennero le lacrime agli occhi. Solo allora smisi di premere,
con un sospiro.
Chiudi quel finestrino disse Brynja, mentre alzava il riscaldamento
interno dell'auto. Siamo quasi arrivate.
Il traffico ora procedeva a rilento. Una fila di luci rosse
avanzava pigramente davanti a noi. Non era una nevicata cos
intensa e avrei giurato che gli automobilisti islandesi non si lasciassero
scoraggiare pi di tanto dalle condizioni atmosferiche.
Brynja borbott qualcosa tra s e s, poi accese la radio
e cerc una stazione che trasmettesse le notizie.
Dopo qualche minuto, l'ingorgo si dirad parzialmente e
riuscimmo a vedere cosa l'aveva causato. Sul ciglio della strada
erano ferme diverse auto, tra cui una della polizia. Due
agenti, in mezzo alla neve, parlavano a un capannello di persone.
Brynja guard la scena con aria corrucciata e rallent fin
quasi a fermarsi. L'automobilista dietro di noi suon il clacson
e subito Brynja acceler. Avanzammo ancora di una ventina
di metri, per poi svoltare in una via che conduceva a un
piccolo condominio. Un lampione solitario spandeva la sua
luce sulfurea su cumuli di neve e su una fila di auto parcheggiate.
Brynja era tesa e serr le labbra quando una volante della
polizia ci super sfrecciando.
Un gruppo di persone affollava l'ingresso del condominio,
al riparo di una tettoia di cemento. I volti rilucevano al chiarore
bluastro dei cellulari, sollevati per scattare fotografie.
Brynja fren bruscamente e l'Opel si ferm. Balz gi dall'auto
e corse verso la volante, i cui abbaglianti erano puntati
su un rado cespuglio di sempreverdi. Mi piegai verso il
posto di guida per spegnere il motore, poi misi in tasca le chiavi
e seguii Brynja.
Un istante dopo la sentii gridare.
...
.
...
CAPITOLO 19.
...
.
...
Mi misi a correre per raggiungerla, ma poi cambiai idea e
iniziai a risalire un terrapieno che riportava alla strada principale,
da dove avrei potuto vedere meglio il parcheggio del
condominio. Un uomo era sdraiato a terra, sotto il cespuglio
di sempreverdi: i capelli sfavillavano argentei alla luce dei fari
della volante e un'ombra gli oscurava il viso. Poi mi resi conto
che quell'ombra era il viso, sfondato come una zucca marcia.
Tornai rapidamente sui miei passi.
Nel frattempo erano sopraggiunte altre volanti. Le grida
di Brynja furono inghiottite dal frastuono di un megafono
della polizia. Un agente tentava di trattenerla per impedirle
di raggiungere il corpo di Baldur. Lei si divincolava, lo prendeva
a pugni, e subito arriv una donna poliziotto a trascinarla
via. Alcune luci si accesero alle finestre degli appartamenti
e altre persone sbucarono dalla porta sul retro dell'edificio.
Parecchi automobilisti si erano fermati sul ciglio della
strada, a curiosare. Un uomo alto, accanto a una vecchia Range
Rover, osservava la scena ai suoi piedi, il bavero del cappotto
sollevato per difendersi dal vento. Stringeva qualcosa
al petto e pareva respirare affannosamente. Quando si volt
per risalire in macchina capii che era la stessa persona che
mi aveva pedinato: Einar Broddursson.
Ritornai a osservare la scena del delitto, ma non riuscivo
pi a distinguere Brynja nella ressa di poliziotti e curiosi. Raggiunsi
in fretta la vecchia Opel, misi in moto e ritornai sulla
strada principale.
Pass un'ambulanza a sirene spiegate, diretta a tutta velocit
verso il condominio, seguita da un'altra volante della polizia.
In quella confusione, nessuno bad a me o alla Range Rover
che mi precedeva, a poche auto di distanza. Mi ricordai
del ritornello che avevo sentito ripetere pi volte: gli omicidi
sono rari in Islanda. Evidentemente, nessun membro delle
forze di polizia di Reykjavik voleva perdersi quell'avvenimento.
Il traffico procedeva lento e compatto, il che mi rendeva
pi facile seguire l'auto di Einar. La neve ghiacciata scricchiolava
come vetro sotto le ruote chiodate dell'Opel. L'auto,
in alcuni tratti, cominci a slittare. Non guido spesso, e rubare
un'auto appartenente a qualcuno il cui fratello  appena
stato assassinato probabilmente non  il modo migliore
per familiarizzare con il traffico urbano, soprattutto su una
strada coperta di ghiaccio, in un paese in cui il sole  visibile
solo per un quarto d'ora al giorno.
Per non parlare dei sintomi psicotici derivanti dalla privazione
di alcol e luce: mi sentivo come se una colonia di
formiche stesse scavando un tunnel nel mio cervello. Conoscevo
quei sintomi e conoscevo la cura. Quando il gioco si
fa duro, i duri cominciano a sballarsi. Con una mano reggevo
il volante e con l'altra iniziai a frugare dentro la fodera
della giacca finch non trovai la roba che vi avevo nascosto
prima di lasciare New York.
La Range Rover si trovava pi o meno a un isolato di distanza.
Eravamo da qualche parte, vicino al mare. Con la
coda dell'occhio notai il cielo torvo, che si dispiegava sopra
una selva di tralicci d'acciaio. Il traffico procedeva pi snello,
in quel tratto di strada, cos quando la Range Rover rallent
io feci altrettanto, lasciando che un camion si inserisse
tra le due vetture, nel caso in cui Einar si fosse accorto che
lo stavo seguendo. Con una mano sola aprii la bustina di plastica
e feci cadere una minuscola strisciolina sul dorso dell'altra
mano. Sniffai e poi infilai la bustina nella tasca dei
jeans. Al termine dell'operazione, l'Opel era finita nella corsia
opposta. Sterzai bruscamente per tornare in carreggiata
e accesi i tergicristalli, che spalmarono sul parabrezza una
poltiglia di fango misto a neve, oltre la quale individuai le
luci posteriori della Ranger Rover.
In un istante, il crystal mi inond il cervello come il sole
che sorge su un banco di ghiaccio. Phil aveva ragione: era
roba buona. La stanchezza svan, i miei occhi fendevano il
buio come un raggio laser. La prima scarica prodotta dalle
metamfetamine  come un miracolo di Dio: non riesci a credere
di sentirti cos bene e di essere ancora vivo. Capita spesso,
per, di non restare vivi a lungo. Bisogna andarci piano,
cosa non facile da ricordare quando i neuroni viaggiano a una
velocit tale che te li vedi danzare davanti agli occhi. Il trucco
 avere un obiettivo, qualcosa a cui pensare, oltre all'idea
di farsi un'altra pista. La difficolt risiede proprio nel trovare
uno scopo potenzialmente utile. Una volta passai due giorni
interi a giocare a carte con un bassista, pi una mezza giornata
a farci sesso. Non riuscivamo a raggiungere l'orgasmo,
e probabilmente saremmo ancora l a provarci se il cantante
del gruppo non avesse sfondato la porta e preso a cazzotti il
suo compagno.
Ma non ero ancora arrivata a quel punto, almeno per il
momento. Ero solo un po' fatta, tanto da pensare che fosse
una buona idea seguire un tipo che non conoscevo lungo
una strada secondaria che pareva aver subito un bombardamento
a tappeto. Aggirai buche pi grandi di alcuni appartamenti
in cui avevo dormito. La strada era fiancheggiata,
sui due lati, da costruzioni mai terminate e tozze villette bifamiliari
che avevano tutta l'aria di essere uscite dal concorso
architettonico Miglior edificio ispirato a un gulag. Non
c'erano lampioni, niente luci alle finestre delle case; solo graffiti
scarabocchiati sulle pareti di un'enorme condotta fognaria
che, a giudicare dalle impronte lasciate nel fango e dalle
piramidi di mozziconi di sigaretta, era stata utilizzata di recente
come rampa per lo skateboard. Almeno c'era qualcuno
che si divertiva a Reykjavik.
Dopo circa tre isolati la Range Rover si ferm, poco prima
di andare a sbattere contro un mucchio di attrezzature
edili che chiudevano la strada. Svoltai immediatamente in
una traversa e spensi il motore. Tremavo dalla testa ai piedi:
l'adrenalina e il crystal erano un cocktail da arresto cardiaco.
Un po' d'alcol mi avrebbe calmata. Ispezionai velocemente
l'Opel, sperando che Brynja avesse nascosto un po'
di brennivm sotto il sedile.
Non ebbi fortuna, non trovai niente di niente, a meno
che la bottiglia non fosse dentro il volante. Considerai la possibilit
di proseguire in auto, ma decisi di rischiare e andai a
piedi. Se e quando i poliziotti di Reykjavik si fossero ripresi
dall'emozione di aver trovato la vittima di un vero omicidio,
avrebbero di certo iniziato a cercare una Opel. Ripulii il volante
e le chiavi con la sciarpa e le abbandonai sul sedile.
Forse stavolta la fortuna sarebbe giunta in mio aiuto e uno dei
ragazzotti con lo skateboard si sarebbe fregato la macchina.
Mi caricai la borsa sulle spalle e scesi. La neve mi arrivava
dritta in faccia, e sui capelli si andava depositando uno
strato di ghiaccio, come una specie di caschetto. Dio solo sa
dove avevo lasciato il berretto. Ero sudata, per colpa del crystal,
e il freddo risultava quasi gradevole. Non era un buon segno,
ma ero troppo su di giri per preoccuparmi. Oltrepassai
una sfilza di bifamiliari vuote e cumuli di ghiaia nera, tefrite,
particolarmente insidiosa sotto i piedi, con il marciapiede
ghiacciato. Raggiunsi la Range Rover, parcheggiata davanti
all'ultima villetta dell'isolato.
A giudicare dall'esterno, quelle case erano state costruite
prima che la crisi economica prosciugasse il paese. Le finestre
avevano i vetri, anche se molti erano rotti, le abitazioni le
loro porte e i tetti una copertura di lamiera di un colore rosso
acceso. L'auto di Einar era l'unico veicolo nei paraggi, a
esclusione di due biciclette appoggiate a una veranda. La
villetta aveva una bella vista su una recinzione metallica, oltre
la quale si estendeva un appezzamento di terreno incolto
in cui spiccava una scavatrice verde foresta, scintillante come
un giocattolo appena scartato.
Mi fermai a guardare la casa. Dalle finestre si scorgeva una
luce fioca e pallida, come carta pergamena, e si udiva una
musica, scandita dal ritmo pulsante di un basso. Un foglio di
compensato rabberciava una finestra col vetro rotto. Quando
un'ombra sfil davanti a un'altra finestra, mi accovacciai
dietro la Range Rover, nel timore che Einar si materializzasse
con in mano una chiave inglese. Invece sentii una donna strillare
rabbiosamente, la voce subito soffocata dalla musica, che
era talmente forte da far tremare la porta. Dopo un minuto
mi rialzai e guardai dentro il fuoristrada, attraverso il finestrino
del passeggero.
Non vidi altro che forme indistinte oltre il vetro ricoperto
di ghiaccio. Cercai di toglierlo grattando con l'unghia, poi
usai le borchie puntute del bracciale per scheggiare quella patina
bianca e vedere cosa c'era nell'auto. Niente, tranne alcune
riviste sparse sul sedile posteriore.
Ma non erano riviste. Scorsi un bagliore, come un fuoco
di Sant'Elmo, sprigionato da un cucchiaio conficcato nella
bocca di un uomo a cui era stata strappata la lingua. Al di sotto
di quell'immagine, scorsi l'angolo di un'altra stampa.
Porca puttana! esclamai.
Le foto di Ilkka.
Tentai di aprire la portiera. Era ghiacciata. Iniziai a prenderla
a pugni, tenendo d'occhio la casa. La musica era sempre
martellante e non vidi nessun movimento all'interno, cos continuai
a picchiare contro la portiera finch la serratura cedette.
Sgattaiolai all'interno, sul sedile posteriore. Spostai le foto
da un lato, per evitare di bagnarle, presi una maglietta dalla
borsa e poi vi distesi accuratamente le stampe, sopra il sedile.
Erano tutte stropicciate e la foto dello Svellabrjtur, il
Rompighiaccio, aveva uno spigolo strappato. Ancora peggiore
era lo stato della fotografia con la ragazza nella tempesta
di neve: la stampa era solcata da un lungo strappo, come
una saetta che spezzava il cielo. Photoshop l'avrebbe fatta sparire,
tuttavia, come investimento e come esemplare unico di
un originale altrettanto unico nel suo genere, la fotografia era
rovinata. Tutte lo erano. Mi torn in mente la calma angosciante
con cui Ilkka aveva sollevato la carta velina che proteggeva
ciascuna stampa, l'estasi che aveva inondato il suo viso
quando quei capolavori erano stati svelati per la prima volta
a due occhi diversi dai suoi.
Quella luce cos bella e funesta ora era spenta per sempre,
come Ilkka. Se fossi rimasta a cena a casa sua, a Helsinki, sarei
morta anch'io, probabilmente, ma almeno avrei appreso
il segreto di quelle foto.
Guardai fuori dal finestrino, verso la strada ricoperta di
ghiaccio come smalto nero e le file di squallidi edifici lasciati
a met, a crollare sotto il peso dell'inverno e dell'abbandono.
Chiunque volesse quelle fotografie aveva ucciso tre,
forse quattro persone per averle, e poi le aveva trattate cos,
come spazzatura. Non valevano pi un soldo per il mercato
dei collezionisti.
Ma non per me. Presi le stampe e iniziai ad arrotolarle
tutte insieme, quando mi accorsi che c'era qualcosa di strano.
Le foto non erano cinque ma sei. Le passai in rassegna
per l'ennesima volta, cercando di ricordare quella bizzarra
litania di nomi: Colui che sbatte le porte, il Rompighiaccio,
Colui che spia attraverso le finestre, Colui che lecca i cucchiai,
l'Uncina-carne. ,
E poi la sesta foto. A differenza delle altre, era stata scattata
in un interno, in una stanza buia, con un obiettivo grandangolare.
Non c'erano finestre, n fonti luminose di alcun
genere. Ilkka era riuscito chiss come a posizionare la macchina
fotografica in modo da catturare il minimo bagliore riflesso
da un frammento di vetro rotto, da una bottiglia di
birra e da una sigaretta ancora accesa sul posacenere.
E dagli occhi. Tante punture di spillo luminose, come di
ratti intrappolati in una cantina, con la differenza che quelli
non erano topi ma persone, in piedi, disposte in una specie
di semicerchio, i corpi confusi con le tenebre circostanti. Riuscivo
a distinguere soltanto il profilo sfocato di un paio di
gambe e di braccia, e il dorso di una mano piegata attorno a
un fiammifero acceso che illuminava un viso: era un uomo
dalla corporatura pesante, con i capelli radi e la fronte alta, ed
era l'unica figura che poteva essere identificata da qualcuno
che la conoscesse.
Anche se non l'avevo mai visto, sapevo di guardare Anton
Bredahl. Doveva essere lui. Quella foto spiegava il suo interesse
per tutte e sei le stampe. Forse credeva che Ilkka l'avesse
distrutta, ma evidentemente si sbagliava.
Contai le persone che comparivano nella fotografia: cinque.
Ilkka doveva essere da qualche altra parte, nella stessa
stanza, dietro la sua Speed Graphic. Era la macchina ideale
per fotografare al buio: bastava sostituire la solita lampada con
un'altra rivestita internamente da una vernice speciale, capace
di escludere qualsiasi luce visibile e di lasciar passare solo
gli infrarossi. Era necessario ridurre la velocit di otturazione,
portarla magari a 1/30, e montare un grandangolare.
Il soggetto doveva trovarsi a una distanza ravvicinata.
Osservai l'immagine ancor pi attentamente e vidi che doveva
esserci una settima persona al centro del gruppo, il capo
chino o girato in modo da non mostrare il volto. Socchiusi
gli occhi per vedere meglio e capii cos'era quella figura: un
corpo a testa in gi, appeso al soffitto con grosse catene che
avevo scambiato per pali di metallo. Sul pavimento, proprio
sotto il corpo, si scorgeva un oggetto nero, una ciotola o un
catino.
Imprecai, arrotolai di nuovo la foto e la infilai dentro la fodera
della giacca. Arrotolai anche le altre, le avvolsi nella maglietta
e le ficcai dentro la borsa, sotto la Konica. Poi mi misi a
sedere e cercai di mettere ordine nel casino che avevo in testa.
Sniffare metamfetamine non  come sniffare coca. Non
avverti la stessa carica esplosiva, seguita poi dal crollo che ti
porta a cercare disperatamente un'altra pista. L'effetto del
crystal assomiglia di pi a un impulso elettrico costante. Ti
senti come quei cadaveri che collegati a una batteria sembravano
muoversi da soli, in virt del galvanismo. Il mio cuore
palpitava cos forte che pareva volesse perforare la cassa toracica.
Non sarei riuscita a dormire nemmeno se dal sonno
fosse dipesa la mia vita.
Guardai fuori dal finestrino e improvvisamente vidi penzolare
un braccio smembrato, con la punta delle dita ricoperta
da grumi luccicanti di sangue. Sobbalzai sul sedile e il
braccio svan.
Non credevo di aver sniffato tanto da andare fuori di testa,
ma forse avrei dovuto considerare l'atmosfera generale, il
fatto di trovarmi in un paese che pareva un set cinematografico
per un remake del viaggio di Shackleton in chiave horror.
Niente poteva aiutarmi a star meglio, se non forse aiutare
qualcun altro a stare peggio.
Mi serviva un'arma. Nel vano portaoggetti trovai solo una
scorta di barrette di cioccolato islandese e dei documenti che
identificavano Einar Broddursson come il proprietario della
Range Rover. Misi in tasca le barrette e tirai fuori la roba.
Probabilmente Einar era poco pi alto di me, ma di certo molto
pi pesante, di almeno trenta chili. Era da pazzi cercare lo
scontro diretto con un tipo simile, ma era cos che facevano i berserkr, giusto?
NOTA: Feroci guerrieri scandinavi, seguaci del dio Odino, che si preparavano alla battaglia entrando in uno stato mentale simile alla trance, probabilmente indotta da sostanze allucinogene. FINE NOTA.
Versai un po' di polvere sull'unghia del
mignolo e l'aspirai. Potevo sentire l'odore acre del mio sudore,
come candeggina tagliata con alcol etilico. Avevo la vista
annebbiata, ma riuscii ad afferrare la borsa e a trascinarmi
gi dall'auto. Andai a nascondermi dietro il bagagliaio.
Sembrava che nessuno in quella casa si fosse accorto di
me. Il nevischio aveva lasciato il posto alla neve. La serratura
del portellone posteriore era ghiacciata, cos feci un passo
indietro e iniziai a prenderla a calci finch non si apr. Sollevai
il rivestimento del portabagagli, sotto il quale c'erano un
grosso sacco di sabbia, alcuni cavi per l'avviamento in caso
di emergenza e una pala arrugginita. Afferrai la pala e mi avviai
verso la porta d'ingresso della casa.
L'interno era buio e rumoroso, come se due rock band si
sfidassero contemporaneamente sullo stesso palco. Lo stridio
amplificato delle chitarre stentava a reggere il confronto con
una specie di musica elettronica, molto vivace e pervasiva.
La seguii finch non raggiunsi la luce di una candela che filtrava
dalla porta socchiusa. Entrai. Sentii gridare, e poi vidi
una figura che sgattaiolava nell'ombra proiettata da una fila
di candele votive accese. La stanza conteneva un lettino, un
pouf e, appoggiato sul pavimento, un portatile il cui schermo
mostrava una pagina di Facebook.
La musica continuava a uscire da un minuscolo altoparlante
accanto al computer. Mi avvicinai e lo schiacciai sotto lo
stivale. Il frastuono cess immediatamente e in quel relativo
silenzio udii un respiro affannoso. Afferrai una delle candele
e, seguendo quel rumore, scoprii una ragazzina rannicchiata
contro la parete, un'adolescente che stringeva al petto una coperta.
Mi guard terrorizzata e inizi a balbettare parole incomprensibili
finch non le ordinai di chiudere il becco.
Dov' Einar?.
La ragazza fece un cenno negativo col capo. Allora scaraventai
la pala contro il muro con tanta forza che la punta rimase
conficcata nel cartongesso. Lei si mise a strillare, indicando
il corridoio. Le porsi la candela, liberai la pala e con un
calcio mandai per aria un cumulo di pezzi di intonaco che si
sparsero in tutto il corridoio. Dietro di me sentii sbattere la
porta d'ingresso. E adesso corri pi veloce che puoi, pensai.
Avevo interrotto la musica elettronica, ma si sentiva ancora
una specie di grindcore suonato a tutto volume. Sollevai
la pala e mi diressi verso il chiarore in fondo al corridoio.
Non era necessario un passo felpato: il frastuono in sottofondo,
stile motosega, faceva tremare le pareti. Superai una
stanza zeppa di scatole di cartone, mobili, tappeti arrotolati,
lampade. Alcuni teloni ricoprivano le finestre prive di serramenti,
e fili elettrici scoperti sbucavano dalle pareti. L'aria
sapeva di muffa e uova marce, ma la stanza era comunque
molto pi pulita di tutte le topaie che avevo visto in vita mia,
e soprattutto era calda; ci significava che chiunque vi abitasse
doveva aver trovato il modo per collegarsi alla rete geotermica.
Improvvisamente il fragore metallico della musica cess.
Mi fermai, trattenni il fiato e sentii la voce lamentosa di una
donna e poi quella di un uomo, pi acuta di quanto mi aspettassi
da un tipo della mole di Einar. Sembrava incazzato.
Qualcuno accese di nuovo la musica, poi la spense, poi la
riaccese. Andai verso la cucina e mi fermai fuori dalla porta.
Einar e una bionda prosperosa, che pareva appena uscita
dal parrucchiere, sedevano a un tavolo, in mezzo ai resti di una
pizza da asporto, una bottiglia di vodka e un iPod. Stavano
litigando. L'unica finestra della stanza era oscurata da un'asse
di compensato sulla quale qualcuno aveva fissato con le
puntine una stoffa dai colori sgargianti, abbinata al tappeto
che ricopriva il pavimento. Alle pareti erano appesi alcuni
cappotti: il loden verde di Einar, una giacca a vento nera e
una pelliccia sintetica di un colore rosa che ricordava lo zucchero
filato. In un angolo della stanza, accanto agli altoparlanti
per l'iPod, vidi un computer portatile e una pila di fogli.
Era come un curioso diorama, illuminato da una lampada
da tavolo a pile marca Ikea, raffigurante la classica vita
domestica del XXI secolo: Coppia borghese senza fissa dimora
si accapiglia per un iPod. Aspettai che la musica ricominciasse
al consueto volume assordante e poi entrai in cucina.
Mi avvicinai a Einar e con un calcio feci cadere la sedia
su cui era seduto. Rotol a terra, con un lamento simile a un
muggito. Afferrai la lampada e la puntai in faccia alla donna.
Fuori di qui! gridai.
Tent di colpirmi con un pugno, il viso deformato dallo
sforzo, ma sbagli la mira. Con il manico della pala, le assestai
una botta in testa. Piomb a terra come un grizzly ubriaco.
L'iPod scivol sul pavimento e un improvviso silenzio
riemp la stanza. Einar grid, si chin sulla donna e poi, bianco
in volto, mi disse: Hai ucciso Gilda!.
Toccai il corpo con la punta dello stivale. Non  morta.
Allora Einar si gett su di me, urlando. Lo colpii con la
pala e lui cadde sul pavimento con un gemito. Attesi che riprendesse
fiato e poi iniziai a pungolarlo con la lama:
Dove hai preso quelle foto?. Einar mi fissava con occhi
inespressivi. Dov' Quinn?.
Chi?.
Non prendermi per il culo. Con un movimento circolare
della pala sparecchiai la tavola, sbattendo a terra bicchieri
e piatti di plastica. Cos'hai fatto a Quinn?.
Niente! Non l'ho visto.
Come non hai visto Baldur? N Ilkka? Ma chi sei tu?.
Einar. Einar Broddursson. Alz una mano con aria implorante.
Mi dispiace, ma temo che tu abbia sbagliato casa.
Non abbiamo n droga n soldi, qui....
Non me ne frega niente della tua casa del cazzo. Sto cercando
Quinn O'Boyle. Hai appena fatto fuori il suo socio,
quindi dovresti sapere dove si trova.
Quinn? Ma di che stai parlando?. La voce stridula di
Einar si incrin. Non ho ucciso Baldur, porca puttana!.
Tent di svignarsela. Allungai un piede, e lui inciamp e
rotol di nuovo a terra, contro la parete. Gli puntai la lama
della pala a un centimetro dalla gola.
Ti ho visto da Baldur. Sono salita sulla tua macchina e
ho trovato le foto. So da dove vengono. So chi le ha scattate.
Non raccontarmi stronzate. Io ero l, cazzo! Adesso dimmi
dov' Quinn.
Non lo so.  la verit. Lo giuro. Ero in macchina da quelle
parti, ho visto l'incidente e ho riconosciuto Baldur. Tutto
qui. Tu ti sei fermata a guardare e io ho fatto lo stesso. Einar
fissava la porta alle mie spalle con gli occhi sgranati.
Dov' mia figlia? Se le hai fatto del male io....
Se non vuoi che rimanga orfana faresti meglio a rispondermi.
Ti ho visto al mercatino delle pulci... Mi tenevi d'occhio,
e poi mi hai inseguito con la pistola.
La pistola?.
O quel che era. Hai messo una mano in tasca....
Volevo solo prendere il cellulare, cazzo!. Sembrava incredulo.
Mi ero accorto che Quinn se n'era andato e volevo
aiutarti a trovarlo. Avevi un'aria smarrita. S, lo so, sembra
una stronzata, ma sono fatto cos. Sono uno stupido.
Mentiva, non c'era altra spiegazione. Eppure mi risultava
difficile conciliare l'immagine di quel tipo piagnucoloso con
l'assassino che aveva spaccato la testa ad Ilkka con un vassoio
d'argento. Einar era un uomo massiccio, ma non sembrava
aver trascorso molto tempo in palestra, almeno non di
recente. Forse era per colpa del crystal, ma non riuscivo proprio
a inquadrarlo. Aveva la barba lunga e indossava un completo
gessato e una camicia stropicciata; le scarpe di pelle erano
chiazzate di bianco per via del sale sparso sulle strade.
Era un look decisamente poco coerente con quegli occhi ferini,
color ambra, e con quell'alito che puzzava di vodka da
quattro soldi. Einar seguitava a guardare il corpo incosciente
di Gilda come se fosse la Piet di Michelangelo presa a
martellate da uno squilibrato.
S, direi che stupido  una buona sintesi dissi infine.
Perch eri andato da Baldur?.
Il suo appartamento  sulla strada per tornare a casa.
Qui, intendi? Ma questa casa non  la tua. Sei qui abusivamente
o sbaglio?.
Non rispose finch non lo pungolai di nuovo con la punta
della pala. Solo temporaneamente. Ho perso il lavoro e
poi anche la casa. Non abbiamo parenti a Reykjavik, cos ci
siamo trasferiti qui. Queste case stanno andando tutte in malora.
Non abbiamo rotto niente.
La ragazzina  tua figlia?.
lin.  solo una bambina. Ti prego....
Ci vive qualcun altro qui?.
No. Forse negli altri appartamenti. La gente va e viene,
tutti abusivi. Cerco di tenere mia figlia alla larga da quei tipi,
ma non  facile. Scost una ciocca di capelli biondi dal viso
e mi guard con occhi supplichevoli. Abbiamo perso tutto.
Ah s? Ilkka, Suri e Bredahl hanno perso molto di pi.
Chi  stato a ucciderli?.
Il suo sguardo implorante si indur, divenne quasi spietato.
Aggiustai la mia posizione, aggrappandomi forte alla pala.
Iniziavo a sentire un certo prurito, ma era sempre colpa del
crystal. Appoggiai la punta metallica dello stivale sull'inguine
di Einar, esercitando una certa pressione.
Al parcheggio, dov' morto Baldur... tenevi in mano
qualcosa. Cos'era?.
Rimase in silenzio per qualche minuto, poi indic il tavolo.
Mi voltai a guardare e notai un oggetto dietro la bottiglia
di Plstar, una specie di zuppiera del diametro di quindici
centimetri circa. Il coperchio era decorato con un'incisione
di gusto astratto, a spirali, ma quando l'osservai da vicino scoprii
che si trattava di tre mani scheletriche avvinghiate l'una
all'altra, con al centro un volto spettrale creato in negativo
dallo spazio vuoto tra le figure circostanti. Infilai la pala sottobraccio
e presi in mano la zuppiera.
Che cos'?.
Un askur. Un'urna cineraria. Un pezzo d'antiquariato
molto antico, forse di cinquecento anni fa.
Sfiorai le incisioni sul coperchio, levigate nel corso dei
secoli da Dio solo sa quante altre dita. La cerniera che univa
il coperchio all'urna era d'argento, come il minuscolo gancio
di chiusura. Soppesai l'oggetto sul palmo della mano.
Ce dentro qualcosa?.
Non lo so. Non l'ho aperta.
Con l'unghia sganciai il coperchio e lo sollevai delicatamente.
Einar inizi a vomitare e io mi tappai il naso mentre
un tanfo putrido appestava l'aria.
L'urna conteneva un fagotto di stoffa a motivi cachemire
bianchi e rossi. Lo estrassi con cautela e vidi che non era un
pezzo di cachemire ma quel che restava di una T-shirt bianca
macchiata di sangue rappreso. Aprii il fagotto, non senza
un certo disgusto.
Conteneva una mano serrata a pugno, la carne di un colore
lattescente, come il ghiaccio. Le unghie erano smaltate di
viola e c'era un anello sul dito medio, una fede d'argento
con una pietra di luna. Alcuni capelli biondi erano rimasti impigliati
nell'incastonatura. Esposi la mano alla luce: nel punto
in cui le ossa erano state tranciate, penzolavano brandelli
di pelle ancora attaccati a un fascio di vene e tendini. Un
polso delicato, femminile. All'assassino era bastata una buona
lama, niente di particolarmente pesante, solo ben affilata.
Riavvolsi quella rivoltante reliquia nel suo sudicio involucro
e la riposi nell'urna di legno. Mi appoggiai al manico della
pala e fissai Einar.
Lo sai di chi era quella mano?.
Scosse il capo, senza alzare gli occhi da terra.
Io s. Si chiamava Suri. Viveva a Helsinki. L'ho vista un
paio di giorni fa.  stata assassinata dopo la mia partenza.
Cosa ci fa la sua mano nella tua zuppiera d'antiquariato?.
Non lo so! Non lo so!. Einar alz la testa, con l'angoscia
dipinta in volto. Non l'ho aperta. Non sapevo che fosse l.
E lei lo sapeva? chiesi indicando Gilda, ancora svenuta.
No, certo che no! Ero appena rientrato. Avevamo scambiato
giusto due parole. Lei voleva che spegnessi la musica
perch aveva qualcosa da dirmi. Stavamo litigando.
Per cosa?.
Per niente! Non facciamo che litigare. Per Elin. Gilda 
sempre preoccupata per qualcosa.
Hai picchiato tua figlia?.
Come? No, certo che no!. Si rimise in piedi, le guance
rosse di rabbia. Era pi giovane di quanto pensassi, doveva
avere trentacinque anni, non di pi. Con un taglio di capelli
decente e la barba fatta poteva quasi sembrare una persona
a cui avresti tranquillamente affidato i tuoi soldi, sempre che
non avessi visto Wall Street. Ma chi diavolo sei tu? Perch
sei qui? Perch mi hai seguito? Rispondi!.
Ero con la sorella di Baldur. Sta raccontando tutto alla
polizia in questo preciso momento. O mi dici cosa  successo
o li faccio venire qui. Cos tu e Gilda avrete qualcos'altro
per cui litigare.
Einar rimase a bocca aperta. Dopo un istante, si appoggi
alla parete e alz gli occhi verso il soffitto.
Mio fratello... disse. Tutta la roba nella macchina 
sua.  malato di mente, schizotipico, che  una forma blanda
di schizofrenia. Dovrebbe prendere le medicine per curarsi
ma non lo fa mai. Vive da solo, sugli altipiani. Non lo
vedevo da parecchio tempo, quasi un anno, poi stamattina
presto mi ha telefonato e mi ha chiesto se potevo andarlo a
prendere all'aeroporto. Gli serviva un passaggio per andare
al Kolaporti, dove doveva incontrare alcuni amici. Il mercatino
non era ancora aperto, ma lui ha detto che andava
bene lo stesso, cos sono andato a prenderlo al Keflavik, l'ho
lasciato al mercatino e me ne sono andato. Doveva richiamarmi
pi tardi ma non l'ha fatto. Ho visto che aveva lasciato
della roba in macchina ma non ci ho fatto caso. Ero di
fretta, avevo del lavoro da sbrigare in citt. Poi, mentre stavo
tornando a casa, stasera, ho visto che c'era stato un incidente.
Ero curioso e cos....
Tuo fratello conosce Baldur?.
Einar si pass le mani tra i capelli. Naturalmente. Tutti
conoscono Baldur. Qui ci conosciamo tutti. Hanno anche
lavorato insieme.
Vendevano vinili?.
Negativo. Cocaina, per lo pi. Baldur aveva agganci in
Norvegia e in Estonia, e mio fratello ha problemi con la droga.
Dice che la roba funziona meglio delle medicine. Forse ha
ragione. Non so....
Che motivo avrebbe per uccidere Baldur?.
E come faccio a saperlo?. Einar si pass un'altra volta
le mani tra i capelli ed esclam: Oddio!  orribile! Forse
una faccenda di droga....
Come si chiama tuo fratello?.
Jonas, Jonas Broddursson, ma dai tempi dell'universit
si fa chiamare Galdur.
Help Galdur.
Mi si secc la gola. Galdur?.
Non  il suo nome di battesimo prosegu Einar.  una
parola antica che significa "magia", "stregoneria", ma Jonas
aveva deciso che quello era il suo nome, diceva di essere uno
stregone. Ha frequentato l'universit di Oslo. Astrofisica. 
una specie di genio. Poi, per,  entrato nell'ambiente black
metal e da quel momento ha iniziato a comportarsi in modo
strano... Parliamo di quindici anni fa, pi o meno. Aveva diciannove,
forse vent'anni. Io sono pi giovane di un anno.
Una volta andai a trovarlo a Oslo. Lui e i suoi amici erano
sempre all'Helvete, un negozio di dischi che era frequentato
dai pi famosi musicisti black metal, prima che schiattassero
tutti quanti. Einar accenn una smorfia di disgusto. Credevano
nella magia nera, nel cosiddetto Black Circle, ma molti
facevano solo finta. Jonas invece ci credeva realmente, pensava
che fosse tutto vero. Mi raccontava di aver richiamato
in vita il demonio mediante il sacrificio di un uomo, oppure
diceva di poter uccidere una persona con un semplice sguardo.
All'inizio ho creduto che si inventasse tutto, poi ho pensato
che fosse colpa della droga. E lo era, ma la vera causa
era la sua malattia. Alcuni studi genetici condotti in Islanda
hanno dimostrato che i matematici hanno pi probabilit di
diventare schizofrenici. Un nostro prozio, ad esempio, era
laureato in biochimica ed  diventato pazzo. Il caso di Jonas
non era altrettanto grave. O almeno cos sembrava.
E tu?.
Einar sorrise senza convinzione, i denti scoperti, l'aria
scaltra. Anch'io ero bravo in matematica, ma ho scelto il settore
bancario. Sarebbe stato meglio se anche Jonas avesse fatto
come me. Invece in Norvegia  finito in galera, per omicidio.
Lui diceva che era stata legittima difesa, che la vittima
lo aveva aggredito in un club. C'erano testimoni, gente che
aveva cercato di fermare quell'uomo, prima che riuscisse a
fuggire. Il tipo aveva inseguito Jonas fino a casa per aggredirlo
di nuovo, ma mio fratello lo aveva stordito con un colpo
di chitarra in testa; poi gli aveva spezzato il collo, l'aveva
dissanguato tagliandogli la giugulare e aveva messo il sangue
in frigo, dove l'aveva trovato la polizia che era venuta ad arrestarlo.
Jonas sosteneva che quel sangue servisse a riportare
in vita il morto, in modo che potesse diventare il suo emissario...
uno spettro al suo servizio.
Che tipo di chitarra ha usato?.
Einar mi guard incredulo. E che ne so! Una chitarra
elettrica. Jonas ovviamente era malato, cos l'hanno ricoverato
in ospedale e poi l'hanno trasferito in un carcere di minima
sicurezza, sull'isola di Bastoy. Una volta scontata la pena
 tornato qui. Gli hanno concesso una pensione d'invalidit
e cos vive da solo, nell'entroterra del paese, quindi non d fastidio
a nessuno.  un vero misantropo. Ero sorpreso quando
mi ha chiamato dall'aeroporto.
Ripensai alle sei fotografie, al cadavere di Baldur e ai corpi
nella camera oscura profanata di Ilkka. Sentii un nodo
allo stomaco. Quinn... Tuo fratello conosce anche lui?.
Sono sicuro di s. E socio di Baldur, giusto? Jonas deve
averli visti insieme al mercatino.
 possibile che siano andati con lui volontariamente?.
Ma naturale... perch no?. Einar inizi a gesticolare.
Devi credermi. Io non sapevo niente di questa storia. Non
credevo che Jonas potesse uccidere qualcuno dopo tutto
quello che ha passato. Non riesco a crederci.
Ma hai appena detto che a Oslo ha fatto fuori un tizio!.
Quello  stato omicidio colposo, non premeditato.
Quando sei andato a prenderlo all'aeroporto... Da dove
veniva?.
Da Helsinki.
Bestemmiai.  ricco tuo fratello?.
Ovviamente no. Vive con il sussidio d'invalidit e quel
poco che abbiamo ereditato dai nostri genitori. Comunque,
il biglietto per Helsinki non  affatto caro. E non gli  stato vietato
di viaggiare. Non  necessario nemmeno il passaporto per
spostarsi nei paesi scandinavi, purch tu abbia la cittadinanza.
Pensi sul serio che Jonas possa aver ucciso Baldur per denaro?.
Einar si mise a ridere. E pazzo ma non fino a quel
punto. Baldur  uno spiantato. Siamo tutti spiantati, ormai.
Beh, c'era sempre qualcuno disposto a pagare mezzo milione
di euro per le fotografie di Ilkka. Per un attimo restammo
entrambi in silenzio.
Hai provato a chiamare Quinn? chiese Einar.
Non ho un cellulare confessai e nemmeno il suo numero.
Aveva detto che sarebbe venuto a prendermi nel pomeriggio,
al negozio di Brynja. Non  mai venuto e non ha
mai chiamato.
Siete amanti?.
Lo siamo stati, tanti anni fa, ai tempi del liceo. Non lo
vedevo da allora.
Einar scroll la testa. Anche gli amici di mio fratello, le
uniche persone con cui  rimasto in contatto, sono frequentazioni
di vecchia data, di quand'era ragazzo, a Oslo. C' sempre
qualcosa che ci lega al passato.
Guard Gilda, che era ancora incosciente, e poi si mise a
fissarmi. Not il bracciale che portavo al polso e con aria
corrucciata mi chiese: Dove l'hai preso quello?.
Alzai la mano. Le borchie parevano di bronzo nella penombra.
Me l'ha dato Brynja. Li vende nel suo negozio. Perch?
Ne hai uno anche tu?.
No, io no disse lentamente.  stata un'idea di mio fratello.
I suoi amici e seguaci ne portavano uno simile. Era un
simbolo di fedelt, indicava che avevi preso parte all'iniziazione.
Non erano tanto comuni a quei tempi, e adesso mi
dici che Brynja li tiene nel suo negozio di souvenir? Insieme
agli elfi?. Fece una smorfia disgustata. Tutto perde valore,
giusto? Beh, fa bene a venderli.
Dice che non li compra nessuno.
Mah, probabilmente  un bene anche quello. Senti, devo
vedere Jonas. Se  nei guai, se davvero ha fatto quel che ha fatto,
a me lo dir. Devi lasciarmi andare.
Allora chiamalo.
Neanche lui ha il telefono. Vive in modo piuttosto primitivo.
A quel punto tremavo ormai come una foglia e sentivo crescere
la frenesia da metamfetamine. E se Quinn fosse con
Jonas? Lui e Baldur dovevano essere insieme al mercatino,
ma nessuno dei due c' andato. Forse tuo fratello li ha rapiti
e poi ha ucciso Baldur. Quinn potrebbe essere ancora vivo.
Tutto questo  folle!. La voce di Einar si lev in un acuto
disperato. Quinn non  con mio fratello! Io non c'entro
niente in questa storia. Voglio solo essere sicuro che Jonas stia
bene.
Mi sembra chiaro che non sta affatto bene. Einar si
guardava le mani e, per scuoterlo, gli toccai un piede con la
punta dello stivale. Devo trovare Quinn. Vengo con te. Sai
dov' adesso tuo fratello?.
Tu non sai quel che dici! E lontanissimo da Reykjavik,
cinque o sei ore di macchina.
Non me ne frega un beato cazzo della distanza.
Oh, Ges!. Si stropicci gli occhi e indic la pala. Solo
se prometti di non colpirmi pi con quella.
Guardai Gilda. Lei resta qui.
Einar non rispose. Afferrai la bottiglia di vodka. I nostri occhi
si incrociarono sull'urna di legno appoggiata sul tavolo.
Lasciala l dissi e mi voltai per andarmene.
No. Einar prese l'urna con s. Non voglio che Gilda la
veda, e neanche lin. Non sanno niente di questa roba. Possiamo
buttarla via da qualche parte, in campagna.
Come vuoi. Andiamo.
Okay, ma prima devo....
Mi girai e gli puntai la pala in mezzo alla schiena. Prima
devi salire su quella macchina del cazzo.
Einar prese il cappotto, lanci un'occhiata d'addio a Gilda
e mi segu fuori di casa.
...
.
...
CAPITOLO 20.
...
.
...
I fiocchi di neve si erano fatti impalpabili, come bruma gelata.
Einar mi pass l'urna e inizi a togliere il ghiaccio dalla
portiera del guidatore. Poi and a prendere i cavi di emergenza
nel bagagliaio.
Spero non ce ne sia bisogno, ma il viaggio  lungo e se abbiamo
problemi con la macchina.... Li gett sul sedile posteriore,
riprese l'askur e lo sistem nel baule. Bleah! Come
puzza!.
Quindi si sedette al volante. Io tenevo stretta la pala, pronta
a colpirlo se solo avesse osato guardarmi storto, ma Einar
era troppo impegnato a imprecare per accorgersene.
Merda, merda, merda! Lo sbrinatore non funziona mai.
Neanche i tergicristalli e il riscaldamento.
Partimmo, con Einar che tenne la testa fuori dal finestrino
finch lo sbrinatore non inizi a sciogliere il ghiaccio, liberando
sul parabrezza un angolo grande quanto un pugno.
Non c'era traffico, n poliziotti in vista.
Iniziai a contare in modo ossessivo i fanali delle auto che
incrociavamo, un altro degli effetti di indubbia utilit delle
metamfetamine. Una volta fuori citt, mi misi a contare anche
i lampioni, poi le case, e infine le formazioni rocciose di
origine lavica. Dopo un po' decisi di contare solo quelle che
assomigliavano a esseri umani. Molte avevano due o tre teste,
un numero indefinito di braccia e gambe, altre ne erano
del tutto prive.
Dovevo ammettere che, in fatto di allucinazioni, l'Islanda
era un paese che ti veniva incontro.
Lontano dalla citt, il cielo serale si rasseren. Il riscaldamento
dell'auto finalmente si accese e mi tranquillizzai. Einar
non era particolarmente incline alle chiacchiere, e la cosa non
mi dispiacque. Guardava fisso davanti a s, con le mascelle
serrate e un'espressione cupa sul viso.
Avrei dovuto chiamare la polizia disse a un certo punto.
Quell'askur... Avrei dovuto portarlo direttamente agli
sbirri. Se lo facessi ora....
Scordatelo.
Apparve un bagliore all'orizzonte, un'altra citt forse, ma
di l a poco quella luminosit sbocci in una volta argentata
e poi in un grande disco talmente brillante da sembrare un
cerchio vuoto in mezzo al cielo: bastava guardarci dentro
per vedere, al di l, una luce accecante. Ero sbalordita. Non
ho mai visto una luna piena come questa.
S.  bella disse Einar. Morsugur, si chiamava cos nell'islandese
antico, "la luna che succhia il grasso dalle ossa".
Guidammo per ore. Mi sentivo euforica, invincibile, pi
attenta e vigile di quanto fossi mai stata in tutta la mia vita.
Al chiarore di quella luna, riuscivo a vedere per chilometri e
chilometri davanti a me, probabilmente avrei raggiunto con
lo sguardo addirittura l'oceano, se solo ci avessi provato, anche
se ci stavamo allontanando dalla costa, diretti verso gli
altipiani dell'interno. Tutte le cose orribili che mi erano successe
da quando avevo lasciato New York scivolarono via:
Anton, Ilkka, Suri e Baldur erano soltanto nomi su un giornale,
e chi li legge pi i giornali? Accantonai il ricordo di
cosa conteneva l'urna che stava alle mie spalle. Dentro il tondo
della luna intravidi il volto terreo di Ilkka, ma guardai oltre,
verso le montagne, che come leviatani affioravano da un
mare d'argento. Chiusi gli occhi e rividi le stelle fantasma di
Ilkka che si dischiudevano nelle tenebre e cadaveri dai volti
pi belli di quanto fossero mai stati in vita.  pi facile separarmi
da quelle fotografie, ora che le hai viste anche tu. Ripensai
a Quinn, a come la sua presenza avesse illuminato per
me New York, quasi trent'anni fa, impregnandola di un fascino
oscuro che era rimasto intatto anche quando lui se n'era
andato, anche quando la citt era diventata un guscio vuoto,
popolato da fighetti e anoressiche.
In quel momento stavo guardando il paesaggio ultraterreno
che anche per Quinn era ormai un'ossessione e ritrovai
il suo volto sfregiato nel cielo, sopra di me, e in quella natura
scarnificata ai miei piedi. Avevamo abbandonato la strada
asfaltata per inoltrarci lungo uno sterrato coperto di ghiaia
che spariva dentro un deserto di lava nascosta dalla neve. Cuspidi
nere, come una foresta di alberi carbonizzati, si stagliavano
all'orizzonte, offuscando le stelle. Sentii il bisogno di
un po' di luce e mi misi a fissare la luna fino a sentire male agli
occhi. Poi finalmente mi abbandonai sul sedile, con la pala tra
le ginocchia. Bevvi una lunga sorsata di vodka e passai la
bottiglia a Einar, che rifiut con un cenno del capo.
Takk, net.
Mandai gi un altro sorso. E cos eri un appassionato di
black metal anche tu?  quella la musica che ascoltavi in casa,
vero?.
S, esatto. Si tratta di una passione giovanile, ma a volte,
come stasera, mi piace ancora ascoltarla. Devo essere dell'umore
giusto.
Che sarebbe...?.
 una musica catartica. Ma il black metal ormai ha fatto
il suo tempo. Le band di oggi non sono altro che pallide imitazioni,
si danno un sacco di arie. Alcune comunque si lasciano
ascoltare: gli Enslaved o gli Emperor, che sono sempre
molto bravi. Anche i Christ Beheaded. Comunque  solo nostalgia
della giovinezza.
La nostalgia per una band che si chiamava Christ Beheaded
mi diede un po' da pensare. Comunque, essendo io una delle
poche persone che ricordava ancora gli Exploding Mountbatten,
decisi di non commentare. Frugai nella borsa in cerca
di una delle cassette che avevo rubato a casa di Ilkka.
Tieni, metti questa. ... Boh.... Non fu facile decifrare
la calligrafia alla luce della luna. Nuclear Holocausto. Li
conosci?.
Come no. Una band finlandese. Beherit  voce e chitarra.
Inser la cassetta e alz il volume. Mentre una scarica di
suoni distorti e rantoli lugubri faceva tremare l'auto, Einar teneva
il tempo battendo il pugno sul cruscotto, con evidente
entusiasmo.
Li ho visti eseguire questo pezzo dal vivo, con delle teste
di porco sul palco.  stato incredibile! Hanno persino
bevuto del sangue!. Mi lanci un'occhiata. Alle donne
non piace questo genere di musica. Gilda lo odia.
A me non dispiace. Abbassai leggermente il finestrino,
sperando che quella confusione si disperdesse nell'aria come
fumo. Conosci i Viar?.
Naturalmente.  la band di mio fratello.
Mi raddrizzai sul sedile, incredula. Stai scherzando?.
No,  la verit. Non sono mai stati una band vera e propria.
Non sono mai andati in tour, per esempio. Suonavano
tutte le sere in un club di Oslo. Il Forsvar. C'era Jonas, e poi
due dei suoi amici che si erano trasferiti in Norvegia temporaneamente.
Hanno registrato un solo album insieme, poi il
gruppo si  sciolto. Uno di loro, un certo Hallmar, vive ancora
a Reykjavik. Non ricordo come si chiamasse quell'altro. Il
proprietario del club aveva pagato tutte le spese di registrazione.
Einar era pensieroso. Quell'album  un'autentica rarit:
ne sono state stampate solo poche centinaia di copie.
Non ce l'ho nemmeno io. Jonas me l'aveva fatto ascoltare la
prima volta che ero andato a trovarlo; avevano appena finito
di registrarlo e lui ne era entusiasta. E tu, com' che li conosci?.
Guarda che ascolto anch'io la musica. Estrassi la cassetta
e ne presi un'altra dalla borsa. Cercai di leggere l'etichetta.
Mi pare che siano gli... Impaled Nazarene.
Ah, sono fantastici!. Einar afferr la cassetta e l'infil
nel mangianastri. Un'altra band finlandese. Laggi sono
dei pazzi scatenati.
Mi sforzai di fingere che il rumore proveniente dallo stereo
fosse qualcosa di gradevole, tipo lo schianto di un aereo.
Fuori dal finestrino, si vedeva un'immensa distesa rocciosa
priva di qualsiasi vegetazione, n muschi, n licheni. La neve,
scolpita dal vento, disegnava onde e increspature al riparo
di aspri dirupi. Ponti di ghiaccio collegavano strapiombi a
lastre di pietra liscia e lucente, come levigata da qualche macchinario
infernale. Cascate ghiacciate colavano da spuntoni
rocciosi dello stesso colore di una rosa bruciata dal sole.
Fin dove spingevo lo sguardo, in qualunque direzione mi
voltassi, io ed Einar eravamo i soli esseri viventi. Tutto era immobile,
a eccezione del turbinio della neve e della fanghiglia
nerastra sollevata dalle ruote della Range Rover. Era inconcepibile
per me che un popolo avesse scelto di abitare in un
luogo simile, che pareva fosse stato violato, dato alle fiamme
e lasciato bruciare, fino a ridurlo in cenere e schegge d'osso.
L'abitante pi probabile sembrava essere la luna. Non incrociavamo
un'altra macchina da ore. Mi voltai verso Einar.
Dove siamo?.
Hvergi. "In nessun posto". Picchiettava con le dita sul
volante, andando a tempo con il ritmo staccato della batteria.
Centinaia di anni fa qui c'erano delle case, lungo le rive
dei fiumi. Se ne vedono ancora i resti. Molti ricercati vivevano
in questi luoghi. Si parla di loro anche nelle nostre saghe.
Se riuscivano a sopravvivere in questo ambiente ostile per
vent'anni, gli veniva concesso di tornare alle loro fattorie.
Adesso ci vengono gli escursionisti d'estate, ma non tanto
spesso. L'estate dura solo poche settimane, e pu nevicare anche
ad agosto. Non ci abita pi nessuno qui, solo Jonas.
Un cartello di divieto di transito si stagliava minaccioso
nella notte, a segnalare la presenza di una gola tra crinali innevati,
in un pianoro scosceso che si adagiava tra due vasti
altipiani, blu spettrale l'uno e bianco lunare l'altro.
Vale solo se non hai un quattro per quattro disse Einar,
mentre la Range Rover si tuffava in quell'angusto passaggio.
Noi andiamo dappertutto.
Come si chiamano quelle montagne?.
Quella pi alta  il Langjkull disse, indicando alla propria
sinistra. L'altra si chiama Hofsjkull. Sono ghiacciai.
Accidenti! Non avevo mai visto un ghiacciaio.
Le cavit sbozzate dal vento nella neve scoprivano zolle
di terra scabrosa e imbuti di ghiaccio. In lontananza, pennacchi
di fumo bianco navigavano pigramente verso l'orizzonte.
L'auto rallent e, procedendo a passo d'uomo, si diresse
verso una zona pianeggiante, dove due lunghi solchi
ghiacciati si perdevano nella notte, sotto la luna piena. A un
certo punto, mi parve di scorgere una luce che scintillava in
mezzo al fumo bianco, ma spar prima che potessi stabilire
se fosse una casa, un'auto o una stella cadente.
Siamo vicini?.
Nei. Manca ancora parecchio.
Lasciai che Einar ascoltasse entrambi i lati della cassetta
degli Impaled. Mi spaventava il silenzio, ma ancora di pi mi
terrorizzava l'idea che la radio non trovasse nient'altro che
interferenze. Quando la cassetta si riavvolse automaticamente
per riproporre il lato A, la estrassi dall'apparecchio e inserii
l'ultimo nastro.
Questi si chiamano Blot.
Speravo che quel monosillabo rappresentasse la fase progressive
metal di Ilkka, un genere che vantava nomi altrettanto
succinti, come Can, Gong, Tool, e appunto Blot. Invece,
a un primo minuto di sibili segu il brusio indistinto di
gente che parlava, un tintinnio di bottiglie e una musica heavy
metal di sottofondo proveniente da uno stereo: i Metallica
con The Thing That Should Not Be. Si trattava di una festa.
Cazzo! Qualcuno ha registrato sopra la musica. Mandai
avanti il nastro. I Metallica non si sentivano pi e riuscivo a
distinguere le voci con maggior chiarezza, ma non capivo
cosa dicevano. Sembrava una normalissima festa. Cosa dicono?.
Einar scosse il capo: Non lo so. Ascolta.
Voci maschili. Un litigio. Grida. La risata di una donna. Poi
una cacofonia di bicchieri rotti, mobili rovesciati, insulti.
La voce di un uomo si lev sopra le altre, dapprima rabbiosa,
poi petulante, come se discutesse con qualcuno che si
rifiutava di rispondere. Il tono si fece sempre pi disperato
quando, improvvisamente, l'uomo lanci un grido pieno
d'angoscia.
Ma cosa diavolo ?. Guardai Einar che teneva gli occhi
fissi sulla strada. Ferm la Range Rover e si mise ad ascoltare,
con il motore in folle. Le grida registrate divennero talmente
isteriche che dovetti aggrapparmi alla maniglia della
portiera. Cristo santo, sembra che lo stiano scannando!.
Sta' zitta.
Einar alz il volume al massimo. Il suo volto si fece ancora
pi teso. Io intrecciai le mani, stringendole nervosamente
tra le ginocchia, mentre tentavo di captare una seconda voce
maschile, gutturale, che recitava un monotono ritornello.
Non era una cantilena, assomigliava pi alla voce di qualcuno
che parlava nel sonno. Mentre le grida scemavano udii
un pianto soffocato, il rumore di qualcuno che vomitava e
un respiro affannoso, rauco, che continu, insopportabilmente,
per parecchi minuti.
Poi il silenzio.
Avevo la bocca secca e non riuscivo a parlare. Mi allungai
verso il mangianastri per riprendermi la cassetta ma Einar
allontan bruscamente la mia mano. Afferr il nastro, accese
la luce interna dell'auto e osserv l'etichetta.
Cos'era? gli chiesi, tentando di strappargli la cassetta.
Blot... che razza di band  questa?.
Chiudi il becco!. Mi gett il nastro in faccia. Dove l'hai
preso?.
L'ho trovato....
Dove?. Einar mi afferr per i capelli. Dove l'hai trovato?.
A Helsinki. A casa di un amico.
Mi piant gli occhi addosso, le pupille strette come due
punte di spillo.
Stupida puttana! disse e mi sbatt la testa contro il parabrezza.
Quando riaprii gli occhi ero sdraiata sul sedile, con le mani
legate dietro la schiena e un rivolo di sangue appiccicoso sulla
guancia. Dal finestrino, sopra la mia testa, vedevo uno spicchio
di cielo nero, striato di rosso e di marrone. Mentre cercavo
di mettermi a sedere, la portiera del passeggero si apr,
lasciando entrare una corrente d'aria gelida, ed Einar mi trascin
fuori, in mezzo alla neve. Dopo una decina di metri si
ferm e mi lasci andare.
Ti reggi ancora in piedi. Bene. Aveva preso la pala.
Adesso cammina.
Ci provai, ma persi quasi subito l'equilibrio. Non riuscivo
a rialzarmi: avevo le mani legate con uno dei cavi d'emergenza.
Allora Einar mi afferr per un braccio e mi tir su di
peso. Avanti, cammina.
Arrancai per alcuni passi, mentre lui rimase dov'era.
Quando mi fermai per voltarmi indietro, vidi Einar che scuoteva
la testa, brandendo la pala con entrambe le mani, come
fosse una spada. Continua grid.
Iniziai a camminare all'indietro, molto lentamente, in
modo da tenerlo d'occhio, ma Einar non si mosse. Se ne restava
l, con la pala tra le mani e le falde del loden verde che
svolazzavano nel vento gelido. A ogni passo, i miei stivali
bucavano la crosta di neve friabile e qualcosa sbatteva contro
la parte posteriore del ginocchio: i morsetti del cavo.
Dopo una trentina di passi, Einar mi volt le spalle e si diresse
all'auto. Prima di salire, mi lanci un'ultima occhiata e grid:
Jonas  mio fratello.
...
.
...
CAPITOLO 21.
...
.
...
La sua voce echeggi nella pianura, mentre la Range Rover
eseguiva un'inversione di marcia e rombando scompariva
alla vista.
Cercai qualcosa dietro cui ripararmi ma non vidi nulla,
tranne un piccolo affioramento di rocce spoglie. Mi trascinai
in quella direzione, mi accovacciai sottovento e cercai di
riprendere fiato. Il freddo sovrastava la paura, ma di poco.
Dovevo liberare le mani, ma avevo le dita intirizzite e bagnate
e non riuscivo ad afferrare il cavo. Pallottole di neve ghiacciata
mi ferivano il viso, sollevate da raffiche di vento sufficientemente
forti da scaraventarmi a terra. Mi appiattii contro
le rocce, la faccia a pochi centimetri dalle ginocchia, e
continuai ad armeggiare con il cavo finch non riuscii ad agganciare
con un dito uno dei morsetti.
Le mani stavano perdendo sensibilit e non era un buon
segno, ma riuscii comunque a far passare il cavo attraverso un
nodo e poi l'altro. Einar non era un granch come boy scout.
Mi sembr un'operazione interminabile, ma alla fine le mie
mani erano libere. Abbassai la cerniera della giacca e le infilai
sotto il maglione, con un lamento: parevano chiodi roventi
conficcati nella pelle.
Fu allora che iniziai ad avere paura.
Mi levai il nevischio dagli occhi e osservai il deserto bianco
che si estendeva tra i due ghiacciai. Quello di sinistra ricordava
una balena che si apriva un varco nel mare ghiacciato. Poco
al di sopra, a un palmo di distanza, era appesa la luna, una
luna al tramonto, quindi quello doveva essere l'ovest. Diritto
davanti a me, oltre lo scintillio lunare della neve sollevata dal
vento, continuavano a levarsi gonfie volute di fumo bianco.
Era a chilometri e chilometri di distanza ma mi pareva
improbabile, viste le dimensioni, che si trattasse di un semplice
fuoco di legna, e poi dove trovare della legna da ardere
in Islanda? Una centrale elettrica mi sembrava altrettanto
inimmaginabile in quel luogo selvaggio.
D'altro canto, fino al mio arrivo in quel paese, non avrei
neanche immaginato che esistesse un posto simile. Sapevo
che dovevo continuare a muovermi. Mi faceva male il polso,
per colpa del bracciale borchiato di Brynja: il metallo freddo
mi bruciava la pelle. Con le dita intirizzite riuscii faticosamente
a sganciarlo e a mettermelo in tasca. Alzai il collo
del maglione fino a coprirmici la testa, come se fosse un cappuccio
improvvisato; poi tirai il fondo della maglia verso il
basso, per proteggere le cosce, e quindi mi raddrizzai, battendo
i piedi a terra.
Dentro gli stivali le dita erano indolenzite, ma riuscivo
ancora a sentirle. Avevo faccia e mani bagnate, culo e gambe
congelati: non era difficile capire perch non si vedesse tanta
gente scalare il K-2 con addosso un paio di jeans elasticizzati.
Per il resto, lo strato di lana e cuoio era riuscito a tenermi
all'asciutto, anche se iniziavo a tremare dal freddo. Non ricordavo
se quel tremore fosse positivo o negativo. Quel poco
che sapevo dell'ipotermia era che all'inizio senti caldo e hai
sonno, ma se ti metti a dormire subentrano il congelamento
e la morte. Quella roccia non era sufficiente a ripararmi. La
neve era dappertutto ma era troppo dura e compatta per
scavarvi un rifugio, e farlo avrebbe significato rassegnarmi a
una bara di ghiaccio.
L'unico aspetto di quella situazione disastrosa che ero in
grado di superare tranquillamente era proprio l'impossibilit
di dormire. Mi rannicchiai nuovamente dietro la roccia, presi
dalla tasca la bustina di roba, ci ficcai dentro un dito e lo
avvicinai prima a una narice e poi all'altra, cercando di non
sprecarne neanche un po'. Bruciava come acido, come un'ustione
in fondo alla gola. Inghiottii un boccone di neve, un'altra
cosa che - ne ero quasi certa - non si doveva fare in questi
casi. Divorai le barrette di cioccolato che avevo preso dall'auto
di Einar, mi legai il cavo alla vita, infilai le mani dentro
le maniche del maglione e faticosamente mi alzai in piedi.
Iniziai a camminare.
In quantit tossiche, il crystal induce ipertermia.
Conoscevo un tizio che si era ingoiato tutta la sua scorta di roba per
non essere arrestato e, quando era finito al pronto soccorso,
la sua temperatura interna aveva raggiunto i 45. Per abbassargliela
avevano usato coperte ghiacciate. Avevo passato cos
tanti anni della mia vita strafatta di alcol e droga da convincermi
che quando fosse giunta la mia ora sarei stata troppo
sballata per accorgermene.
Adesso, invece, mi toccava constatare, non senza una certa
ironia, che sarei stata ben sveglia mentre morivo assiderata.
Il vento soffiava cos forte che mi sembrava di dover attraversare
un muro invisibile. Non avvertivo quasi pi alcun
dolore alla testa, nel punto in cui avevo sbattuto contro il
parabrezza, non sentivo pi il sangue sulla guancia, ormai
congelato in una crosta granulosa, e nemmeno il polso indolenzito
per lo sfregamento contro il cavo.
Erano solo interferenze sullo sfondo di tutto quel vento.
Durante la Seconda guerra mondiale, i nazisti rifornivano i
propri soldati di metamfetamine, perch continuassero a combattere
fino a che non gli si spappolavano le gambe. A volte
non si arrendevano neanche allora e si trascinavano per il campo
di battaglia con le ossa scarnificate e la pelle scorticata, fino
a che il cuore non cedeva. E fu pensando a quell'esercito di
zombi che mi misi a correre, a testa bassa, con gli occhi fissi sulla
terra bianca davanti a me, contando stupidamente fino a mille,
perdendo pi volte il filo e ricominciando ogni volta. La
neve fina e la sabbia trasportate dal vento galleggiavano nell'aria
in una sorta di foschia che pungeva la faccia come un
esercito di insetti. Inciampavo di continuo. A volte cadevo.
La luna era calata dietro il Langjkull, ma il cielo era ancora
chiaro, di una luminosit inquietante. I riflessi creati dalla luce
della luna rimbalzavano sulla piana innevata e disegnavano
strane forme nell'aria, simili a uccelli in picchiata. L'ululato
del vento era diventato un tutt'uno con il battito del mio cuore
che pulsava dentro le orecchie. Udii alcune grida stridule:
uccelli, pensai, ma ovviamente non c'era nulla.
Eppure qualcosa era sospeso nell'aria, a pochi metri da
me, un paio d'ali che sbattevano contro il vento: l'ombra nera
della luna, un corvo.
Allucinazioni. Mi pulii gli occhi dalla neve sudicia ma non
osai fermarmi. L'uccello era sempre l. Sapevo che i gabbiani
seguivano le navi, nella speranza di ricevere cibo o approfittare
della spazzatura gettata fuoribordo. Forse era un avvoltoio
islandese che aspettava la mia morte. Cambiai direzione
e inciampai su un cumulo di lava. Il corvo mi segu e si tuff
in picchiata colpendomi in viso. Agitai le braccia per cacciarlo via ma colp di nuovo, conficcandomi gli artigli nella guancia.
Mi fermai, ansante, e decisi di tornare indietro, seguendo
il cammino da cui ero venuta, mentre l'uccello seguitava a scagliarsi
su di me. Mi coprii la testa con le mani e iniziai a correre,
zigzagando tra le creste di roccia lavica. Poi la terra si apr
improvvisamente sotto i miei piedi: uno strato sottile di ghiaccio
and in frantumi e sprofondai in un rivolo d'acqua, ma
continuai a correre finch crollai esausta, in preda ai conati
di vomito.
Quando mi risollevai, l'uccello era sparito, insieme alla
luna. Poche timide stelle punteggiavano il cielo color carbone.
Il vento si era placato e con lui la neve. Non sentivo pi i
piedi. Iniziai a sbatterli contro il suolo ghiacciato finch non
avvertii una specie di formicolio. Estrassi le mani da sotto il
maglione e tentai di distendere le dita rattrappite, senza smettere
di camminare.
In lontananza, vidi levarsi i soliti sbuffi di fumo, ora pi vicini,
nuvole enormi che scivolavano sulla linea dell'orizzonte
per poi svanire verso remote colline. Una stella scintillava
dietro la cortina di fumo, pi luminosa di tutte le altre. Mi
stropicciai gli occhi e mi accorsi che era troppo bassa sull'orizzonte
per essere una stella. Sullo sfondo, si innalzavano
gli altipiani, ancor pi neri del cielo. Alla mia sinistra, il rigagnolo
che avevo guadato si allargava a formare un fiume,
prigioniero del ghiaccio, un canale sinuoso che conduceva
verso il fumo. Lo seguii. Il suolo roccioso cedeva il passo a nodose
protuberanze di lava ricoperte da una crosta di muschio
che nell'oscurit riluceva di un improbabile verde berillo.
Notai altri due lunghi canali che solcavano la distesa
ghiacciata: il letto di due torrenti in secca, pensai sulle prime,
ma presto mi resi conto che erano i solchi lasciati dalle
ruote di un veicolo.
Cercai di correre, ma riuscivo a malapena a camminare. Le
gambe parevano impalate su ramponi d'acciaio. Sul maglione
si era formata una crosta di brina. Polmoni e cuore parevano
fusi in una massa solida e ardente alloggiata dentro al
mio petto. Sagome filiformi si contorcevano davanti ai miei
occhi. Inciampai e caddi su un oggetto liscio e circolare: uno
pneumatico. Se fosse stato in posizione verticale, sarebbe stato
alto quasi quanto me.
Sollevai lo sguardo e vidi un vecchio furgoncino Econoline,
trasformato in un 4x4, che montava pneumatici ancora
pi grandi e incombeva su di me come una decrepita capsula
spaziale. Accanto al furgone, una serie di oggetti indefiniti,
ricoperti da teloni assicurati con corde elastiche, e qualcosa
che pareva l'estremit opposta del modulo di allunaggio:
un'enorme baracca, una specie di hangar ricoperto di neve,
la cui porta era sormontata da un cartello zeppo di lettere
runiche.
Un fascio di luce si riversava da una finestra. Arrancai
fino all'ingresso e con tutta la forza che avevo bussai alla porta
finch non si spalanc e io caddi sulle ginocchia, in mezzo
alla neve.
...
.
...
CAPITOLO 22.
...
.
...
Un uomo grid. Aprii gli occhi mentre qualcuno cercava di
rimettermi in piedi.
Ptur! Getir tu hjlpa mr?.
Tentai di alzarmi ma le gambe rifiutarono di muoversi.
Mi trovavo in una stanza rischiarata dalla luce incerta di una
lampada a kerosene. Dopo le tenebre infinite in cui avevo
camminato, quel chiarore bast ad abbagliarmi e non vidi
altro che una figura sfocata china su di me. Un uomo gigantesco,
barbuto, nudo, che mi guardava con occhi furiosi.
Hver iverldinni ert tu?. Scossi la testa e allora domand:
Chi sei?.
Le mie labbra erano talmente screpolate che non riuscii a
formulare una risposta. L'uomo mi squadr con aria perplessa
e la sua rabbia parve in parte venir meno.  congelato!
Ptur, dammi una mano a metterlo a letto.
Sopraggiunse un'altra persona molto pi giovane, un ragazzo
di ventun anni, forse ventidue. Il primo uomo mi sollev
di peso, mi caric sulle spalle e mi trasport in un'altra
stanza.
Era buia. Il gigante mi adagi su un letto. Sei in ipotermia
brontol, con una voce cos bassa che pareva provenire
da una pietra. Devi toglierti i vestiti, in modo che possiamo
riscaldarti.
Tentai fiaccamente di aiutarli mentre mi sfilavano gli stivali,
i calzini e la giacca di pelle. Udii un tintinnio, qualcosa
che cadeva per terra, e poi un fischio appena accennato da
parte del gigante. Il ragazzo, Ptur, mi tolse i jeans e il
maglione e improvvisamente fece un balzo indietro: Oh cazzo:
 una donna!.
Il gigante mi guard dritto in faccia. Va' a scaldare un po'
d'acqua. Deve bere roba calda ordin. Calda, non bollente.
Mettici dentro qualcosa di dolce e poi vammi a prendere
altre coperte. Accendi la lampada.
Ptur si affrett ad accendere il lume e quindi usc dalla
stanza. L'uomo si infil nel letto accanto a me.
Non avere paura. Dobbiamo riscaldarti, ma non troppo
in fretta o morirai. Mi capisci?. Tentai di scostarmi ma lui mi
strinse a s, incalzando le coperte attorno ai nostri corpi.
Vuoi morire? No? Allora sta' ferma. Non voglio farti
del male.
Il letto era ancora caldo: forse qualcuno vi aveva dormito
di recente. Il corpo dell'uomo irradiava calore come una stufa
e il suo petto era cos grande da avvolgermi completamente.
Aveva i capelli lunghi e la barba mi graffiava il viso.
Puzzava di sudore e di sperma. Sei un blocco di ghiaccio
disse e grid a Ptur di sbrigarsi. Tu resta ferma.
Il calore rifluiva poco a poco nei piedi e nelle mani e iniziai
a singhiozzare dal dolore. Da sotto le coperte, l'uomo
mi afferr un piede e lo rinchiuse nella sua mano enorme. Fa
male, vero? E un buon segno disse. Vuol dire che i nervi
non sono compromessi. Cerca di non muoverti....
Scivolai in un sonno tormentato, a met strada tra la veglia
e il delirio. Mi sembrava che qualcuno trascinasse centinaia
di ferri roventi sulla mia pelle; le braccia tremavano senza
che riuscissi a controllarle. A un certo punto svenni e,
quando mi svegliai, sentii le mani dell'uomo che percorrevano
il mio corpo come se controllassero un cavallo prima
di comprarlo.
Sei pi calda adesso. Guard Ptur, che se ne stava in
piedi accanto al letto, con in mano una tazza fumante. Vediamo
se riesci a bere qualcosa. Mi aiut a mettermi a sedere,
stringendomi al petto come si fa con i bambini. Prese
la tazza e ne assaggi il contenuto. Con un cenno del capo ringrazi
Ptur e poi avvicin la tazza alle mie labbra. Bevi....
Qualunque cosa ci fosse dentro, era nera e dolce, calda ma
non bollente. Mi venne da vomitare, ma l'uomo prese ad accarezzarmi
la schiena, continuando ad avvicinare la tazza
alle mie labbra, finch non fu vuota. L'appoggi per terra e
mi prese il viso tra le mani.
Riesci a vedermi?. Annuii. Puoi parlare? Ti ricordi il
tuo nome?.
S. Cass. Mi sembrava di aver ingoiato un pezzo di vetro.
Cassandra Neary.
Bene, Cassandra, ora ti lascio riposare. Passo pi tardi a
darti un'occhiata, cos possiamo parlare un po'.
Si alz, mi rimbocc le coperte, abbass la fiamma della
lampada e se ne and. Ptur rimase ancora un minuto a fissarmi,
stupito.
Nessuno  mai venuto qui a piedi in inverno. Nemmeno
Galdur.
Galdur? sussurrai, ma il ragazzo se n'era gi andato.
La stanchezza ebbe la meglio sull'inquietudine: chiusi gli
occhi e mi sforzai di dormire. Invece immaginai me stessa con
i piedi in cancrena e moncherini anneriti al posto delle mani.
Quando l'uomo ritorn nella stanza, mi sollevai appoggiando
i gomiti sul cuscino e dissi: Devo alzarmi.
Mi guard dubbioso: Riesci a stare in piedi?.
Credo di s. Se mi aiuti....
Aspetta... Devi vestirti per restare calda. Rovist nella
stanza avvolta dalla penombra, e ritorn con un paio di jeans,
una camicia di flanella, un comodo maglione islandese e un
paio di calze pesanti di lana. Sono di Ptur ma dovrebbero
andarti bene.
Presi i vestiti e mi voltai per infilarmeli, imprecando quando
l'uomo tent di aiutarmi; imprecai ancora di pi quando
fui costretta a chiedergli di infilarmi le braccia nelle maniche
e mettermi le calze.
Che situazione di merda!. Mi strinsi nelle spalle, dentro
il maglione: continuavo a tremare. Non riesco nemmeno a
muovere le dita!.
Vedrai che presto andr meglio. Non hai avuto geloni e
questo  gi incredibile. Il fatto stesso che tu sia viva  incredibile.
Vieni con me. Ti preparo qualcos'altro da bere.
Lo seguii zoppicando nella stanza principale di quell'enorme
baracca. Si sentiva odore di zolfo e lana bagnata. Era
uno spazio compatto, in cui erano state ricavate due piccole
stanze: la camera da letto da cui ero appena uscita e un bagno.
Il soffitto a volta era rivestito da materiale isolante, sul quale
erano state inchiodate immagini di stelle e costellazioni, a
centinaia. La maggior parte era stata stampata da un computer,
ma c'erano anche diverse fotografie a colori incorniciate,
ormai sbiadite dall'esposizione ai raggi solari. Capii
subito che quelle foto formavano una specie di mappa stellare,
come quelle dei planetari, raffigurante tutte le costellazioni
visibili nel cielo nordico. Nell'angolo della cucina notai
un grande telescopio e, in fondo alla stanza, un set di amplificatori,
una batteria e una chitarra elettrica.
L'arredamento era quasi inesistente: scaffali per i libri, qualche
contenitore di plastica, niente tv. Alcuni sassi erano ammonticchiati
al centro della stanza, come un focolare improvvisato
o un memoriale di pietra. Ptur era sprofondato su una
poltrona e fissava lo schermo di un portatile. Accanto a lui,
c'erano un divano e una scrivania su cui campeggiava il monitor
a schermo piatto di un computer. Sul pavimento erano distesi
alcuni tappeti di lana di pecora. Un altro portatile faticava
a trovare posto sul tavolo della cucina, disseminato di piatti
sporchi, bicchieri e bottiglie vuote. Accanto alla porta d'ingresso,
casse di vino erano impilate l'una sull'altra. C'era un piccolo
fornello a gas. Nessun frigorifero, ma chi ne ha bisogno
in un posto simile? Quella landa desolata era un immenso frigorifero.
L'unica fonte di luce erano le lampade a kerosene
che tingevano d'oro il rivestimento a nido d'ape delle pareti.
Indicai la chitarra elettrica: Immagino che qui non arrivi
la corrente. Come fai a suonarla?.
Galdur mi guard con aria spavalda, poi finalmente disse:
Abbiamo i pannelli solari sul tetto. Non servono a molto
in inverno, cos accendo il generatore per qualche ora al
giorno, quando occorre. Poi c' una sorgente d'acqua calda
non molto lontano da qui. Grazie a una conduttura ho l'acqua
per il riscaldamento e per lavare i piatti. Non ho esigenze
particolari. Se non fosse per quella indic la chitarra potrei
vivere benissimo anche senza elettricit, ma ci sono cose
a cui non voglio rinunciare.
Si sedette sul divano, la schiena dritta come un fuso. Anche
da seduto era quasi alto quanto me, che ero in piedi. Spalle
enormi, braccia grandi come le mie cosce e mani che sembravano
capaci di polverizzare un masso come fosse una
ghianda. Indossava una T-shirt nera, jeans scuri e un paio di
pantofole di feltro. Portava un anello di bronzo al braccio. I
capelli erano castani, con striature bionde, la barba brizzolata
e ben curata.
Eppure c'era qualcosa di ascetico nel suo volto, che sarebbe
stato quasi dolce senza quel mento squadrato e quegli
occhi leggermente a mandorla, scintillanti, di un colore topazio
che avevo visto solo una volta prima di allora: Galdur
era la versione Marvel del fratello, Einar. Sollev la mano
chiusa a formare un pugno e inchin la testa in segno di saluto:
Io sono Galdur. Chi ti ha mandato?.
Ehm... Nessuno. Presi una seggiola e mi sedetti. Mi
ero persa....
Ptur alz gli occhi dal portatile. Persa? Non viene mai
nessuno da queste parti, soprattutto in inverno.
E nessuno capita qui per sbaglio incalz Galdur.
Si mise a fissarmi. Cercai di sostenere il suo sguardo ma
non ci riuscii. Per sessanta secondi, non lo vidi battere ciglio.
Guardai le fotografie sul soffitto: il Grande Carro era
stato talmente ingrandito che ogni stella pareva un'esplosione,
un nugolo di frammenti rossastri. Mi trovavo a chilometri
e chilometri di distanza da tutto e da tutti, tranne che da
Quinn, che forse era stato ucciso dallo stesso uomo che aveva
ammazzato Baldur e gli altri, lo stesso uomo che poco prima,
inspiegabilmente, mi aveva salvato la vita. Iniziavo solo
allora a capire che forse non mi aveva fatto un favore.
Stavo facendo un giro da sola dissi. Sono una turista
e non avevo la pi pallida idea di dove fossi finita.
Non mentire. Nemmeno i turisti sono tanto stupidi da
venire sull'altopiano in inverno, a piedi. Dovresti essere morta.
Nessuna donna pu sopravvivere vestita come un....
Galdur attravers la stanza, afferr la mia giacca di pelle da
uno stendipanni e la scosse furiosamente, poi prese a calci i
miei stivali, appoggiati per terra .. .come un cowboy. Chi si
 perso da queste parti non  mai stato ritrovato... nemmeno
cadavere, lo sapevi? Escursionisti islandesi che avevano
scalato l'Himalaya sono crepati qui, in inverno. Te lo chiedo
un'altra volta.... Butt la mia giacca sul divano e ritorn a
sedersi, osservandomi con quegli occhi da volpe. Come sei
arrivata qui? Come hai avuto questo?. Mi mostr il bracciale
con le borchie. Parla!.
Me lo lanci addosso. Io lo afferrai al volo e lo strinsi tra
le mani, come fosse un'arma. Me l'hanno dato. A Reykjavik.
Chi te l'ha dato?.
Una donna, in un negozio di souvenir. Brynja.
Brynja?. Galdur sembrava sorpreso. Brynja Ingvarsdottir?.
Non conosco il cognome.  la proprietaria del negozio.
Un amico mi aveva dato un passaggio fin l.
Il negozio delle rune? intervenne Ptur. Quello in periferia?.
Penso di s. C'era un mucchio di roba tipo... libri e pietre
runiche. Souvenir.
 lei che ti ha portato qui? chiese Ptur.
Brynja non lascerebbe la citt nemmeno se scoppiasse la
bomba atomica ribatt Galdur. E poi non sa dove vivo, preferisce
cos. Allora devo ripetermi: come sei arrivata qui?.
Arrossii ma non risposi.
Hai seguito qualcuno? Hai visto qualcun altro nei paraggi?.
Solo un uccello.
Un uccello?. Galdur si mise a ridere. Alle sue spalle
vidi Ptur che mi osservava. Quando incroci il mio sguardo
scosse il capo, in modo quasi impercettibile.
Gi dissi. Mi faceva incazzare il fatto che nessuno mi
credesse, una volta buona che avevo detto la verit. Ho visto
un grande uccello nero. Un corvo.
Tu menti. Galdur mi afferr per il maglione e mi stratton,
finch le nostre facce non si trovarono a pochi centimetri
di distanza. Non si vedono corvi qui, in inverno, nel
cuore della notte.
Io l'ho visto insistetti. Cio... Forse  stata un'allucinazione,
forse l'ho solo immaginato. Per guarda qui... e indicai
la ferita sul viso. Mi ha graffiata con gli artigli. Io cercavo
di scappare e lui mi ha attaccato.
Galdur mi lasci andare. Mi sfior la guancia e poi si avvicin
nuovamente per osservare la cicatrice vicino all'occhio.
E questa cos'?.
Sono stata aggredita qualche settimana fa. La ferita non
si  rimarginata del tutto.
Mi fiss pensoso, poi indic il mio ventre. Hai una cicatrice
anche l. L'ho notata mentre ti riscaldavo. Fammela vedere.
Alzai il maglione e la camicia e mostrai la cicatrice grinzosa
e il tatuaggio sbiadito. Ptur si avvicin.
Too Tough to Die lesse. Cazzo,  proprio vero!.
Galdur scosse la testa. Ripetimi il tuo nome.
Cassandra Neary. Cass.
Sei americana?. Annuii. Galdur allora mi volt le spalle.
Cassandra era una veggente. Come Brynja. Non capisco
cosa significhi tutto questo.
Intervenne Ptur: Significa che mi ci vuole una sigaretta.
Portala con te. Galdur si avvi verso la camera da letto.
Se cerca di fuggire, lasciala andare.
Mi sentivo uno schifo e quello spazio ristretto mi rendeva
claustrofobica. Mi infilai frettolosamente la giacca di pelle
e gli stivali e seguii Ptur. Il ragazzo usc, si appoggi al
muro di lamiera della baracca, circondata da scatoloni pieni
di bottiglie vuote, e si accese una sigaretta, proteggendo la
fiamma dell'accendino con le mani.
Fumi?.
No, grazie. Cristo, gli stivali sono ancora bagnati!.
Ptur inspir il fumo e socchiuse gli occhi per osservare
il cielo. La notte scoloriva lentamente, cedendo il posto all'aurora
boreale: in quella distesa fuligginosa di neve e rocce,
interrotta da oscure e remote voragini, una cresta lucente
coronava l'altopiano, scintillante come una lama di coltello
colpita da un vago raggio di sole. Il vento spargeva nell'aria
sparuti fiocchi di neve e sospingeva ondate di fumo verso di
noi, attraverso la pianura.
Che cos' quel fumo?.
Sorgenti d'acqua calda. Ptur indossava soltanto un maglione,
un paio di jeans e scarpe da tennis e pareva insensibile
al freddo. Sembrano pi lontane di quello che sono. Come il
ghiacciaio sembra pi vicino. In Islanda, tutto  un'illusione.
Rise. Come tanta parte della popolazione islandese, anche
Ptur assomigliava a un fotomodello: viso glabro, capelli
neri lunghi e sottili, occhi turchini. Ripensai al materasso da
una piazza dentro la baracca. Non avrei cacciato fuori dal suo
letto quel ragazzo.
Abiti qui?.
Ptur sput sul ghiaccio. Non in inverno. Per arrivare fin
quass ci vuole un buon camion, altrimenti  quasi impossibile.
Sono solo in visita. Frequento l'universit a Reykjavik, ma
adesso ci sono le vacanze di Natale. Secondo il calendario degli
antichi, questa  la notte del solstizio d'inverno, Jl, e Galdur
voleva che la passassimo insieme. Vengo una volta al mese,
pi o meno, per controllare che sia ancora vivo e per suonare
un po' con lui. E uno dei pi grandi chitarristi del mondo. Lo
sapevi, vero?.
Certamente....
 per questo che si arrabbia tanto: c' gente che viene a
cercarlo, sai? Una specie di pellegrinaggio. Ma di solito capita
d'estate. In quel periodo sono qui anch'io e li caccio via: Che?
Cercate Galdur? Voi siete pazzi! Non ci abita nessuno qui.
Tornate indietro e provate a Reykjavik, oppure a Oslo. Rise
di nuovo; poi, piegando il capo di lato, mi disse: Vedi, ti sei
cacciata in un bel guaio venendo qui. A Galdur queste cose
non vanno proprio gi. Alcuni anni fa, si  presentato qui
un tizio che scriveva per la rivista Terrorizer. Bene, Galdur
lo ha menato, ma tanto, cos tanto che hanno dovuto portarlo via con l'eliambulanza.
Cristo santo! L'hanno arrestato?.
No, ha dichiarato che era legittima difesa. Il tipo era entrato
in casa quando non c'era nessuno, poi Galdur  arrivato
e l'ha trovato in soggiorno con una macchina fotografica e un
registratore: armi pericolosissime! Il giornalista  uscito di qui
che era privo di conoscenza. Ma non preoccuparti: ha scritto
comunque un bell'articolo, anche se Galdur gli aveva distrutto
l'attrezzatura. Ptur gett via la sigaretta, una scintilla contro
il cielo grigio. Galdur aveva gi avuto qualche problema
con la giustizia, in Norvegia; qui, in Islanda, ho come l'impressione
che preferiscano non avere a che fare con lui.
S, ho sentito di quella brutta storia capitata a Oslo. Ero
indecisa ma alla fine glielo chiesi: Conosci un certo Quinn?
Americano, la mia stessa et?.
Ptur scosse la testa: No, mi dispiace.
Ha una bancarella al mercatino delle pulci. Vende vecchi
dischi.
Ahhh, s!. Ptur si illumin. Certo, certo... Lavora con
l'albino, giusto?.
S,  lui. Viene mai da queste parti?.
No. Te l'ho detto: qui non viene mai nessuno. E poi Galdur
si tiene alla larga dall'ambiente musicale dei vecchi tempi.
Va a Reykjavik qualche volta durante l'anno, ma solo a fare
provviste. La sua musica la registra qui, musica ambient per
lo pi, che produce sul suo portatile. Ci siamo conosciuti al
Sirkus, qualche anno fa. Un bar fantastico, ma poi l'hanno
chiuso. Fece una smorfia e sput di nuovo per terra. Quegli
stronzi bastardi... Comunque, io ci andavo molto spesso.
Sapevo che anche Galdur frequentava quel locale, ma nessuno
osava dargli fastidio, specialmente dopo che aveva steso
quel giornalista di Terrorizer. Non riuscivo a crederci
quando, una sera, l'ho visto l, a bere un bicchiere di vino.
Io mi ero gi scolato qualche birra, cos non avevo paura di
niente. I miei amici hanno pensato che fossi impazzito ma io
mi sono avvicinato e abbiamo chiacchierato per un bel po'.
 cos che ci siamo conosciuti. La cosa che nessuno capisce
di Galdur  che lui vuole far credere di essere... s, di essere
un uomo di ghiaccio. Niente lo turba,  al di sopra di tutto,
signore e padrone di ogni cosa visibile.  colpa di quel suo
cervello da matematico: tutto pu essere spiegato mediante
l'applicazione della fredda logica. Forse  vero, per alcune
cose, ma non per tutto. Non per me.
Ptur sorrise. Io mi strinsi nella giacca, tremante di freddo.
Se  una persona tanto razionale, perch ha dato di matto
quando gli ho raccontato del corvo?.
 proprio questo che intendevo. Probabilmente  per la
storia di Odino. I corvi sono animali sacri a Odino, e Galdur
 molto attento alle cose dello spirito:  un seguace dell'satru.
E poi ha visto il tuo occhio, e come saprai Odino aveva
un occhio solo. All'inizio abbiamo creduto che tu fossi un
uomo e invece sei una donna, e anche Odino si era travestito
da donna e praticava la magia, che era prerogativa femminile.
Cos quando ti sei presentata alla porta, nel cuore della notte,
e hai detto che un corvo ti aveva guidato fin l, beh,  normale
che Galdur sia rimasto un po' scosso. La sai un'altra cosa
strana? Io sono arrivato qui soltanto ieri. Avrei dovuto vederti
mentre facevi l'autostop, giusto?. Ptur si mise a ridere.
C' molto traffico in questi giorni a Lindvidi.
E che cos'?.
 il nome della casa di Galdur. Significa "terra grande".
Nelle saghe, Lindvidi  la dimora di Viar, il dio del silenzio
e della vendetta, e ora  anche la dimora di Galdur. Si volt
e sferr un calcio contro la baracca. L'ha portata fin qui
dall'aeroporto militare di Keflavik, tanti anni fa, prima che
chiudesse.  carina, vero?.
S. Silenzio e vendetta, eh? Mi sembra un nome perfetto
per una band.
 un nome fantastico. I Viar sono pi famosi oggi di
quando Galdur li ha fondati. E l'unica band capace di misurarsi
ad armi pari con gli Emperor, e questo l'ha detto il
loro leader, Ihsahn. Per alcuni i Viar sono anche meglio.
Quel giornalista di Terrorizer ha scritto nel suo pezzo che il
pi grande artista di black metal non  norvegese ma islandese.
Mi piacciono i Viar. Alle spalle di Ptur, un muro di
vapore eruttava dall'orizzonte. Soprattutto una canzone
del loro primo album, quella in cui si sentono delle voci in
sottofondo.
 il loro unico album e quella  la canzone pi famosa,
ma ci sono dei bootleg in giro assolutamente incredibili. Cazzo,
dovevano spaccare di brutto dal vivo! Mi sarebbe piaciuto
da matti vederli, ma avevo cinque anni all'epoca, pi o
meno. Quella canzone... Ogni volta che ne parlo a Galdur lui
dice sempre il Blot  un pezzo sacro e non si discute di ci
che  sacro.
Non esagera un po'?.
Blot significa "sacrificio". Una parola dell'antico norvegese.
Secondo l'satru, invece, il termine indicava le celebrazioni
del solstizio d'inverno e chiss cos'altro, in passato.
Sicuramente non una band di prog rock.
Devo andare a prendere una cosa in macchina annunci
improvvisamente Ptur. Si incammin verso il retro della
baracca e quando lo raggiunsi stava gi aprendo la portiera
di un vecchio SUV ammaccato per prendere un'enorme
borsa termica. Mi porto da mangiare. Galdur pu sopravvivere
a vino e baccal ma io no. Ti dispiace prendermi quelle
birre?.
Appoggi la borsa nella neve, davanti alla porta d'ingresso,
poi and a prendere un contenitore di plastica per alimenti
e un sacchetto di carta, quindi si riprese da me le birre.
Sono pronto per la colazione. Tu stai bene?.
Risposi con un'alzata di spalle: Potrei stare peggio.
Ptur lanci un'occhiata al paesaggio spoglio, alla neve
che luccicava di colori blu e oro mentre il sole sorgeva lentamente
all'orizzonte. Si volt verso di me: Come diavolo sei
riuscita ad arrivare fin qui?.
Roba buona dissi, mentre rientravamo nella baracca.
Fui sollevata di non vedere traccia di Galdur in casa. La
porta della stanza da letto era ancora chiusa. Avvicinai una sedia
al tavolo, mentre Ptur preparava il caff e tirava fuori
piatti e bicchieri.
Skyr. Depose davanti a me il contenitore di plastica.
Yogurt islandese.
Aveva lo stesso sapore della panna acida, ma non era certo
mia intenzione lamentarmi. Il ragazzo aveva portato anche
dei dolci, pane e formaggio e una specie di salame. Era il pasto
migliore che avessi mai fatto da quando avevo lasciato
New York. In realt era anche l'unico pasto. Persino il caff
non era male.
Che giorno  oggi? domandai.
Luned. Perch?. Ptur ridacchi. Devi andare da qualche
parte? Allora buona fortuna!.
No, ma  difficile capirlo qui:  quasi sempre buio e quelle
finestre non servono a molto. Indicai le finestrelle ai due
lati della porta d'ingresso, entrambe ostruite dalla neve.
Gi... Lo dico sempre a Galdur che c' pi luce in un
igloo. Ma a lui non importa. In fondo, qui non c' quasi mai
nessuno che se ne lamenta, tranne me.
Suo fratello non viene mai?.
Chi, Einar? Non  il benvenuto qui. Galdur lo odia. Tutti
lo odiano. Einar  venuto a trovarlo a ottobre, poco dopo
il crollo delle banche. Aveva bisogno di soldi e gli  venuta la
bella idea di chiedere aiuto a Galdur. Voleva che pubblicasse
l'album dei Viar con qualche pezzo nuovo. Quando Galdur
ha detto di no, Einar ha cercato di convincerlo a fare
qualche concerto, tipo special guest all'Iceland Airwaves Festival.
Avrebbero fatto un mucchio di soldi. Poi Einar aveva
intenzione di registrare lo show e pubblicarlo su DVD, giusto
per guadagnare ancora un po'. Ero convinto che Galdur l'avrebbe
ucciso.
C'eri anche tu?.
No, ma dal modo in cui Galdur me ne ha parlato dopo...
Era fuori di s. Non nominerei neanche Einar davanti a lui,
se fossi in te. D'altronde, io non ne parlerei davanti a nessuno.
E uno di quei figli di puttana che hanno fottuto l'intero
paese. Ptur si fece rosso in viso. Lui e Galdur hanno litigato,
tempo fa. Non so cosa sia successo ma se tu conoscessi
Einar te ne faresti un'idea:  uno stronzo arrogante.  uno degli
utrs, i cosiddetti "Vichinghi evasori", banchieri che hanno
rubato i nostri soldi e li hanno usati per comprare squadre
di calcio inglesi o farsi la Porsche e la villa di lusso. Tutti
gli islandesi li odiano. Le loro case si riconoscono perch la
gente ha lanciato della vernice rossa contro i muri. Quattro
anni fa eravamo uno dei paesi pi ricchi del mondo, e adesso
siamo nella merda, non abbiamo pi niente. Mia madre
aveva investito i suoi soldi seguendo i consigli di Einar e ha
perso anche la casa. Ma Galdur no, Galdur non gli ha mai
affidato nemmeno un centesimo. Purtroppo molta gente si fidava
di Einar perch era un banchiere e aveva studiato in
America.
Ptur si lasci andare a una risata amara. Ci hanno fottuto
e adesso dovremmo pagarli noi i loro debiti di gioco?
Lo sai cosa ci verrebbe a costare? Cinquantamila dollari per
ogni islandese. Einar possedeva una casa in Grecia e una villa
enorme qui, nuova di zecca. Sua moglie era andata a New
York per rifarsi le tette, e anche sua figlia. Adesso la casa se
la sono ripresa i creditori e la villa in Grecia... chi lo sa? E per
di pi deve dei soldi anche alla mafia russa. Quindi no, Einar
non  il benvenuto qui....
Raccolse i piatti sporchi e li impil in una tinozza di plastica.
Io finii di bere il caff e cercai di mettere insieme la descrizione
di Einar che mi aveva dato Ptur con quella fornita
da Quinn, per poi confrontarle con la figura del fanatico
di black metal di mezz'et, vestito Dolce&Gabbana, che occupa
un appartamento insieme a moglie e figlia in un cantiere
abbandonato. La parte pi difficile era immaginare Galdur
ed Einar come fratelli. I due si assomigliavano fisicamente ma
i punti in comune finivano l, se si escludeva il talento per la
matematica, la capacit di ridurre le rispettive esigenze domestiche
a un po' di kerosene e di alcol, e soprattutto il fatto
inspiegabile che apprezzassero entrambi il tremolo della chitarra
elettrica e il blast-beat della batteria. Probabilmente nell'acqua
solforosa che usciva dai rubinetti di Reykjavik c'era
qualcosa che favoriva una sorta di disfunzione affettiva di
massa. Tuttavia la predisposizione per l'anedonia musicale
non sembrava aver fatto tanti proseliti qui com'era accaduto
in Norvegia.
Iniziavo a sentire una certa nostalgia per l'ottimismo solare
degli Smiths.
Mi alzai da tavola e mi aggirai per la stanza, con circospezione,
cercando di non fare alcun rumore che potesse disturbare
Galdur. Pensai a Quinn, e per la prima volta in tanti
anni, forse, mi sentii sul punto di piangere. Avrei dovuto insistere
per andare con lui quella domenica mattina. Non sarei
finita in questa specie di trappola, nel mezzo di un deserto
di ghiaccio. Oppure avrei potuto convincerlo a non andare
all'appuntamento con Baldur: saremmo finiti in un bar, a
ubriacarci, per poi tornarcene a letto, o ancora meglio, salire
su un aereo e andare in un paese caldo. Baldur sarebbe morto
comunque, ma noi due ci saremmo nascosti in Grecia o
in Turchia o sulla Costa del Sol. Bastava tirare a sorte e avremmo
potuto ricominciare.
Sapevo bene che nessuno di quegli scenari era realizzabile.
Quinn si sbagliava: io sapevo guardare al futuro ma non
vi avevo visto altro che i miei stessi occhi che mi fissavano inespressivi.
Osservai Ptur, il suo viso dolce mentre mangiava
lo Skyr dal barattolo, appoggiato al lavandino. Era difficile
immaginare un ragazzo simile che se la faceva con un serial
killer, quasi difficile come immaginarlo a letto con un musicista
notoriamente violento che aveva ucciso un uomo infierendo
su di lui con una chitarra.
La baracca aveva una sola porta, ma se fossi fuggita non
sarei sopravvissuta a lungo in quella landa ghiacciata. La mia
unica speranza era riuscire a rubare le chiavi di una delle
loro automobili, quella di Ptur, preferibilmente, sgonfiare
le gomme dell'Econoline e poi sparire a tutta velocit. Era
un'idea stupida, ma morire l era ancora pi stupido. Mi guardai
attorno, in cerca di qualcosa che appartenesse a Ptur,
come una giacca o uno zaino in cui potesse tenere le chiavi
di scorta dell'auto. Non vidi niente tranne la mia giacca gettata
sul divano. Dovevo attendere che Ptur uscisse per fumare
un'altra sigaretta per poter fare una ricerca pi approfondita.
Intanto, per ingannare il tempo, diedi un'occhiata ai libri
di Galdur, una biblioteca impressionante per un musicista
rock. Aveva centinaia di volumi, in inglese e islandese: testi
astrusi di matematica applicata, astronomia, navigazione;
monografie di archeologia; tomi sugli scavi di siti vichinghi
in Norvegia e in Gran Bretagna; saggi sul folklore e le saghe
islandesi. A differenza delle idiozie New Age di Brynja, quei
libri erano per la maggior parte testi accademici, pubblicati
nell'Ottocento e ai primi del secolo scorso.
Presi un libro sui sacrifici umani nel nord Europa. La foto
sulla sovraccoperta mi fece tornare in mente una delle immagini
appese nel soggiorno di Ilkka: una sepoltura rituale
in una palude. Fotografie diverse dello stesso cadavere, con
i capelli biondicci e una lancia spezzata nell'incavo del braccio
color cuoio: il ragazzo di Windeby. C'erano altre foto all'interno
del libro: mummie di palude senza faccia o decapitate;
scheletri senza testa seduti a gambe incrociate; teschi impalati
su aste metalliche e poi sepolti. La mascella inferiore
cadente dava l'impressione che stessero urlando.
Ciononostante, i volti di quelle mummie parevano curiosamente
tranquilli, anche se avevano un cappio attorno al collo o la gola tagliata fino a mostrare le vertebre annerite. Mi
ricordarono le fotografie di Ilkka dei Jlasveinar: i soggetti
erano umani ma la loro morte superava qualsiasi immaginazione,
tanto che quei ritratti possedevano la purezza astratta
di una stele funeraria o di un'antica incisione.
Rimisi a posto il libro e mi avvicinai al cumulo di pietre che
stava al centro della stanza. Non sembrava pi fuori posto della
chitarra elettrica o della batteria, in quel piccolo, strano mondo.
Un disco di legno intagliato era deposto in cima ad alcuni
sassi, evidentemente selezionati per la loro forma simmetrica:
lava nera, granito bluastro, pietre rotonde che sembravano
grandi uova maculate. Il dischetto di legno mi fece tornare in
mente l'askur con il suo raccapricciante contenuto: era decorato
con lo stesso motivo, la bestia che si morde la coda.
Sopra il disco erano stati attentamente disposti alcuni oggetti,
oltre a un cellulare: una lama di ferro butterata dalla ruggine,
col filo corroso dai secoli, e una striscia di bronzo che pareva
essere stata ricavata da qualcosa di pi grande, come una spada
o un elmo. Presi in mano un altro oggetto, troppo piccolo
per essere un'arma, grande quanto la mia mano e fatto anch'esso
di ferro, con un paio di pinzette a un'estremit e una
lama sottile dall'altra: forse un antico strumento chirurgico,
un bisturi. Era pesante, nonostante le ridotte dimensioni, e il
suo utilizzo avrebbe richiesto mano ferma e vista acuta.
 mio. Scusa. Ptur si accovacci accanto a me, prese
il cellulare e lo apr. Quello  il solo posto in cui non rischio
di perderlo. Mi hai chiesto che giorno era oggi e ho pensato
fosse meglio controllare. S,  luned. Il cellulare non ha campo
qui. In altre zone dell'altopiano riesci almeno a ricevere,
ma qui no. Abbass la voce in una sorta di sussurro cospiratorio.
Credo che Galdur lo blocchi con le sue potenti onde
cerebrali.
Il ragazzo rise, appoggi nuovamente il cellulare sulla pila
di sassi e se ne and. Rimisi il bisturi al suo posto, accanto al
telefono. Poi notai una protuberanza tra le pietre, un piccolo pomello bianco, come una manopola per sintonizzare la radio,
ma d'avorio. Era incastrato e dovetti tirare un po' per riuscire
a estrarlo. Mi sfugg di mano ma riuscii ad afferrarlo
prima che cadesse a terra.
Era la mano di uno scheletro. Dita sottili, rigate come il
carapace di una tartaruga, cinque gelidi fusi. Chiunque fosse
il proprietario della mano era morto da molto tempo, a differenza
di Suri. L'appoggiai accanto al bisturi e notai una lastra
di cristallo, vicino al cumulo di pietre, simile per forma e dimensioni
a un piccolo blocco di ghiaccio, sul quale si trovava
un libro dalla copertina rigida. Il libro era aperto e le pagine
mostravano un testo in islandese e a fronte la traduzione:
...sangue di un uomo la cui morte nessuno pianse e in
esso intingerai i giunchi con i quali vergherai prima la tua
mano destra e poi la pietra tombale. Farai ci il quarto giorno
della quarta settimana d'estate, nelle ore in cui la terra 
ancora fresca. Il defunto verr cos risvegliato e la terra smossa
da codesto risveglio non dovr toccare i tuoi piedi, altrimenti
seguirai il morto per la medesima strada. Gli domanderai
Chi piange la tua scomparsa?. Se nominer un uomo
o una donna o un bambino getterai su di lui i giunchi e te
ne andrai. Se invece rimarr silente, attenderai il momento in
cui gli umori del cadavere si riverseranno dalla bocca e dalle
narici e avrai cura di leccarli prima che...
Non funziona. Mi vennero i brividi al sentire la voce
cupa di Galdur, mentre prendeva il libro dalle mie mani per
metterlo da parte.
Questo invece s.
Raccolse da terra il blocco di cristallo. Era stato levigato in
modo approssimativo e riuscivo a vedere le striature interne,
come fili intessuti nella roccia. Questa  la pietra del sole,
spato islandese. Viene estratto dalle miniere dell'est. Ai tempi
antichi, i Vichinghi lo usavano come strumento di navigazione.
 una lente polarizzata naturale. Basta sollevarla verso
il cielo in un giorno nuvoloso e cambia colore; cos  possibile
stabilire la posizione del sole. Vieni, ti faccio vedere.
Uscimmo all'aria aperta. Ptur era sul retro della baracca,
chino su qualcosa che pareva un tagliaerba. Il sole era stato
inghiottito da nuvole di un colore uguale a quello delle distese
di lava che avevo visto nei pressi di Keflavik. Era difficile capire
dove finisse il cielo e dove iniziassero le montagne.
Galdur mi guard. Da che parte  il nord?.
Mi strinsi nelle spalle. E che ne so....
Con il cristallo davanti agli occhi, come fosse un binocolo,
scandagli il cielo e poi mi pass la pietra.  l... Vedi?.
Guardai attraverso il cristallo e vidi al centro un bagliore
scintillante, dai riflessi azzurri e grigi. Incredibile!. Il bagliore
svan quando mi girai nella direzione opposta. Funziona
anche di notte?.
Non serve se ti trovi in mare e navighi seguendo le stelle.
Guarda verso Ptur, di l.
Guardai. Cazzo...  tutto doppio!.
Si chiama birifrangenza. Doppia rifrazione. Il cristallo
suddivide la luce in due raggi e ciascuno viaggia a velocit differenti.
Sembrano uguali, ma in realt sono diversi: un raggio
viene chiamato ordinario, l'altro straordinario.
Davvero incredibile!. Mi voltai verso Galdur e attraverso
la pietra vidi la sua faccia raddoppiata. La differenza
tra i due raggi  visibile a chiunque?.
No. Si riprese il cristallo. Chiunque non la vede,
ma io s. Per anni nessuno ha creduto che i nostri antenati
avessero usato queste pietre per stabilire la rotta delle loro
navi. Poi, di recente, gli scienziati hanno dimostrato che era
vero, ma io l'ho sempre saputo. Quando mancher la corrente
elettrica e tutti quei satelliti lass saranno precipitati,
io sar ancora in grado di stabilire dov' il nord.
Galdur sorrise ma non ero sicura che stesse scherzando.
Un rombo spezz il silenzio. Sobbalzai.
 il generatore. Mentre Ptur si avvicinava, Galdur si rivolse
a me gridando: Va' in casa a farti una doccia finch
puoi.
Cos feci, una doccia bollente, senza mai perdere d'occhio
la porta, dopo di che indossai i miei vestiti ormai asciutti.
Non capivo se quegli sprazzi di conversazione con Galdur
avessero lo scopo di rassicurarmi o se invece stesse soltanto
prendendo tempo, prima di farmi a fettine con quel suo
bisturi dell'Et del Ferro. Pensai alla mia macchina fotografica,
abbandonata nella Range Rover di Einar, oppure scaraventata
chiss dove in quel deserto ghiacciato, insieme al
mio passaporto e alle foto di Ilkka, tranne quella che avevo
nascosto nella fodera della giacca. Infilai la mano nella tasca
dei pantaloni ma non trovai pi la bustina di roba, n il Focalin,
n altro che potesse alterare le reazioni chimiche del
mio cervello quel tanto che bastava per impedirmi di immaginare
i mille modi in cui avrei potuto crepare. Infilai gli stivali,
accarezzai con le dita la punta d'acciaio e uscii dal bagno.
Con il generatore in funzione, alcune lampade elettriche
avevano ripreso vita. La pietra del sole era stata appoggiata su
quella specie di altare in sasso, in posizione verticale, cos che
l'insieme ricordava una scultura d'arte contemporanea. Udii
il brusio confortante di un amplificatore. Galdur stava accordando
la chitarra, mentre Ptur, seduto alla batteria, eseguiva
alcune rullate con una mano sola. Incrociai le braccia e mi misi
a guardare, rispondendo con un cenno al sorriso di Ptur.
Sei bravo dissi.
S, lo so. Gett la testa all'indietro per scostarsi i capelli dal viso e poi iniziarono a suonare.
Ptur era davvero molto bravo e velocissimo, faceva rimbalzare
le bacchette tra i tamburi e il rullante con una rapidit
tale da non vedergli quasi le mani.
Ma Galdur era incredibile: padroneggiava alla perfezione
quello che era il marchio di fabbrica del sound tipicamente
black metal, il cosiddetto tremolo picking, quando il chitarrista
suona la stessa corda in modo continuo e veloce per produrre
una singola nota. La stessa tecnica viene utilizzata anche
nella musica tradizionale irlandese, solitamente al mandolino.
Ma l'esempio pi famoso  probabilmente Misirlou di
Dick Dale, un brano che venne eseguito per la prima volta per
scommessa, per dimostrare che era possibile suonare un'intera
canzone su una corda sola. A primo acchito, la distanza che
separa Dale, il Re della chitarra surf, dal black metal norvegese
sembra incolmabile, ma la musica  capace di questi balzi
cosmici da sempre. Misirlou  un brano originario di Smirne:
Dick Dale aveva sentito suo zio, libanese, suonare quella
melodia con un oud, su una corda sola. Il ruggito prodotto da
tutte le chitarre elettriche negli ultimi cinquantanni, da Hendrix
a Buckethead, non  nient'altro che l'eco di quel tremolo,
e sono pronta a vedermela con chiunque sostenga che esiste al
mondo un chitarrista migliore di Dick Dale.
Galdur, per, era molto vicino a quei livelli. Dal polso in
su, il suo braccio era completamente immobile, muoveva solo
le dita, come se fossero staccate dal resto del corpo. Mi avvicinai
quel tanto che bastava per vedere meglio il suo strumento:
una Strato del 1957, originale, manico in legno d'acero,
corpo d'ontano con la classica finitura sunburst a due
toni. Una chitarra che vale cinquantamila dollari. Un battipenna
originale pu arrivare a quattromila su eBay, con un
po' di fortuna. Il modello di Galdur aveva ancora le coperture
dei pick-up e le manopole in bachelite bianca; quelle in
vinile, che furono introdotte come pezzo di ricambio, ingiallivano
dopo pochi anni. Galdur si esibiva in virtuosismi all'interno
di una specie di hangar, con un amplificatore alimentato
da un generatore a benzina, per un pubblico composto
da una sola persona - io - e con il supporto di un
ragazzino che pareva piovuto dal cielo o da una pubblicit
per un programma di scambi universitari con l'Islanda.
Ciononostante, quella fu probabilmente l'esperienza musicale
pi bella della mia vita. Un tremolo ben eseguito pu
dare l'impressione di sentire due chitarre anzich una. Mi bastava
chiudere gli occhi per immaginare un intero complesso
musicale davanti a me. Galdur lasci che le ultime note della
chitarra scemassero in un lungo riverbero e poi regol l'amplificatore.
Ptur intanto depose le bacchette e inizi a percuotere
delicatamente i tamburi con la punta delle dita, aggiungendo,
di tanto in tanto, un leggero tocco sui piatti, in
modo da ottenere un suono morbido e distante, come l'eco di
una campana in mezzo alla pioggia battente. Il ronzio attutito
del generatore si confuse per un istante con un'improvvisa folata
di vento che fece tremare leggermente la baracca, come
se anch'essa volesse simulare il rintocco di una campana.
A quel punto, Galdur riprese a suonare: prima una nota
sola, poi un accordo in minore ripetuto. Aveva abbassato il
volume, cos non capii immediatamente che quella melodia
subdola era la stessa che avevo ascoltato sul giradischi di
Quinn e poi in macchina con Einar. Galdur suonava con il
capo chino sul manico della chitarra, i capelli castani gli
nascondevano il viso. Ptur annuiva, tenendo il tempo, e di l a
poco riprese in mano le bacchette. La chitarra esplose allora
in un feedback crepitante e Galdur indietreggi subito per
regolare il volume con il piede.
Poi inizi a cantare, una voce piena, baritonale, che non
mostrava traccia di quel ringhiare soffocato che avevo sentito
dai dischi di black metal, alla bancarella di Quinn. Non capivo
le parole in islandese e cantava a voce talmente bassa che
faticavo perfino a sentirle. Ptur muoveva le labbra all'unisono,
senza emettere suono, tenendo sempre gli occhi chiusi.
Senza alcun preavviso, si spensero le luci insieme all'amplificatore.
All'esterno, il generatore ammutol.
Ptur guard Galdur, che pareva non essersi accorto di
nulla e si era avvicinato semplicemente alla batteria. Il ragazzo
riprese subito a suonare. Invece di affievolirsi, il suono
non amplificato della Strato pareva ancora pi forte, tanto
che mi sembrava di sentire nelle ossa le vibrazioni prodotte
da quella tastiera piatta, in legno d'acero. Fino a pochi minuti
prima, le lampade a kerosene parevano rivestire ogni cosa di
una patina brillante, quasi laccata, ma in quel momento anche
la loro luce sembrava opaca, come se il parafiamma di
vetro fosse ricoperto di cenere. L'ombra di Ptur fluttuava sopra
la batteria, torreggiando sulla parete alle sue spalle come
una montagna scolpita sul cielo invernale.
L'ombra di Galdur, invece, pulsava come una fiamma per
poi sparire quando sollevava la testa, con gli occhi chiusi.
Inizi a pronunciare ad alta voce una sequela di parole, un
elenco di nomi. Pareva sofferente, come se cercasse di strappare
qualcosa dal manico della sua chitarra e questa opponesse
resistenza.
Ho visto migliaia di chitarristi fare altrettanto sul palco, e
avevano tutti l'aria degli idioti. Galdur invece incuteva timore.
Se qualcuno avesse tentato di distrarlo da quella specie di
battaglia interiore che stava combattendo contro la musica,
Galdur non avrebbe di certo esitato ad aggredire l'intruso.
Rimasi immobile, spaventata alla sola idea di attirare la sua attenzione.
Il ritmo della musica cresceva e si affievoliva, come se
la chitarra di Galdur tenesse il passo con l'ululato del vento che
soffiava all'esterno. Il suono divenne poi sempre pi monotono,
ipnotico, tanto che pi volte mi si chiusero gli occhi.
Per distrarmi iniziai a fissare il soffitto, prima le fotografie
con l'Orsa Maggiore e poi l'unica altra costellazione che
riconoscevo, Orione. Alcune foto pi piccole riproducevano
l'arco teso e la spada alzata, mentre una di esse mostrava
le tre stelle che formavano la cintura di Orione, molto pi
luminose delle altre e anche pi grandi.
Mi ci volle un po' per capire che non erano stelle ma facce.
Galdur, molto pi giovane ma gi scuro in volto, con gli occhi
quasi privi di colore, di un bianco inquietante; poi Ilkka,
coi suoi lunghi capelli corvini, gli occhi invisibili dietro le lenti
su cui il flash della macchina fotografica aveva lasciato striature
d'argento; e poi un terzo viso, che non apparteneva a
nessun essere vivente. Era un teschio, sorretto da mani alzate
come fosse un trofeo. Dalla pelle disidratata spuntavano ciocche
di capelli neri; un brandello di tendine congiungeva le mascelle.
Su un lato del cranio, si vedeva qualcosa che assomigliava
alla buccia di un frutto secco, da cui pendeva una pietra
di colore chiaro, forse feldspato: un orecchino d'argento.
Fui travolta da una muraglia d'acqua nera, dal puzzo acre
del danno. Sentii un fischio nelle orecchie, un tintinnio che
si confondeva con il tremolo palpitante della chitarra. Galdur
alz la testa, i lunghi capelli tirati indietro a scoprire il
volto rigato di sudore; gli occhi color topazio brillavano, la
bocca si muoveva ma non riuscivo a sentire cosa stesse dicendo.
Dentro di me affior una nota, come se fossi diventata
una cassa di risonanza. Vidi la fiamma della lampada a kerosene
dondolare alle spalle di Galdur e mi accorsi che non
poggiava sulla solita base di metallo arrugginito ma su un cranio
umano privato della calotta, di colore marrone scuro, rivestito
di cuoio. La batteria smise di suonare.
Questo  quel che si dice toccare il tasto sbagliato.
Ptur mi guard, la testa piegata di lato. Stai bene?. Si volt
verso Galdur. Sembra malata.
Galdur percosse con forza il manico della Strato e ruppe
una corda, mentre il suono della chitarra si spegneva in uno
schiocco sordo e metallico. Mi guard, la fronte corrucciata,
poi si chin sullo strumento e dalla custodia della chitarra
estrasse un avvolgicorde. Dopo un istante si rialz, avvolse
la corda rotta fino a formare un piccolo rotolo scintillante e
se la infil nella tasca dei jeans. Poi appoggi la chitarra alla
parete, spense l'amplificatore, ancora privo di alimentazione,
e si avvicin a me.
Cos'hai visto? mi domand.
Scossi la testa e lui mi afferr il mento. Tu hai visto qualcosa.
Non mentire.
Mi divincolai e con la testa accennai al soffitto. Galdur
guard in alto e poi torn a posare i suoi occhi su di me, con
un'espressione tormentata, in bilico tra rabbia e paura.
Come mai lo conosci, eh?. Mi afferr per un braccio.
Come mai conosci lo Seidhr, le nostre tradizioni?.
Tieni gi quelle mani del cazzo! gridai, liberandomi dalla
sua stretta.
Temetti per un attimo che mi avrebbe picchiata. Invece
si volt, attravers la stanza a lunghe falcate e se ne and in
camera da letto, sbattendo la porta dietro di s. Mi avvicinai
timorosa alla lanterna e fissai la fiamma all'interno di quel cranio,
una luce di un bianco lunare con un cuore tremulo, bluastro.
Ptur mi raggiunse.
Senza guardarlo gli chiesi: Cosa significa Saithe o quel
che ha detto?.
Seidhr. Te ne ho parlato prima: "stregoneria". Sfior con
le dita la base della lanterna. Sempre che tu creda nella sua
esistenza, ovviamente.
E tu non ci credi.
Mi voltai a guardarlo. Ptur si strinse nelle spalle e disse:
Io credo che lui ci creda. Non se l' inventata. Basta leggere
le nostre saghe. Seidhr significa "stregoneria", ma  pi...
ehm... la capacit di vedere le cose, capisci?.
Chiaroveggenza?.
S, credo di s.  una specie di visione o di canto che consente
di vedere ci che normalmente non  visibile.  una
prerogativa delle donne, ma a volte viene praticata anche dagli
uomini, uomini potenti, come Galdur.
Allora ti stai specializzando in paganesimo anche tu?.
Mio Dio, no! Studio economia aziendale e cinese. Comunque
io e Galdur ne discutiamo parecchio, o meglio, lui
parla e io ascolto. A me interessa soprattutto suonare la batteria.
E poi ci sono cose che mi danno fastidio.  tutto un
po' misogino, tanto per dirne una. Il mondo black metal 
pieno di omofobi. Sbuffai, infastidita da quella tirata. S,
lo so. Galdur  una persona complicata.
Ma non mi dire....
 molto cambiato adesso. Ptur sospir. La gente che
lo ha conosciuto anni fa, a Oslo, mi ha raccontato delle cose
a cui non riesco ancora a credere.
Cose come ammazzare di botte un giornalista rock?.
Quel tipo doveva aspettarselo. Vidi un luccichio negli
occhi azzurri di Ptur. Non avrebbe mai dovuto venire qui.
Eh s, se l' cercata, giusto?.
Il ragazzo non colse l'ironia e annu: Proprio cos. Comunque
 successo tanto tempo fa. Galdur adesso non fa altro
che studiare e osservare il cielo col telescopio.
Percorsi con le dita la base tondeggiante del cranio. Immagino
che questo sia un cranio umano... Qualcuno che conosci?.
Viene dall'isola di Godand, in Svezia.  molto antico. 
stato trovato in una tomba.
Ottimo gusto. Vedo gi gli scaffali dei negozi pieni di
teschi.
Galdur colleziona oggetti di questo genere, manufatti
vichinghi e roba simile. Ti ha mostrato la pietra del sole,
vero?. Ptur scosse il capo: Sai, sono sorpreso. Non credevo
che ti avrebbe rivolto la parola.
Io sono sorpresa che non mi abbia ancora accoppata. E
poi non  che abbia tanta voglia di parlare con me, in questo
momento. Lanciai un'occhiata verso la porta della camera da
letto per controllare che fosse ancora chiusa. Senti... Io devo
assolutamente andare in citt. Devo prendere l'aereo per tornare
a New York. Puoi darmi un passaggio? Posso pagarti.
Toccai la tasca vuota dei pantaloni, sforzandomi di sembrare
accattivante, poi indicai la batteria. Cos puoi raccontarmi
come  iniziata la tua passione per il death metal.
Black metal. Ptur mi guard con aria corrucciata. Io
non me ne vado da qui. Te l'ho detto, sono appena arrivato.
Questa  la mia sola vacanza, perch poi alla fine della settimana
ricominciano le lezioni.
Che cazzo!. Sfogai la mia frustrazione con un calcio
contro il muro. Non  possibile che io sia finita qui.  tutto
un equivoco.
Per intanto ci sei. Forse ti ha guidata il tuo karma.
Tamburell con le dita sul teschio della lampada. Il passato
torna sempre a presentarti il conto, come un boomerang
nel culo. Questo ti direbbe Galdur.
Ah, bene... Allora  la mia solita fortuna del cazzo.
Ritornai al centro della stanza. Ero sfinita e improvvisamente
mi sentivo affamata come un lupo, ma non vidi niente
che assomigliasse a qualcosa di commestibile, escludendo
le casse di vino accanto alla porta. Dalle finestre filtrava una
luce grigia, metallica, che soffocava quasi completamente il
debole chiarore emanato dalle lampade a kerosene. Ancora
una volta mi trovavo intrappolata in una penombra infernale,
senza fine. Alzai gli occhi verso il soffitto e osservai la mappa
stellare che Galdur aveva tracciato a mano. Notai altre
fotografie in bianco e nero, fissate con le graffette ad alcune
stampe che riproducevano costellazioni a me sconosciute.
Per quanto non riuscissi a vederle bene, in quelle fotografie
individuai dei volti umani e un familiare bagliore luminoso
che sbocciava da un occhio o da un dente. Mi avvicinai a
Ptur, che era seduto sul divano con il portatile sulle ginocchia,
e gli chiesi: Chi c' in quelle foto?.
Alz gli occhi verso il soffitto. Non lo so. Amici di Galdur,
immagino. Non ci ho mai fatto caso.
La porta della stanza da letto si apr. Ci voltammo entrambi
a guardare Galdur che si infilava una giacca a vento
nera. Indirizz a Ptur un'occhiata tagliente.
Vado a mettere altra benzina nel generatore. Immagino
che tu non abbia controllato il livello quando l'hai acceso.
L'ho fatto e il serbatoio era quasi vuoto, ma anche la tanica
della benzina era vuota.
Deve essercene un po' nel furgone. Avresti dovuto guardarci
prima. Galdur si calc in testa il cappuccio e usc.
Mi voltai verso Ptur: Ha intenzione di spillare la benzina
dal furgone?.
No, ci tiene le taniche di scorta nel furgone, per proteggerle
dalla neve. Non credo che ce ne siano per.  da parecchio
che non va a Reykjavik. O da altre parti.
Pensavo fosse appena tornato da Helsinki.
Helsinki?. Ptur si mise a ridere. Credo proprio di
no! Non  mai stato in Finlandia, almeno che io sappia, e
sono anni che non va in Norvegia. Da giovane  stato al fresco
sull'isola di Bastoy. Omicidio colposo. Credo che possa
tornare a Oslo, se vuole, ma mi ripete sempre che odia la
citt e che non vuole pi metterci piede. A volte capita che un
impresario si metta in contatto per proporgli qualche concerto
ma Galdur rifiuta sempre. E poi ha perso il passaporto,
tra l'altro. Volevo che venisse con me a Roma, in vacanza,
ma non  riuscito a trovarlo. Comunque Galdur non viaggia
mai, quindi pu farne a meno.
Non viaggia mai? Ne sei sicuro?.
Certo, e poi non sarebbe mai partito adesso, la notte di
Jl. Galdur sapeva che sarei venuto io, questa settimana. No,
non andrebbe mai a Helsinki concluse, con sicurezza. Ha
brutti ricordi di una persona che vive l.
Mi misi a fissare il pavimento, un laminato pieno di crepe
che doveva assomigliare al legno. In alcuni punti iniziava a
scollarsi, formando striscioline gialle che ricordavano pezzetti
d'unghia tagliata. Quando la porta d'ingresso si apr,
un vento gelido invase la stanza. Galdur entr come una furia,
i capelli e la giacca coperti di neve.
Cos' questa?.
Ero allibita: Galdur aveva in mano la Speed Graphic di
Ilkka. Scorsi il mio viso nel riflettore della macchina, prima
che l'appoggiasse sul tavolo. Poi mi lanci qualcosa, l'askur,
e infine la mia borsa. Il coperchio dell'askur vol per aria e
la sua grottesca reliquia rotol per terra. Ptur inizi a tossire
e si tir la maglietta fin sul naso. Mi inginocchiai, presi la
borsa e tolsi la mia macchina fotografica dall'involucro di
panni morbidi in cui l'avevo avvolta: era intatta. Solo allora
mi rialzai.
Dove l'hai trovata? gli chiesi.
 tua?. Il volto di Galdur era terreo, divorato dalla rabbia.
L'ho trovata dove l'hai messa tu: nel furgone. Raccolse
la mano mozzata da terra, si avvicin alla porta e la gett
fuori, nella tormenta di neve. C'era anche quella cosa l, e l'askur
che mi era stato rubato lo scorso autunno.
Nel furgone? Ma di cosa diavolo parli? Io sono rimasta
qui dentro tutto il tempo. Era ....
Troppo tardi ormai per riprendere la borsa. Era gi tra le
mani di Galdur, che la rovesci facendo volare per terra i miei
vestiti e il rotolo di fotografie avvolto nella maglietta. Si chin
a raccoglierlo, strapp via la maglietta e le stampe di Ilkka si
sparpagliarono sul pavimento. Ptur ne raccolse una e la
guard, ammutolito. Galdur ne prese un'altra, proprio mentre
allungavo la mano per sottrargliela. Si rialz immediatamente
e si avvent su di me.
Cos' questa roba? Cos'hai fatto? Perch ce le hai tu queste?.
Einar risposi, con un filo di voce.
Mi trascin per la stanza e mi sbatt contro il muro, immobilizzandomi
con un braccio. Einar? Mio fratello Einar?
Cosa stai dicendo?.
Tuo fratello mi ha rapito. Mi tremava la voce, ma feci
del mio meglio per non darlo a vedere. A Reykjavik. Mi ha
detto che veniva qui e poi mi ha scaricata l fuori.... Indicai
vagamente in direzione della porta. Mi ha abbandonata
pensando che sarei morta, ma io sono venuta a piedi fin qui.
Non capisco ancora come ho fatto, ma ci sono riuscita. 
tutto quello che so.
No, non  vero. Galdur scroll con forza la testa. Questa
borsa  tua, le macchine fotografiche sono tue e anche i vestiti
sono i tuoi, giusto? E queste foto... come le hai avute?
Dimmelo!.
Gli raccontai tutto. Quando apprese della morte di Ilkka
mi aggred. Credevo che mi avrebbe strangolata ma Ptur
intervenne per allontanarlo. Dopo di che rimasi in silenzio.
Galdur era immobile e respirava affannosamente. Mi schiaffeggi,
tanto forte da farmi schizzare il sangue dal naso fin
sulla parete.
Ancora. Voglio sentirlo ancora.
Cercai di tamponare il sangue con la manica e ripetei il
racconto per intero una seconda volta. Ptur si ritir sul divano,
senza dire una parola. Il suo sguardo faceva la spola
da me, a Galdur, alla fotografia che teneva in mano. Quando
ebbi finito di parlare, gli occhi giallognoli di Galdur erano
talmente iniettati di sangue che alla luce della lampada parevano
rossi.
Tu menti disse.
Io? Chi potrebbe mai inventarsi una storia del cazzo come
questa?.
Galdur non rispose.
Mi allontanai da lui e guardai verso il soffitto, a quella specie
di trompe-l'oeil stellare formato dalla fotografia di Galdur,
Ilkka e il teschio, il loro trofeo. Galdur era stravolto dalla rabbia, pensai, e rabbrividii temendo che volesse colpirmi ancora.
Ma quando si volt verso di me vidi che stava piangendo.
Non doveva succedere mormor.
Ma cosa?. Ptur scuoteva la testa, guardando la foto di
uno dei Jlasveinar: il Rompighiaccio. Chi  quest'uomo? Chi
lo ha ucciso?.
Non so chi fosse. Un vagabondo rispose Galdur. Lo
trovammo un giorno, in mezzo al bosco, dove non avrebbe
dovuto essere, vicino al capanno di un mio amico. Era ubriaco
e mi ha chiesto se volevo fare sesso con lui.
Ptur si lasci andare a una lunga risata, acuta e incredula.
E tu l'hai ucciso?.
Galdur lo guard con quei suoi occhi malevoli eppure
impassibili. Mi allontanai ma nessuno parve accorgersene,
nemmeno Ptur, che fissava Galdur di rimando, senza alcun
timore.
S rispose infine. E non me ne pento.  stata un'offerta
sacrificale: la morte di quell'uomo era un dono agli di, e
anche i salmoni hanno gradito.
Non posso crederci. Ptur si alz e inizi a camminare
avanti e indietro, passandosi le mani tra i lunghi capelli. Lo
sa la polizia?.
Non lo sa nessuno disse Galdur.
Ilkka era l con te? domandai. Nel bosco?.
Ovviamente. Ilkka veniva sempre. Erano i primi mesi
dell'inverno. Ci spostavamo in continuazione. C' sempre
qualcuno che si trova nel posto sbagliato.
Perch avete smesso?.
Gli occhi di Galdur continuavano a fissare Ptur. La polizia
si era interessata ad alcune persone che conoscevamo, e
Ilkka era tornato a Oslo per altri impegni. Dopo che ero stato
arrestato per omicidio, non voleva pi avere a che fare con me:
temeva che la polizia gli facesse delle domande e venisse
a sapere di quei sacrifici. Per questo Ilkka lasci la Norvegia.
Quando venni rilasciato non avevo alcun motivo per restare l,
e cos sono tornato nella mia bella Islanda.
Si avvicin al tavolo sul quale aveva appoggiato la Speed
Graphic, la prese e la gir delicatamente tra le mani. Notai
una crepa sottile che solcava la lampada blu del flash, quella
che Ilkka aveva custodito come un tesoro per tanto tempo,
inutilmente. Col passare degli anni, nonostante tutte le precauzioni,
quel vetro fragile era stato danneggiato.
Era stata un'idea di Ilkka... disse Galdur, fissando la
macchina fotografica. Per celebrare i Jlasveinar. Era un
uomo pieno di passione, Ilkka. Ho pensato a lui ogni giorno,
in questi ultimi quindici anni.
Ptur mi lanci un'occhiata e poi si rivolse a Galdur. Allora
non sei stato tu a ucciderlo?.
Perch avrei dovuto? disse Galdur risentito. Come
avrei fatto a ucciderlo? Sono mesi che non mi muovo da qui.
E poi Ilkka si rifiutava di parlare con me. Non ci siamo mai
incontrati in tutti questi anni.
Si accost al cumulo di pietre al centro della stanza, si
chin su di esso e depose la macchina di Ilkka direttamente
dietro la pietra del sole. L'occhio circolare del riflettore pareva
fissarmi attraverso il cristallo opaco e la lampada era
come un'iride, di un blu ancora pi intenso, quasi violetto.
Noi sappiamo che l'amore rinascer recit Galdur a
voce bassa che la morte ha in serbo meraviglie tutte sue e
che entrambi i mondi racchiudono gioia.
Restammo a lungo in silenzio. Mi toccai il naso, delicatamente,
e quando ritirai le dita mi accorsi che erano sporche
di sangue. Presi la giacca di pelle ed estrassi la fotografia che
avevo nascosto nella fodera. La guardai e poi la consegnai a
Galdur.
Ti ricordi di quest'uomo? Chi era?. Osserv la foto, la
bocca piegata in una smorfia arcigna.
Questo  il seminterrato del Forsvar. Non so come si chiamasse
quell'uomo. Ricordo che doveva dei soldi ad Anton.
Questo  Anton? gli chiesi, indicando un uomo corpulento,
dai capelli radi. Galdur fece cenno di s. Chi sono gli
altri?.
Ilkka Kaltunnen. Brynja Ingvarsdottir. Io. Quinn O'Boyle.
Sfior con un dito una delle figure in ombra. E Nils Pederson.
Che ne  di lui?.
Si  impiccato qualche mese dopo.
Perch Quinn era l?.
Era l perch Anton lo pagava per esserci. Galdur pieg
la schiena, le mani sulle ginocchia, il capo chino, come se stesse
pregando. Quinn liquidava gli affari sporchi per conto
di Anton.
Come quest'uomo?.
S,  uno dei tanti.
Ed  stata in quell'occasione che avete inciso il nastro?.
Annu. Perch? Perch volevate registrare una cosa simile?.
Ilkka pensava che dovessimo farlo. Era un rituale e poi,
secondo lui, dovevamo anche misurarci con gli altri dello
stesso ambiente, dimostrare che avevamo realmente compiuto
un sacrificio umano. Poi mi  venuta l'idea di inserirlo
nel nostro disco. L'abbiamo utilizzato una volta sola, nello
studio di registrazione, e poi Ilkka l'ha distrutto.
Non l'ha distrutto. Conservava il nastro nella sua camera
oscura. Non sapevo cosa fosse. L'ho preso e poi l'ho ascoltato
sull'auto di Einar.
Ptur si alz. Questa  follia pura! Questa conversazione,
voi due.... Mi lanci un'occhiata disperata. Voi conoscevate
quella gente. Forse siete stati proprio voi a farli fuori,
vero?  per questo che siete qui insieme, eh?.
Ti ha ingannato dissi lentamente, guardando Galdur.
Tuo fratello. Ecco perch il tuo passaporto  sparito. Aveva
bisogno di soldi. Ilkka, o forse Anton, gli ha raccontato della
vendita delle fotografie, cos li ha uccisi e si  preso i soldi
e le foto. Einar sapeva dei Jlasveinar?.
Galdur sbarr gli occhi. S. Glielo dissi io, una volta,
tanto tempo fa. Forse l'anno dopo quei fatti, prima che finissi
in galera. Avevamo bevuto.  l'unico a cui l'ho raccontato
perch... perch  mio fratello. Volevo che capisse.
Beh, direi che ha capito fin troppo bene. Mi avvicinai al
teschio e guardai dentro per osservare quella fiamma tremolante.
Aveva il tuo passaporto e l'ha utilizzato per andare a
Oslo e a Helsinki, quattro giorni fa. Non serviva per quei viaggi,
ma aveva sempre modo di mostrarlo in giro, in maniera
tale che qualcuno potesse testimoniare che tu eri stato l. La somiglianza
tra voi era sufficiente. Non so cosa abbia fatto a
Baldur, ma gli altri li ha conciati come i vostri Ragazzi del Natale:
ha spezzato l'osso del collo a Suri, chiudendolo in mezzo
a una porta, e poi credo le abbia tagliato la mano, perch....
Guardai Galdur, aspettando che continuasse lui.
Perch  uno svitato del cazzo, ecco perch! intervenne
Ptur.
Sapeva che avrebbe funzionato. Galdur osserv il teschio
e poi l'altare di pietra. La polizia verr qui, trover tutte
queste cose e si ricorder che sono stato dentro, che ho
altri precedenti....
Hai visto delle impronte di pneumatici l fuori? chiese
Ptur, avvicinandosi alla finestra. Sta nevicando bene adesso.
No, non ho visto niente, ma forse le ha cancellate il vento
rispose Galdur. Nemmeno Cass ha lasciato tracce.
L'inverno divora ogni cosa dissi. Presi il flacone del
Focalin dalla borsa e inghiottii tre pasticche cos, a secco.
Me l'ha detto Ilkka.
Gli hai parlato?.
S. Il mio viaggio a Helsinki aveva un unico scopo: guardare
le sue fotografie. Anton voleva che gli dessi un'occhiata.
Mi venne da ridere. E alla fine  stato lui a beccarsi qualcosa
nell'occhio.
Cosa gli hai detto? Non ad Anton... Cosa hai detto a
Ilkka?.
Guardai Galdur e per un secondo vidi un ragazzo, lo stesso
che Ilkka aveva conosciuto, con quei lunghi capelli castani
che incorniciavano un viso talmente bello e pieno di curiosit
che dovetti distogliere lo sguardo.
Gli ho detto che quelle fotografie erano straordinarie risposi
dopo un po'. Le pi belle che avessi mai visto.
Galdur non chiese altro. Mi afferr il mento, mi pieg
leggermente la testa di lato e mi guard dritto negli occhi,
mentre col dito seguiva la cicatrice che avevo sul viso e la ferita
ancora aperta lasciatami dal corvo. Hai lo stesso sguardo
di Ilkka disse.
Mi lasci andare e si abbandon sul divano. Einar ha
tradito tutte le persone che ha conosciuto.
Sospirai. Beh, direi che  un tipo che non perde tempo.
Mi ha scaricato l fuori, ha buttato la mia roba dentro il tuo
furgone e poi  ripartito a razzo per Reykjavik. E possibile che
sappia della presenza di Ptur qui con te?.
Perch dovrebbe saperlo? Non ci parliamo. La macchina
di Ptur  parcheggiata sul retro. Probabilmente Einar
non l'ha vista, quindi....
Galdur batt le mani e si alz in piedi. Ho un alibi, anzi,
pi di uno aggiunse guardando me.
Ti serviranno tutti e due. Ptur, alla finestra, si volt verso
di noi, scuro in volto. Sta arrivando qualcuno.
...
.
...
CAPITOLO 23.
...
.
...
Corsi alla finestra seguendo Galdur e sbirciai attraverso il
vetro sporco. Tra il sudiciume e la tormenta di neve che infuriava
l fuori, sembrava di guardare dentro una betoniera.
Non vidi nessuno. Poi, con un urlo del vento, la porta si spalanc.
Qualcosa cadde sul pavimento, qualcosa di pesante
che poi ruot su se stesso e mi guard con occhi tumefatti, venati
di sangue.
Era Quinn. Un lato del suo viso era livido, bluastro; una ferita
profonda, ricurva, solcava il suo tatuaggio Inuit, come se
qualcuno avesse tentato di incidere un sorriso grottesco. Mi
inginocchiai e iniziai disperatamente a togliere la neve e il
sangue da quelle guance ferite, mentre lui sussurrava il mio
nome. Cassie. Non....
Villast! Sparisci! Muoviti!.
Qualcuno grid mentre Ptur mi afferrava per le spalle e
io cercavo faticosamente di rialzarmi. Le grida si fecero pi
forti e isteriche. Ptur indietreggi mentre una voce inveiva
contro di lui.
Cosa cazzo ci fa lei qui? E tu chi sei?.
Einar.... La voce di Galdur riecheggi al mio fianco,
cupa come un tuono. Einar, vattene. Immediatamente.
Andarmene?. Einar richiuse la porta con un calcio e si
avvicin a Quinn, stringendo tra le mani una pistola. No, Jonas....
Galdur si volt rapidamente verso Ptur. Tu vai di l.
Nei. Einar afferr il ragazzo e lo tir a s, premendogli
la pistola alla tempia. Allontanati, Jonas, o lo ammazzo!.
Arretrai lentamente nella stanza semibuia, finch non andai
a sbattere contro il cumulo di pietre. Galdur non si mosse,
mentre Einar seguitava a strepitare in islandese finch
Ptur, con un filo di voce, disse: Cristo, Galdur!.
Cosa vuoi fare, Einar?. Galdur parlava con calma, mentre
si avvicinava al divano. Perch sei qui? Hai bisogno di
soldi? Lo sai che non ho un centesimo.
Chiudi il becco!. Einar si volt verso di me, le pupille
dilatate, enormi, un rivolo di sangue che gli scendeva dalla
bocca. La mano che reggeva la pistola tremava visibilmente,
come se fosse in preda a un attacco epilettico. Com' che tu
sei ancora viva?. Sembrava terrorizzato.
Ti ammazzo scand Galdur.
No, no, no, Jonas. Tu non lo farai disse Einar, come se
parlasse a un bambino. Poi cinse la gola di Ptur con un braccio
e gli infil la canna della pistola nell'orecchio. Andrai a
fare compagnia a tutti gli altri.
Mi accovacciai accanto all'altare di sassi, con le sue bizzarre
offerte: oggetti d'epoca vichinga, una vecchia macchina
fotografica, una pietra del sole, un cellulare. La scientifica di
Reykjavik avrebbe avuto di che divertirsi.
Cosa stai facendo?. Einar venne verso di me, trascinando
con s Ptur. Afferrai il cellulare e lui si mise a ridere.
S, brava, chiama un'ambulanza! Oppure facci una foto!.
Mi scostai dal cumulo di pietre, ma col telefono in mano.
In fondo alla stanza, vidi Quinn ancora a terra, la testa girata
per potermi guardare. In quella semi-oscurit era l'unica cosa
che riuscivo a vedere distintamente: una vaga luce ristagnava su
quel volto spaccato, su quella bocca che ricordava il ghigno di
un teschio, su quegli occhi lividi, inseparabili dalle ombre.
 il nostro sguardo che le mantiene vive.
Mi costrinsi a distogliere gli occhi. Aprii il cellulare e lo
puntai verso l'iride violetta, al centro dell'occhio argenteo
della Speed Graphic. Girai la testa dall'altra parte, chiusi
forte gli occhi e premetti il tasto CHIAMA.
All'interno di quelle vecchie lampade c' un piccolo mondo
misterioso, il cui centro  costituito da un filamento sottilissimo,
impregnato di sostanze chimiche per l'innesco e rivestito
da strisce di magnesio oppure da una pellicola o un
filo d'alluminio, il tutto collocato in un alloggiamento saturo
di ossigeno puro, che sostituisce l'aria prima che la lampada
venga sigillata. Il flusso di corrente proveniente dalla batteria
raggiunge il filamento e d fuoco alla pellicola, causando
una combustione in miniatura, nella quale il magnesio o l'alluminio
bruciano a una temperatura altissima, incandescente,
che rilascia mezzo milione di lumen. A volte, anche la vicinanza
di una fonte di calore o di una scintilla pu scatenare
la combustione, se non si  abbastanza cauti. Pu bastare
anche un oggetto innocuo, come un cellulare.
La combustione generata  sufficiente a far esplodere la
lampada. In condizioni normali, il rivestimento protettivo
previene simili eventi. Alcune lampade venivano addirittura
prodotte in modo tale da cambiare colore in caso di danneggiamento,
perch il loro utilizzo poteva essere pericoloso.
Come nel caso di quella lampada.
Sentii un clic, un tonfo e l'urlo strozzato di Ptur. Nella
stanza esplose un bagliore accecante, dirompente, ingigantito
dalla pietra del sole. Schegge di vetro volarono dappertutto,
come uno sciame d'api inferocito. Proteggendomi gli
occhi con le mani, mi tuffai oltre il cumulo di pietre e andai
a sbattere violentemente contro Einar. Questi cadde a terra
con un grido, a cui replic l'eco di una seconda esplosione
che mi gett sul pavimento. Mi portai le mani al collo e sentii
il sangue che colava sulle dita. Estrassi un minuscolo frammento
di vetro.
Tutto a posto?. Feci cenno di s e Ptur mi aiut a rialzarmi.
Indic la lampada a kerosene che ondeggiava alle nostre
spalle: Siamo stati fortunati: non  esplosa.
Mi guardai attorno in cerca di Quinn. Era riuscito a rimettersi
in piedi ed era appoggiato alla porta. Fissava con aria
stordita la sagoma scura che torreggiava sulla figura prostrata
di Einar.
Te lo giuro. E stato tutto un equivoco. Einar tent di
rialzarsi ma Galdur lo prese a calci. Ti prego, Jonas, ascoltami...
Jonas, ti supplico....
Gli occhi color topazio di Galdur brillavano imperturbabili
mentre fissava il fratello.
Jonas non  qui disse infine Galdur. Poi si volt e mi si
gel il sangue nelle vene quando quel suo sguardo terribile si
pos su di me. Spoglialo e poi legalo ordin indicando Einar,
e alz la mano in modo che vedessi che aveva preso lui la
pistola. Adesso!.
Rovistai concitatamente in tutta la stanza alla ricerca di una
corda, finch Galdur, con un grido furioso, mi lanci qualcosa:
i cavi della batteria. Si rivolse a Ptur urlando: Aiutala!.
Il ragazzo sbianc. Cosa?.
Fa' come ti ho detto.
Afferrai Ptur per un braccio. Faresti meglio a dargli
retta sibilai. Einar si divincolava e urlava, ma Galdur si chin
su di lui e lo prese per i capelli.
Sei solo un vigliacco disse e gli sbatt la testa contro il pavimento.
Hai coperto di vergogna la tua famiglia, il tuo paese.
Sei un codardo, un ladro, e hai ridotto alla fame la tua
gente.
Tu sei pazzo ribatt Einar, ansimando. Lo sai che ho
perso tutto! Sono tuo fratello, cazzo!.
Io non ho fratelli.
Quando Ptur e io riuscimmo finalmente a spogliare Einar,
Galdur rivolt le tasche dei suoi vestiti. Prese un mazzo
di chiavi, quelle dell'auto, e poi un altro ancora e se li mise in
tasca, insieme a un portafoglio di pelle gonfio di banconote e
a un passaporto. Einar giaceva sul pavimento ai nostri piedi,
completamente nudo. La sua pelle era bianca e flaccida, e certe
pieghe rossastre indicavano che portava mutande troppo
strette, di una taglia pi piccola della sua; le dita dei piedi
avevano un'aria macerata, forse per via delle costose scarpe di
cuoio, che non avevano fornito alcuna protezione dalla neve e
dal ghiaccio.
Guardai Ptur. Era pallido, il suo viso cupo pareva il riflesso
di quello di Galdur, solo un po' pi giovane, ma altrettanto
freddo e implacabile, come le stelle. Armeggiai con
i cavi e alla fine riuscii a legare un nodo scorsoio attorno ai
polsi di Einar. Strinsi il nodo con tutte le mie forze e mi rialzai
barcollando. Galdur raccolse da terra l'abito di sartoria
del fratello e distese il colletto per leggere l'etichetta.
Quanto ti  costato questo?. Einar non rispose. Allora
Galdur prese la camicia e la strapp, ricavandone alcune strisce.
Me ne diede una. Questo animale non ha pi facolt di
parola. Tappagli la bocca.
Quando ebbi finito Galdur fece rialzare Einar e lo spinse
verso la porta, passando accanto a Quinn. Ptur, porta la
lampada. Tu, Cassandra quella... e indic la mia macchina
fotografica. Tu invece, Varsler.... Si volt verso Quinn. Ho
bisogno anche di te, di tutti voi. Venite.
Usc dalla baracca trascinando Einar con s. Andai a
prendere la giacca, vidi un parka appeso all'attaccapanni e lo
passai a Quinn. Poi domandai a Ptur: Cosa vuol dire Varsler?.
"Averla". Appoggi a terra la lampada e si infil la giacca.
Non pareva pi cos sconvolto, come se avesse deciso
che quel calice amaro non era poi tanto sgradevole.  un uccello,
noto anche come uccello macellaio, perch infilza le
sue prede sulle spine dei rovi.
Chiuse la cerniera della giacca e segu Galdur nella neve.
Lanciai un'occhiata a Quinn che camminava al mio fianco.
Stai bene? Te la senti di andare fino in fondo?.
Ho forse altra scelta?.
Avanzava con passo incerto, seguendo come me quel sentiero
di impronte che conduceva dalla baracca di lamiera
alle tenebre, verso le minacciose colonne di vapore che si innalzavano sopra l'orizzonte. Vidi la Cherokee di Quinn 
parcheggiata dietro la Econoline, le portiere spalancate.
Cos' successo? gli chiesi sottovoce.
Quinn sistem il cappuccio della giacca a vento e mi prese
per mano. Quando inizi a parlare, gli schizzi di sangue
ghiacciato sul suo viso si mescolarono alla neve che turbinava
attorno a lui, una miscela d'argento e di nero. Sono andato
a Kolaporti, ma Baldur non c'era. Non rispondeva al
telefono e nessuno l'aveva visto. Devo aver chiesto a un centinaio
di persone: niente, nessuno l'aveva incontrato quel
giorno e, come sai, non  un tipo che passa inosservato. Poi
ho ricevuto una telefonata: mi hanno detto che l'avevano ritrovato,
che era stato ucciso. Gli sbirri hanno rinvenuto una
vecchia lampada a olio accanto al cadavere. L'assassino aveva
rotto il vetro e con quello gli aveva tagliato la gola.
I suoi occhi si riempirono di lacrime. Baldur non aveva
nemici. Tutto questo non ha alcun senso. Sono andato al negozio
ma tu non c'eri e nemmeno Brynja. Non facevo altro che
pensare a quel messaggio che avevo ricevuto da Anton, quello che si riferiva a Galdur. Ho creduto che fosse andato fuori
di testa, cos sono venuto qui. C'ero gi stato una volta, anni
fa. Ovviamente, non sapevo quello che ti era successo; pensavo
che fossi con Brynja e la polizia. Ho preso la Statale 35 e
poi ho imboccato la strada sterrata che conduce all'altopiano.
Dopo un paio d'ore vedo i fari di un'auto che mi vengono
incontro. Ho pensato che fosse un gatto delle nevi. L'auto
mi supera. Non vedo granch in mezzo alla neve, ma all'improvviso
mi accorgo che sta facendo inversione. Guardo nello specchietto retrovisore e vedo una Range Rover del cazzo
che viene a tutta birra verso di me, che mi viene addosso. Allora
cerco di estrarre la pistola dal cruscotto ma la macchina
tampona la mia Jeep e finisco in un burrone. La Range Rover
mi segue e a un certo punto si ribalta. Poi ricordo solo qualcuno
che mi trascina fuori dalla macchina, in mezzo alla neve,
ed  quel bastardo di Einar Broddursson che sbraita: Cosa
ci fai qui?, come se non avessi potuto fargli anch'io la stessa
domanda del cazzo. Che stronzo!.
Quinn sput per terra e un grumo di sangue fior sulla
neve ai suoi piedi. Anton gli aveva detto di te e delle foto.
A Helsinki, prima che Einar lo uccidesse. Ho capito come
sono andate le cose: Einar era ancora in contatto con Anton,
facevano affari insieme; Anton si lascia scappare la storia
delle foto e degli accordi che ha preso con Ilkka e con te.
Ecco perch Einar ti stava alle costole: ti aveva visto al Viva
Las Vegas e poi al Kolaporti e ha pensato che tu lo stessi
seguendo. Non sarebbe stato difficile farlo: Einar  sempre
stato un coglione. Se l'avessi combinato io quel casino, Anton
mi avrebbe licenziato su due piedi. Comunque, sono un po'
stordito dopo l'incidente, cos quando Einar esce strisciando
come un ragno dalla sua macchina, me lo ritrovo addosso
in un lampo. Prende la mia pistola e mi colpisce pi volte
con il calcio, e quando riprendo i sensi mi ritrovo qui. Scosse
la testa, con un'aria disgustata: Un banchiere del cazzo.
Scommetto che la sua Range Rover  ancora nel burrone.
Perch ti chiamano Varsler?.
Per il tipo di lavoro che facevo per Anton. Quinn guard
lontano. Erano affari, Cass, e poi  passato tanto tempo. Anton
conosceva un mucchio di gente a Mosca, una manica di
criminali che egli stesso aveva messo in contatto con Einar,
quando la sua banca cercava nuove opportunit di investimento.
Credimi, non sono persone con cui vorresti avere a che
fare, nemmeno per bere un caff.
Sono le stesse persone che aveva fotografato Ilkka?.
No. Quella era una faccenda tutta di Galdur e Ilkka. Uno
dei loro rituali privati. Non ne so niente di quelle stronzate.
Smise di parlare. Un baccello d'oro spunt sulla cresta
seghettata delle montagne, verso est: la luna stava sorgendo
su quella desolazione di ghiaccio e pietre annerite. Vortici di
neve si innalzavano improvvisi dal suolo gelato, come se ci accompagnassero,
una scorta bizzarra che si disfaceva improvvisamente
in nubi scintillanti, disperse subito dal vento. Poco
lontano, due sagome scure si materializzarono attraverso il
fumo, e tra queste, come sospesa nell'aria, apparve una terza
ombra.
Che motivo aveva Einar di uccidere Baldur?.
Non ne ho la minima idea. Forse voleva incastrarmi.
Help Galdur dissi. Quel messaggio significava che dovevamo
aiutare Galdur, non che Anton era minacciato da lui.
Gi.... Quinn osserv con espressione cupa le tre figure
che si stagliavano al chiarore della luna. Anche se in questo
momento non credo che Galdur abbia bisogno del nostro
aiuto.
Una vena di nuvole oscur la luna, lasciando solo uno
squarcio luminoso che correva parallelo all'orizzonte e riluceva
di un biancore astrale. Sotto quel cielo, alti getti di vapore
schizzavano nell'aria. Eravamo abbastanza vicini e potevo
vedere una successione di variegate pozze d'acqua racchiuse
da crepacci, alcuni sufficientemente profondi da inghiottire
una casa, altri cos piccoli che avrei potuto superarli con un
balzo.
Non che volessi provarci sul serio: bolle gigantesche e
una schiuma scintillante agitavano la superficie delle pozze,
che ribollivano come se una creatura enorme e furiosa respirasse
nelle loro profondit. La neve che scendeva dal cielo
evaporava in sottili fili di fumo, risucchiati dalle colonne di
vapore caldo che eruttavano dalle pozze pi grandi. L'aria era
satura di aromi minerali che, curiosamente, mi misero un certo
appetito: non solo zolfo, ma carbone, rame, sale e l'odore
caldo del sangue della Terra che zampillava ovunque attorno
a noi.
Mi accovacciai accanto a un rigagnolo d'acqua che affiorava
da una fenditura nella roccia grande pi o meno come
il mio pollice. Era circondato da una fanghiglia iridescente,
con chiazze oleose color verde acido, cobalto e giallo cadmio,
tinte che non avevo mai visto prima in natura. Evidentemente
 questa l'origine di alcuni pigmenti, vomitati dalle viscere
del pianeta e poi raffreddati sotto forma di vermiglioni o
lapislazzuli. Allungai la mano sopra uno sfiato di vapore e con
una certa cautela immersi un dito nell'acqua, ma lo ritirai
immediatamente.
Merda!. Mi rialzai, succhiandomi la punta del dito e
mostrandola a Quinn: si stava gi formando una vescica.
Non impari mai... disse.
Quinn volse lo sguardo verso il punto in cui gli altri si
erano fermati, sull'orlo di una pozza, la sponda opposta avvolta
da una nube di vapori biochimici. Einar era in ginocchio,
la testa ciondolava avanti e indietro mentre Galdur
guardava dritto davanti a s, nella nebbia. Ptur ci lanci
un'occhiata furtiva. Mi venne il sospetto che, in futuro, la vita
notturna di Reykjavik gli sarebbe parsa piuttosto noiosa.
Quinn. L'eco della voce di Galdur si lev sopra il mormorio
delle acque ribollenti. Vieni qui. Anche tu, Cassandra.
Il suolo sotto i miei stivali era morbido ed emanava calore:
era come camminare sul corpo di un gigante. Galdur stava
dicendo qualcosa a Ptur, sottovoce. Mentre ci avvicinavamo,
Galdur ci guard, annu e poi afferr Einar per un
braccio.
Alzati ordin. Guard Ptur: Ricordati che sei un
uomo, non come lui. Poi si rivolse a me: Tu... non so cosa
sei tu, ma.... Indic i miei occhi e la Konica che portavo appesa
al collo: Usali.
Risposi affermativamente con un cenno del capo, estrassi
il flash da una tasca e lo montai sulla macchina. Feci un passo
indietro, pregando che il vapore non appannasse la lente,
e poi tolsi il coperchio dell'obiettivo. Ptur si avvicin a Einar
e afferr un'estremit del cavo, tirandolo finch il prigioniero
non fu costretto ad alzarsi. Galdur si infil una mano
in tasca e ne cav un rotolo luccicante: la corda rotta della
chitarra. La srotol: un filo di qualche metro d'acciaio inossidabile, diametro da 11.
Servono mani forti per controllare una corda di quelle dimensioni
e Galdur le aveva. Anche Quinn. Galdur pieg leggermente
il capo in direzione di Quinn, e cos facendo i suoi
lunghi cappelli ricaddero in avanti scoprendo sulla nuca un tatuaggio: tre mani scheletriche, come un nastro di Mbius in
cui passato, presente e futuro erano avvinghiati l'uno all'altro,
uniti in una stretta mortale. Galdur consegn a Quinn la
corda della chitarra.
Quando te lo dico io.
Si tolse la giacca a vento e la camicia di flanella e le gett
a distanza di sicurezza dall'acqua bollente. Pieg la testa all'indietro e guard verso il cielo, che era poco pi di uno
squarcio in mezzo a quei vapori torpidi e alle nuvole, tra cui
apparve una falce di stelle con al centro la triade scintillante
della cintura di Orione.
Baldur Enriksson. Anton Bredahl. Suri Kulmala....
Galdur si volt verso di noi, il volto rigato di lacrime ancora
levato verso il cielo, e poi grid l'ultimo nome: Ilkka Kaltunnen.
Alz il pugno chiuso, lo afferr con la mano destra e inizi
a cantare, parole irriconoscibili per me ma dal chiaro significato:
una litania dolorosa, piena di rabbia e ardente passione,
cantata con una voce profonda che si levava in un lamento
disperato per poi affievolirsi in un rantolo, prima di
innalzarsi di nuovo e congiungersi al suo stesso eco che risuonava
dalle cime delle montagne, come una moltitudine invisibile
di voci dolenti e poi trionfanti, mentre Galdur spalancava
le braccia alzandole al cielo.
Si colpiranno i fratelli e l'un l'altro si daranno la morte.
La nostra terra lacrima sofferente.
Alle mie spalle sentii Quinn che mormorava sottovoce lo
stesso canto: La prole delle meretrici insanguina la terra.
Tempo di lupi, anni di lupi. Il lupo correr libero finch Viar
non metter catene alle sue mascelle. Allora Baldur far ritorno
e il sole splender d'oro.
Galdur si rivolse a Quinn: Nw. Adesso.
Allora lui raggiunse Einar alle spalle, come se volesse abbracciarlo.
Lev in alto le mani e tese la corda luccicante. Sentii
risuonare una nota, debolissima, che fu spenta dal brusco
respiro di Quinn, il quale trattenne il fiato, arretr di un passo
e fece scorrere la corda lungo la gola di Einar. Il movimento
delle sue mani fu talmente rapido che non vidi altro
che una falce di luce e una lingua di sangue nero che lambiva
il petto dell'uomo. Con la faccia schiacciata contro il mirino
della macchina iniziai a fotografare.
La testa di Einar cadde pesantemente in avanti e le ginocchia
cedettero sotto il peso del corpo che si pieg su s stesso
e piomb a terra. Bestemmiai quando mi accorsi che il
rullino era finito e cos mi rialzai, asciugandomi gli occhi.
Quinn si inginocchi accanto al corpo, sciolse rapidamente
il nodo che teneva legate le mani di Einar e sfil la corda d'acciaio
dalla sua trachea. Galdur si avvicin a Quinn, lo prese
per le spalle, lo rimise in piedi e brutalmente lo spinse verso di me
Non guardare disse Quinn mentre mi abbracciava.
Mi allontanai subito da lui, per vedere Galdur che afferrava
la mandibola di Einar con una mano, conficcava le dita
dell'altra dietro la mascella e gli divaricava la bocca fino a spaccarla.
Porca puttana!. Trattenni il fiato, terrorizzata, mentre Quinn mi stringeva con forza a s. Ma chi farebbe mai una cosa simile?.
Viar rispose Ptur con voce incerta. E cos che uccide Fenrir, il lupo, quando giunge la fine del mondo, nel Ragnark.
Spero di essere fuori citt quel giorno. Mi tremavano le mani mentre rimettevo il coperchio sull'obiettivo e infilavo il flash nella tasca della giacca. Guardai Quinn. Cristo santo, Quinn!.
Cosa ti avevo detto? Tu e quei tuoi grandi occhi grigi....
Si avvicin alla sponda della sorgente calda e lasci cadere nell'acqua un'estremit della corda. La trascin come se fosse una lenza, poi l'estrasse e inizi ad arrotolarla. Il mondo finir e tu non batterai ciglio.
Mi voltai e vidi Galdur accanto a Ptur. Teneva il capo chino e parlava sottovoce. Dopo un istante, Ptur annu, chiuse gli occhi e Galdur gli premette il pollice sulla fronte, lasciandovi
un'impronta di sangue. Poi si avvicin a noi due e fece altrettanto.
Perch anche voi ne fate parte disse.
Ritorn accanto al cadavere di Einar, lo raccolse da terra,
se lo mise in spalla come fosse un sacco e poi si incammin
lungo la riva della sorgente. Dall'acqua in ebollizione emergevano
rocce e massi di grandi dimensioni. Galdur, muovendosi
attentamente dall'uno all'altro, avvolto dalle nubi di
vapore, avanz fino al centro della pozza. L si ferm e, piegandosi
in avanti, lasci scivolare il corpo nella melma. Non
produsse alcun rumore, solo un rigurgito d'acqua bollente
quando gi Galdur stava tornando sui suoi passi. Mentre
avanzava verso di noi, si chin a raccogliere la camicia di flanella,
la immerse nell'acqua calda e se la pass ancora grondante
sul petto; poi la strizz e la lanci a Quinn, che si avvicin
alla sponda della pozza e us la camicia per pulirsi le
mani e la faccia, prima di darla a Ptur, che fece altrettanto.
S, sto bene, credo dissi al ragazzo, quando si volt verso
di me. Mi ripulii la fronte dal sangue e seguii gli altri verso
la baracca. Prima di entrare, mi guardai indietro e vidi
una minuscola sagoma nera che volteggiava pigramente in
cerchio sopra la pozza fumante, per poi posarsi in un punto,
ben lontano dalla riva, e ripiegare le ali in attesa.
...
.
...
CAPITOLO 24.
...
.
...
Nessuno parl quando rientrammo. Ptur and nella stanza
da letto e chiuse la porta. Galdur apr una bottiglia di vino e
se la scol quasi per met, prima di passare a Quinn quel
che ne restava.
 finita una lunga storia, credo disse Galdur, nella sua
voce da basso. Sembrava esausto, invecchiato di vent'anni nel
giro di poche ore. Siamo rimasti in pochi, noi che l'abbiamo
vissuta.
Quinn bevve una lunga sorsata di vino e mi pass la bottiglia.
Ti dispiace?.
Che Einar sia morto?. Galdur scroll il capo. No. Quel
tempo non esiste pi. Mi dispiace solo per gli amici che ho
perduto.
Guard intensamente verso il soffitto, poi si alz e delicatamente
stacc una delle fotografie che lo ritraeva insieme
a Ilkka. Qui eravamo al Vitenskapsmuseet, il museo archeologico
di Trondheim. Ilkka conosceva qualcuno l, la curatrice,
credo. E stata lei che ha scattato la foto. C'eravamo
conosciuti all'Helvete solo poche settimane prima.
Osserv la fotografia con gli occhi umidi e poi la mise da
parte. Guard verso la porta chiusa della camera da letto.
Devo parlare con Ptur. Noi ci salutiamo adesso.
Si alz. Io lanciai un'occhiata verso Quinn e feci un passo
in direzione di Galdur.
Anton mi doveva dei soldi per il mio lavoro a casa di
Ilkka. Me ne ha dati met subito e doveva spedire il resto a
New York. Sai che ne  stato?.
Galdur infil una mano nella tasca posteriore dei pantaloni
ed estrasse il portafoglio di Einar. Lo apr e mostr un rotolo
di banconote da cinquecento euro. Quanto ti doveva?.
Diecimila euro, ma l non ci sono dissi, indicando il portafoglio.
Lui....
Galdur sfil dal rotolo alcune banconote e me le consegn,
poi ne cont altre e se le mise in tasca. Te ne do cinquemila.
Questi li tengo per me. Conosco un uomo che deve
comprare un nuovo peschereccio per s e per suo figlio.
Galdur mi guard dritto negli occhi.  ora che tu te ne vada,
ma prima dammi il rullino.
Il rullino?.
Indic la macchina fotografica. Le foto che hai scattato
l fuori. Le voglio.
Ma... Sei stato tu che mi hai chiesto di farle!.
S, e adesso sono mie.
Allung la mano. Guardai Quinn, che si limit ad alzare un
sopracciglio e a fare un debole cenno di assenso. Imprecando
tra i denti, mi allontanai verso un angolo buio della stanza,
tolsi il rullino dalla macchina e lo consegnai a Galdur.
Takk. Raccolse gli abiti di Einar dal pavimento, insieme
alle sei fotografie di Ilkka, e si avvi verso la porta. Venite.
Vi prendo un po' di benzina.
Quinn e io lo seguimmo. Non nevicava pi. Sopra le nostre
teste, il cielo era una spianata nera, disseminata di stelle.
Aspettammo che Galdur raggiungesse la sua Econoline e ritornasse
con una tanica di benzina. Quando arriv gett gli
abiti sulla neve, vi vers sopra un po' di benzina e diede fuoco
al tutto con un fiammifero. Mentre le fiamme si levavano
da quella piccola pira, vi butt anche il rullino e infine, una a
una, le fotografie di Ilkka. Faticai non poco a resistere all'impulso
di sottrarle alle fiamme e mi limitai a guardare, con un
nodo alla gola, quelle scintille che salivano turbinando verso
il cielo, migliaia di minuscole stelle ardenti che brillavano e poi
scomparivano insieme all'eredit di Ilkka. E alla mia.
Quando il fuoco si ridusse a poche braci, Galdur vi gett
sopra col piede un po' di neve, a coprire una macchia nera
oleosa: tutto quel che restava della serie fotografica dei
Jlasveinar. Poi consegn la tanica di benzina a Quinn, che si diresse
verso la sua Cherokee per riempire il serbatoio.
Per te. Galdur mi prese una mano, l'apr, premette qualcosa
contro il palmo e poi la richiuse. L'ha usata Ilkka quando
ha scattato quelle fotografie. Impostava il flash in modo
che la luce colpisse il cristallo. Avrebbe voluto che la tenessi
tu, ne sono certo.
Aprii la mano e vidi una massa levigata e lucida, un cristallo
di colore blu scuro, che pareva occhieggiare alla luce
delle stelle.  la sua solstenen, la pietra del sole. Ho l'impressione
che potrebbe servirti, Valchiria, per trovare la tua
strada nelle tenebre.
Takk gli dissi e strinsi forte la pietra nel pugno.
Siamo pronti. Quinn si ferm accanto a me e restitu la
tanica vuota. Grazie.
Galdur l'appoggi a terra, si afferr il polso con una mano
e lo sollev in segno di saluto. Quinn fece altrettanto e poi i
due uomini si abbracciarono.
Devo stare vicino a Ptur disse Galdur prima di andarsene.
Adesso che ho ritrovato il passaporto e ho anche un
po' di soldi potremmo andare insieme a Roma, chiss....
Restammo a guardarlo mentre rientrava nella baracca e
poi ci incamminammo verso la jeep. Quinn mi cinse le spalle
con un braccio: Ti  andata male con le foto, Cassie.
Gi.... Ripensai alle fotografie che gli avevo scattato di
nascosto, mentre dormiva, e mi stropicciai gli occhi. Cazzo,
c'era della roba buona su quel rullino, ma ho preferito
non sfidare Galdur a braccio di ferro.
Buona idea.
Gli passai qualche pasticca di Focalin. Impiegammo cinque
ore prima di arrivare a casa di Quinn. A turno ci facemmo
la doccia, finimmo a letto per qualche ora e poi ci addormentammo.
Quando mi svegliai, Quinn era seduto al mio
fianco e mi accarezzava i capelli.
Ti ho prenotato un posto sul volo notturno per Londra.
Stavo per protestare ma Quinn mi chiuse la bocca con
la mano e mi mostr un passaporto rosso. Usa questo. E di
Dagny. Immagino che se Einar pu fingere di essere Galdur
e farla franca, tu puoi benissimo far finta di essere lei.
Ma non sono svedese!.
Lo so, ma ascoltami: non puoi restare qui e non puoi
tornare a New York, perch finiresti dentro, o almeno cos mi
hai detto. Potrebbero fermarti al Keflavik, ma probabilmente
daranno solo un'occhiata al passaporto e ti lasceranno andare.
A Heathrow tutti parlano in perfetto inglese britannico,
quindi cerca di mascherare il tuo accento. Trovati un albergo
senza pretese e mandami una mail. Io ti raggiungo in
un paio di giorni, una settimana al massimo. A Brixton ho
un amico, il proprietario di un bar. Ti do il suo numero. Ci vediamo
da lui. Siamo d'accordo?.
Oh cazzo.... Ci pensai un po' su e alla fine risposi: S,
penso di s. Verrai a Londra? Sul serio?.
Si chin su di me, finch la sua fronte non sfior la mia.
Sul serio. Non ho sopportato tutto questo solo per darti un
bacio di sfuggita e poi dirti addio.
Cosa facciamo quando siamo a Londra?.
Bruceremo tutti i ponti, quando sar il momento.
NOTA: Riferimento alla canzone We'll Bum That Bridge del duo country Brooks and Dunn. FINE NOTA.
Avanti, prendi la tua roba.
Non piangevo da tantissimo tempo e fui sul punto di farlo quando arrivammo all'aeroporto. Quinn mi accompagn al check-in, pass con me il controllo di sicurezza e poi mi strinse tra le braccia.
E poi potremmo sempre tornare a Reykjavik mormor.
Vaffanculo, va'!. Lo colpii scherzando con un pugno e poi ci separammo. Ci vediamo a Londra.
Restai a guardarlo mentre saliva sulla scala mobile, con le luci grigiastre dell'aeroporto che gettavano un'ombra sinistra sulle rughe del suo volto e su quello sfregio grottesco che pareva un mezzo sorriso. Alz una mano, con l'altra strinse il polso in segno di addio e svan.
Il volo era praticamente vuoto. Presi posto vicino al finestrino, inghiottii un Percocet e lo mandai gi scolandomi un mignon di Jack Daniels che avevo comprato al duty free. Stavo per appisolarmi quando sentii delle voci concitate. Aprii gli occhi e vidi le assistenti di volo che si accalcavano attorno a un finestrino della prima fila per guardare fuori. Indicavano qualcosa. Premetti la faccia contro il mio finestrino e guardai gi: vidi un'immensa distesa bianca, l'Islanda, con i contorni scuri e frastagliati, lambiti dall'oceano. Un occhio rosso ribolliva all'interno di quel paesaggio innevato, l'iride fiammeggiante circondata da un pennacchio di fumo grigio e nero.
Un vulcano!. Una delle hostess si avvicin alle mie spalle.
L'eruzione  appena iniziata, vede? Migliaia di anni fa, i primi monaci che videro un vulcano in eruzione pensarono che fossero le porte dell'inferno che si spalancavano per accoglierli.
Come li capisco... dissi e allungai la mano per prendere un altro whisky.
...
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Desidero esprimere infinita gratitudine, come sempre, alla mia agente, Martha Millard, per il supporto e l'incoraggiamento nel corso di questi anni; a Marcia Markland e Kat Brzozowski della Thomas Dunne Books, per avermi aiutato a dare alla luce questo libro; a Bob Morales, che ha fornito il titolo originale; ai miei amici in Finlandia, Kati Makki-Clements e Tino Warinowski, per l'assistenza relativamente alla cultura Suomi; alla professoressa K.A. Laity, per i suoi preziosissimi consigli in materia di cultura islandese e Kalevala, a Jonathan Clements, un ringraziamento speciale per i suggerimenti circa gli aspetti linguistici pi peculiari del finlandese, dell'islandese e dell'antico norvegese, nonch per le delucidazioni in materia di sciamanismo e antichi rituali nordici; a David Shaw, Eric Van e Robert Wexler, per aver condiviso la propria conoscenza della musica nordica, e a tutti coloro che hanno fornito informazioni utili sul blog the inferior 4+1; a Jonathan Clements, Ellen Datlow, Kate Laity, Bob Morales e Bill Sheehan, che hanno letto il manoscritto del libro; a John Clute, che ha viaggiato insieme a me in Islanda nel 2009, con tanto affetto.
Questo libro  stato scritto in memoria di Russell Dunn, amico di una vita, che ha nutrito a lungo il sogno di visitare un giorno l'Islanda e che  stato per me un compagno d'armi durante la prima visita in quel paese, nel 2007.
Noi sappiamo che l'amore rinascer, che la morte ha in serbo meraviglie tutte sue e che entrambi i mondi racchiudono gioia. Addio, vecchio amico.
...
.
...
FINE.